John Hughes, narratore di disillusi e ribelli
Dicevano: «I ragazzi non lo vedranno. Non c’è azione. Non c’è una festa. Non c’è nudo». […] Ma non vedevano l’elemento davvero fondamentale dell’adolescenza, cioè che ci si sente bene tanto quando si sta male che quando si sta bene. A quell’età, mi ricordo, molte volte, guardavo fuori dalla finestra e mi sentivo triste per me stesso. «Tutto il mondo è contro di me. Nessuno mi capisce». È un gran divertimento. Uno dei grandi misteri di quell’età è che le emozioni sono aperte e fresche e crude. È per questo che ho continuato con quel genere così a lungo.
—John Hughes su The Breakfast Club
Il mio primo ricordo da essere social-politico senziente risale a qualche giorno del 1989–’90: qualcuno della mia famiglia, guardando un servizio di telegiornale, commentava che dopo il crollo del muro «nulla [sarebbe stato] più come prima». La verità è che tutto sarebbe rimasto fondamentalmente uguale a com’era da qualche anno a quella parte, nella vita media comune, perché l’immagine di successo e benessere lanciata negli anni che furon di Reagan era stata il culmine indubbio del capitalismo, ossia di quella dottrina economico-sociale che promette a chiunque di potersi cercare la felicità e di avere la tv a pagamento. Ecco la “fine della Storia”, in due parole. Quel che conta per un adolescente non è la felicità — anche perché questa non si sa cosa sia — ma la sua promessa: vuole trovarsela da solo, e ha più probabilità di farlo col pop emotivo da consumo che non con i beni razionati nei mercati di Mosca.
L’entroterra a nord di Chicago negli anni ’80 era un ambiente chiuso praticamente perfetto, illustrazione di questo ineguagliato successo, una serie di quartieri residenziali da piccolo-media cittadina della Core America vicino però ad una grande-piccola metropoli, dove idealmente si ha tutto ciò che si può volere. O almeno, lo si può cercare. Un posto meraviglioso ed autosufficiente nel quale crescere, anche se quando si cresce per definizione raramente si è soddisfatti e si vorrebbe semmai scappare. Di fronte a questo quadro, un italiano orgoglioso dei nostri borghi ricchi di storia e cultura (?) — o il critico culturale di sinistra — dovrebbe inorridire: quello non era un mondo meraviglioso, ma un posto senz’anima, puro consumismo massificato americano nell’era più atroce del consumismo massificato americano. Questo, comunque lo vogliate descrivere, era il mondo di John Hughes, morto a 59 anni per un arresto cardiaco lo scorso giovedì 6 agosto 2009.



