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Stephen Frears

Cannes e dintorni 2010

La rassegna che porta Cannes a Milano — fra coupon da ritagliare e code — si è conclusa ieri, anche se per me si è conclusa domenica. Mi spiace in particolare essermi perso Illégal di Olivier Masset-Depasse, vincitore principale della Quinzaine des Réalisateurs, che Gabriele Niola descrive come «un racconto nel quale le emozioni dei brevi momenti e dei piccoli gesti prend[ono] vita e in cui i sentimenti dei personaggi in ogni singolo momento [sono] chiari come essi fossero fatti di vetro». Ho trovato modo di vedere (solo) sette film, due dei quali visti assieme al sempre amabile Souffle (qui trovate il suo resoconto). Oltre a questi, è stato proposto (a quanto pare, con una proiezione indecorosa) l’ultimo di Jane Campion, lo stupendo Bright Star, del quale parlo su Cine Zone (vi invito a leggere, più che le mie indegne due righe, quelle del sempre ottimo Augusto Leone). Eccovi le opere da me visionate, in ordine di apprezzamento:

another year cannes Cannes e dintorni 2010

Another Year di Mike Leigh [Selezione ufficiale]

Mentre ero in fila per l’ultimo film visto della rassegna, una signora davanti a me argomentava discutendo con un’altra: «Un film così non è credibile: questa coppia perfetta che ha tutti e solo perdenti come amici. Voglio dire: qualche amico perdente l’abbiamo tutti, ma se avessimo solo amici perdenti ci sarebbe da deprimersi!». Esatto, o quasi, al contrario: per i coniugi Tom e Gerri (Jim Broadbent e Ruth Sheen — non c’è bisogno vi dica che sono stupendi, perché in un film di Leigh si è naturalmente portati ad esserlo) la felicità sembra essersi stabilizzata proprio nel potersi dire stabilmente migliori dei propri amici. Leigh, ovviamente, non li disprezza in quanto coppia — sono persone che si direbbero adorabili, pronte ad aiutare (sapendo sempre però quando fermarsi e mettere davanti a tutto “la famiglia”, come quando l’attaccamento della vecchia amica spinster Mary [Lesley Manville] per il figlio Joe [Oliver Maltman] minaccia di farsi imbarazzante) come i familiari più affidabili — ma parteggia per la povera Mary bislacca oltre gli anni, il povero Ken condannato a rimanere grasso e alcolizzato (Peter Wight) ed il povero (?) Ronnie vedovo (David Bradley). Mi sono trovato a sperare di non finire come loro: la vita, quando si ha per modello l’esistenza borghese di Tom e Gerri, sembra un imbarazzo dal quale, quando va bene, non può salvarti neppure l’ennesima tazza di tè.

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Chéri di Frears

cheri frears Chéri di FrearsRaramente nel cinema di lingua inglese — e nel cinema odierno in generale, fatta rigorosamente eccezione per colleghi francesi (in Francia è ambientato, tra l’altro e come ampiamente segnala il titolo, Chéri) — si trova il vivo distacco di Stephen Frears. Quando lo si trova potrà non esser nuovo, ma fa sempre la sua figura. Preciso: “vivo” perché in ogni caso dedito alla crudeltà delle cose umane; “distacco” perché rattristato dall’eleganza in cui queste ultime, nelle vicende descritte, si trovano immerse. Lo stacco fra le pulsioni perverse e lascive della ricchezza, posseduta o agognata, e la sporcizia ingrata della povertà ne è la materia: in Chéri, il tutto è vissuto fra un’attempata e pur sempre splendida donna di mestiere (Michelle Pfeiffer) ed il figlio (di una meno avvenente collega, Kathy Bates, ma anagraficamente ipotizzabile come suo mancato) amor perduto che è destinato a scivolarle fra le dita (Rupert Friend).

Sicuramente un film che fa parlar meno del precedente The Queen, dal quale si distanzia per somigliare più ad un misto fra l’antecedente (sempre sceneggiato da Christopher Hampton — che di Frears ha scritto anche il mio suo film preferito, Mary Reilly) Le relazioni pericolose ed il penultimo Lady Henderson presenta, altro particolarmente delizioso pezzo d’epoca con le vecchie volpi Judi Dench e Bob Hoskins. Lì la protagonista era una vecchia ereditiera che nel mezzo della seconda guerra mondiale decideva di aprire a Londra un teatro nel quale finiva per metter su degli spettacoli di “nudo artistico”, raccattando belle figliole della povera campagna inglese, affinché i giovani soldati in partenza per il fronte potessero avere la certezza di vedere almeno una donna nuda prima di morire; sembra una commedia, e lo è, ma con le cose facili qualcuno si ferisce sempre. La Léa di Chéri, arrampicatasi coi suoi servigi fuori dal fango, svezza in maniera poco meno casta il giovin figlio di una dama di rango simile al suo; ognuno dei due, a suo modo, non saprà uscire dalla miseria da cui è partito.

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