albertodifelice.com
Kathy Bates

Chéri di Frears

cheri frears Chéri di FrearsRaramente nel cinema di lingua inglese — e nel cinema odierno in generale, fatta rigorosamente eccezione per colleghi francesi (in Francia è ambientato, tra l’altro e come ampiamente segnala il titolo, Chéri) — si trova il vivo distacco di Stephen Frears. Quando lo si trova potrà non esser nuovo, ma fa sempre la sua figura. Preciso: “vivo” perché in ogni caso dedito alla crudeltà delle cose umane; “distacco” perché rattristato dall’eleganza in cui queste ultime, nelle vicende descritte, si trovano immerse. Lo stacco fra le pulsioni perverse e lascive della ricchezza, posseduta o agognata, e la sporcizia ingrata della povertà ne è la materia: in Chéri, il tutto è vissuto fra un’attempata e pur sempre splendida donna di mestiere (Michelle Pfeiffer) ed il figlio (di una meno avvenente collega, Kathy Bates, ma anagraficamente ipotizzabile come suo mancato) amor perduto che è destinato a scivolarle fra le dita (Rupert Friend).

Sicuramente un film che fa parlar meno del precedente The Queen, dal quale si distanzia per somigliare più ad un misto fra l’antecedente (sempre sceneggiato da Christopher Hampton — che di Frears ha scritto anche il mio suo film preferito, Mary Reilly) Le relazioni pericolose ed il penultimo Lady Henderson presenta, altro particolarmente delizioso pezzo d’epoca con le vecchie volpi Judi Dench e Bob Hoskins. Lì la protagonista era una vecchia ereditiera che nel mezzo della seconda guerra mondiale decideva di aprire a Londra un teatro nel quale finiva per metter su degli spettacoli di “nudo artistico”, raccattando belle figliole della povera campagna inglese, affinché i giovani soldati in partenza per il fronte potessero avere la certezza di vedere almeno una donna nuda prima di morire; sembra una commedia, e lo è, ma con le cose facili qualcuno si ferisce sempre. La Léa di Chéri, arrampicatasi coi suoi servigi fuori dal fango, svezza in maniera poco meno casta il giovin figlio di una dama di rango simile al suo; ognuno dei due, a suo modo, non saprà uscire dalla miseria da cui è partito.

Continua a leggere …

  • Share/Bookmark

Eroi ed effetti personali cercansi

Se non altro, l’estate aiuta chi ha il tempo a recuperare molte cose — se recenti, il più delle volte affatto necessarie. Hero Wanted e Personal Effects vanno in onda su Sky Cinema 1 rispettivamente stasera mercoledì 5 e domani giovedì 6 agosto: entrambi debutti registici, di uno stuntman di lungo corso e di un creatore-produttore di serie, nessuno dei due è stato distribuito nelle sale (il film di Hollander è passato solo a New York e Los Angeles) — non c’è quindi da sorprendersi del fatto che abbiano il vivo aspetto di produzioni da cassetta, drammi veloci pronti per la tv. In entrambi i casi, come spesso accade, c’entrano i postumi di un lutto.

hero wanted smrz Eroi ed effetti personali cercansi

Hero Wanted (Brian Smrz, 2008) — Con Cuba Gooding Jr., Ray Liotta, Norman Reedus.

Dopo il suo periodo fortunato di più di un decennio fa con Jerry Maguire e Qualcosa è cambiato, Cuba Gooding Jr. si è per lo più rintanato in poco nobilitanti ruoli di sottobosco, a volte comici e più spesso drammatici: la promessa di un tempo conserva ora solo l’aria da sparo nel vuoto. Gli piace soprattutto, un po’ come Will Smith, prestarsi a ruoli martirizzanti, che trovano facilmente espressione in sceneggiature cucite con quattro pezze attorno a qualche stereotipo struggente: qui è un uomo che non è riuscito a salvare la moglie in un incidente d’auto e si ritrova a diventare l’eroe che salva una bambina da simile sorte. Intuirete benissimo che vede la moglie in incubi ad occhi aperti. La storia è raccontata con la sua voce over, in una sorta di cornice narrativa (il flash forward alla sua sbronza al bar) che viene ripresa ad aprire il terzo atto e che fornisce a Smrz la scusa per un quasi-piano sequenza nella prima scena. Purtroppo è solo troppo zelo di farsi notare, in un altrimenti blando dramma d’azione che nel finale svacca decisamente troppo per i miei gusti. Ray Liotta, manco a dirlo, fa lo sbirro.

personal effects hollander Eroi ed effetti personali cercansi

Personal Effects (David Hollander, 2009) — Con Michelle Pfeiffer, Ashton Kutcher, Kathy Bates.

Hollander segue le aspirazioni più artsy del cinema prossimo all’indipendente: notate nell’immagine sopra una delle sue inquadrature inclinate, fa abbondante uso di particolari e fuori fuoco, appresta un setting plumbeo (la piovosa Vancouver e le sue vicinanze, spacciate ovviamente per il nordico Ovest statunitense) e lo rafforza con le musiche ulteriormente desolate dell’islandese Jóhann Jóhannsson. Anche qui abbondano i drammi stereotipati, parlando ancora di traumi da lutto: il fratello di una ragazza rapita, stuprata e vilemente uccisa (il Walter di Ashton Kutcher) e una madre vedova del marito alcolizzato ucciso da un suo compagno di bevute (la Linda di Michelle Pfeiffer) si conoscono ad un gruppo di sostegno e si avvicinano mentre fanno i conti con i relativi processi — quelli in tribunale e quelli personali. La storia è inserita anche qui in una specie di meccanismo a cornice incentrato su Clay (Spencer Hudson), figlio sordo e problematico di Linda che ci fornisce anche una finto-profonda narrazione over — che, a dimostrare la sua gratuità, sparisce per poi tornare a rifarci la predica nel finale, con relativa sorpresa. Il film funziona meglio come esplorazione del rapporto fra una donna matura ed un ragazzo ventenne  — situazione che replica esperienze passate degli attori (Kutcher, sarete di certo al corrente, è il giovin sposo di Demi Moore;  la Pfeiffer c’è già passata in 2 Young 4 Me – Un fidanzato per mamma, titolo italiano come sempre inventivo per un altro suo recente sforzo di cassetta) — che non come riflessione pura su lutto e solitudine, frangenti nei quali più si fa sentire una mano pesante.

  • Share/Bookmark
toolbar powered by www.iconcy.com