La vita e il pensiero

Alberto Di Felice nasce a Teramo il 21 novembre 1983. Bambino precoce e vagamente ciccione, salta in pratica l’asilo giacché malato il più del tempo. È colto presto da una fascinazione appiccicosa per le arti, a cominciare dai vari circhi che sostano regolarmente nel parco adibito davanti casa. Ciononostante, alla visione del cantiere di fronte alla bottega del nonno sarto, crede lungamente di voler fare il muratore, passione che svanirà troppo presto. Nel frattempo, da circhi e bitumi troppo preso, non si accorge che la bambina figlia della condomina amica della mamma ha una cotta per lui. Sarà la prima di mille occasioni perse, sempre per colpa sua. Sviluppa altresì un’innaturale abilità linguistica: a tre anni se la cava in tre lingue, delle quali una è uno stentato dialetto abruzzese; nell’estate del 1992 si reca a Parigi e impara il francese in due giorni, rimpiangendo di non esser stato lì nel periodo dell’“autunno caldo”; trascorre due estati a L’Aia per coadiuvare le ricerche scacchistiche del padre, e apprende subito i necessari rudimenti di neerlandese. Deve molto alle lezioni del dotto Piero Angela, in anni in cui la merenda pomeridiana dei bambini è ancora l’attesissima puntata quotidiana di Quark—seguita da un episodio di Kiss Me Licia. Inizia già da questa età a parlare con un accento neutro tutto suo, il più delle volte caratterizzato da una dizione perfetta. Nessuno sembra accorgersi che qualcosa non va; neppure quando, ad appena dieci anni, smette di guardare i cartoni animati nella cui visione persistono gli amici (non ha mai neppure letto un fumetto, fatta eccezione per i “Topolino” estivi—i quali, invero, per un po’ idolatra) e inizia a recarsi fin troppo frequentemente al videonoleggio nella sua nuova cittadina adottiva sulla costa—probabilmente più a causa della luminosa giovane proprietaria che per amore del Cinema, concetto che ancora gli sfugge.
A scuola si dimostra invariabilmente ragazzo sveglio e di profitto, sebbene non abbia nessunissimo interesse per lo studio, riuscendo a darla a bere ai più. Non imparerà mai le tabelline (le uniche che maneggia con sufficiente padronanza sono quelle dell’1, del 2 e del 5), fatto che purtroppo condizionerà le sue prospettive per il proseguimento degli studi superiori. Fatica, in realtà, a trovare materie che lo appassionino: detesta visceralmente la letteratura italiana (pensa che dedicare anni interi, dalle elementari alle faticosissime superiori, a ripassare quasi solo Dante e Manzoni sia una cosa francamente ridicola); stenta ad apprezzare la filosofia—forse perché, anziché studiare quelle degli altri, trova più pratico cercare di trovarne autonomamente una sua; rimane indifferente a matematica, fisica e chimica (dal penultimo anno di liceo linguistico smette ufficialmente di fare i compiti di matematica a casa, e infatti arranca pur mantenendosi dignitosamente a galla nei momenti critici). Fanno eccezione la storia (della quale lo abbaglia l’anfrattuoso fascino sistemico, un’ossessione che ritroveremo), la geografia e le lingue—talmente tanto che si vocifera abbia una madre americana, dalla quale ha ereditato l’accento dell’Upstate New York, e che si adopererebbe a nasconderlo in tutti i modi, talvolta infruttuosamente, presso coloro i quali diventano suoi nuovi amici o conoscenti. Per tutte le medie ed il primo anno di superiori tenta di simulare un perfetto British English, ma infine cede.
Gli studi di giurisprudenza rinforzano la sua capacità di pensare in termini sistemici (lo appassionano soprattutto il diritto pubblico e la filosofia del diritto), ma non gli impediscono di rigettarli quando si rifiuta di scrivere una tesi di diritto e opta, peraltro in pieno accordo con i suoi interessi, per una tesi di politica economica. Conseguita la laurea in scienze giuridiche presso l’Università degli Studi di Teramo (110/110: la lode gli è rifiutata, è dato spazio di speculare, perché alla commissione di giuristi non piace il modo strambo in cui pronuncia gergo satellitare quale la locuzione “free-to-air”) e stabilito che non ne vuol più sapere, sceglie di tornare all’opzione che avrebbe selezionato quattro anni prima se solo avesse avuto le idee più chiare. Passa dunque il durissimo test d’ammissione alla School of International Studies di Trento, che sceglie perché sa gli darà l’opportunità di partire il secondo anno per l’Australia. Cosa che puntualmente avviene: diventa assegnatario di una borsa di studio EAAPN e trascorre un proficuo semestre a Melbourne. Fugge dall’Australia giusto in tempo, prima che si vedano i rifiuti campani in tv e Ratzinger arrivi a sollazzarsi nelle campagne semi-urbanizzate del New South Wales toccando bramosamente pitoni tappeto. Tornato ahi lui a Trento, realizza che gli tocca ancora sostenere inutili esami vari di diritto dell’UE, e per svariati mesi piomba nella più profonda depressione. Torna a casa e si fa ricoverare in una clinica privata, prima che scoppi lo scandalo delle tangenti della sanità abruzzese. Nel frattempo continua a “vivere” di cinema, pubblicando recensioni per il sito Cine Zone, che ormai dal 2006 gli concede il beneficio del dubbio. Terminati gli ultimi esami, deve cominciare a scrivere la sua tesi di specialistica, e dato che non ha voglia decide di dedicarla alla filosofia dell’11 settembre vista attraverso il cinema. I lavori sono appena iniziati—anzi non lo sono affatto.
Capisce cos’è per lui il Cinema, o meglio la sua modesta visione normativa e pratica dello stesso, non quando legge Bazin ma quando gli capita fra le mani il pregevole “Sexual Politics and Narrative Film” di Robin Wood, nel quale trova una risposta semplice quanto irrinunciabile punto di partenza ed arrivo:
For me, the value of a film resides not in formal innovation or stylistic freedom in themselves, but in the density and complexity of meaning generated within it, to which style and form contribute.
Per il Di Felice, dunque, l’ontologia dell’immagine in movimento non è mai nel movimento né nell’immagine ma in ciò che sottende e crea, in quello che cela e/o lancia verso di noi. Ciò stabilito, le possibilità d’espressione sono naturalmente infinite. Si riserva, pur tuttavia, di non esser d’accordo, e di sforzarsi di spiegare il perché—possibilmente limitando il numero di sonore cavolate.
Corporale, monca e capricciosa lista dei suoi strappalacrime preferiti:
Carrie, lo sguardo di Satana
Velluto blu
La donna che visse due volte
Nosferatu, il principe della notte
Edward mani di forbice
Per contattarlo, invia una mail all’indirizzo info@albertodifelice.com


