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Manohla Dargis

Cinema con e di donne

kimberly peirce female directors Cinema con e di donne[A lato: Kimberly Peirce, autrice di uno dei film più belli degli anni '90, Boys Don't Cry]

L’unico contributo che la nostra Lietta Tornabuoni più apportare alla sua “recensione” su La Stampa (misere 339 parole) di La principessa e il ranocchio — ultima uscita Disney che si segnala per almeno due aspetti principali, sui quali (perbacco!) non sarebbe futile per un critico (quanto al punto 2, specie se donna) fare uno straccio di riflessione: il ritorno all’animazione tradizionale e l’inserimento di protagonista nera — è, dopo due capoversi di comodo riassunto della trama (260 parole), un capoverso finale (le rimanenti 79 parole) nel quale col suo solito grande acume la Tornabuoni tiene a dirci che «la musica e alcuni personaggi sono buffi e vivaci». Roba che nessuno potrebbe osservare se non essendo possessore di un dottorato in Vezzi da Salotto Piemontese.

In compenso, altrove scrivono donne — per citare il rifiuto delle sessiste palle della Littizzetto — con la vagina quadrata. Il più grande critico donna attualmente vivente è Manohla Dargis del New York Times, che per inciso contando di fianco a lei l’ottima penna maschile di A.O. Scott eleggo senza esitazione miglior quotidiano al mondo per qualità della critica cinematografica. Per dire: sullo stesso film, la Dargis conclude il suo pezzo (909 parole, effettivamente stampate su edizione cartacea nonché web e lette da vere persone in entrambi i casi — soprattutto nel secondo, data la maggior diffusione — senza differenza alcuna! Noi italiani, come ovvio, siamo stupidi e non arriviamo a concentrarci così a lungo) così:

Quel finale, come la storia stessa, rappresenta un qualche progresso, credo, anche se questa principessa trascorre un tempo insolitamente lungo sguazzando in giro da rana. Una rana il cui verde ci suggerisce che, se non altro, la Disney si è finalmente accorta che ogni ragazzina, indipendentemente dal colore, rappresenta una nuova opportunità di marketing.

La Dargis, una delle poche voci sagacemente femminili nel mondo della critica e più in generale del cinema, si è fatta sentire lo scorso 10 dicembre in un suo pezzo di approfondimento (ancora: a noi italiani gli approfondimenti critici non interessano, e in ogni caso siamo troppo scemi) nel quale fa un bilancio ben poco felice dell’avanzamento delle donne nell’industria cinematografica.

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Dustin Hoffman ed Emma Thompson, ultima chance

Oggi è già domani (Joel Hopkins, 2008) — Con Dustin Hoffman, Emma Thompson, Eileen Atkins.

last chance harvey hopkins Dustin Hoffman ed Emma Thompson, ultima chance

Parlando di film che si definirebbero senza indugio come “femminili”, descrivibile come tale è il recentissimo lavoro di Joel Hopkins, che a quanto io sappia non è stato distribuito nel nostro paese neanche in home video, ed è per la prima volta visionabile questo mercoledì 29 luglio 2009 (al momento di scrivere, cioè, oggi) direttamente in prima serata su Rai Uno. Hopkins, che in precedenza è stato autore solo di Jump Tomorrow del 2001 (che non ho purtroppo visto — ha avuto buon riscontro critico ma è anch’esso inedito da noi), scrive e dirige una pellicola dal chiaro tono da romanzo di campagna inglese, se non fosse che è ambientato a Londra, o da ombrellone in spiaggia per noi Italiani immersi nell’estate. Protagoniste sono due anime sole — l’accoppiata più propizia, da tradizione, vede un americano ed una inglese, o viceversa — nel mezzo di due diverse ma ugualmente proverbiali crisi di mezza età, che si incrociano per caso e devono sorpassare gli ostacoli emotivi che impediscono loro …beh, di farlo e “ritrovare la felicità”.

Che i due attori protagonisti siano Dustin Hoffman ed Emma Thompson — potrebbero essere assieme in un fiasco solo in una coincidenza di eventi particolarmente sfortunata — non può a suo modo che sottolineare come questa modesta produzione sia un pezzo di caratteri: e infatti l’uno e l’altra si addentrano nei luoghi comuni del fallito padre di famiglia e della zitella vagamente repressa con una fermezza ed una tenerezza che praticamente da sole fanno tutto. Non che non si possano immaginare altri attori nelle loro parti, ma chiunque li avesse voluti sostituire avrebbe dovuto avere uguale contegno. Non lo definirei neanche propriamente un film di parola, nonostante da simil-romanzo qual è di parlare ne abbia molto: il punto è che i dialoghi non sono ciò che convince, perché contano più le rughe e l’aria da cane bastonato di Hoffman, e l’orgoglio e pregiudizio accompagnati da fisico smunto ma nobile della Thompson.

Guardate come a loro due — soprattutto a Hoffman — cede la sempre diabolica Manohla Dargis sul New York Times:

[S]edotta dai suoi due scaltri protagonisti, con riluttanza mi sono arresa a questo film imperfetto, nonostante i dialoghi sdolcinati, la regia pedestre e l’abitudine di Hoffman di provare a conquistare il pubblico semplicemente fissando la macchina da presa con un’infelice espressione che dice: «Guardatemi, sono sempre bello come un bocciolo, sempre bello come Benjamin ne “Il laureato”, e sono sempre un po’ perso e ho ancora tanto bisogno d’amore». Mi faccio sempre tentare dall’espressione da cagnolotto di Hoffman anche se adesso è addosso ad un segugio brizzolato, anche se l’attore, un esperto ladro di scene ed interi film, si prende chiaramente ottima cura di sé, anche quando è schierato di fronte ad una formidabile sfidante come la Thompson.

È di sicuro il mio consiglio di visione per la mamma, stasera, se non ha di meglio da fare.

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