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Jim Sturgess

Across the Universe: Le onde della rivoluzione

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato l'1 settembre 2008 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea.]

La felicità è una buona sensazione per la pace. […] La vendiamo come il sapone. E bisogna continuare a venderla finché la casalinga pensa: «Oh, c’è la pace o la guerra. Sono quelli i due prodotti».

—John Lennon

Fino ad allora, le persone che promuovevano la pace nel mondo erano tipi intellettuali, gente un po’ anemica che distribuiva opuscoli che nessuno voleva leggere. E John diceva: «Ecco perché vogliamo farlo in questo modo». E secondo me abbiamo fatto bene.

—Yoko Ono

across the universe subway Across the Universe: Le onde della rivoluzione

Across the Universe, per dirla in termini limpidissimi, è un tributo—più che ai Beatles in sé—ad un trasparente moto universale riassumibile in tre chiare ed autosufficienti parole (una, ad esser fiscali): Love, Love, Love. Allo stesso modo, è un flusso rigenerato a posteriori attraverso lo spontaneo movimento storico e di pensiero in cui le canzoni del gruppo di Liverpool sono cresciute, accumulate in un corpo che con esso si confonde con forza inconscia, come tutta la buona cultura pop, tanto che il film le utilizza in maniera del tutto eclettica e libera. I pezzi si collegano superficialmente con la trama: a volte sembrano un commento diretto, altre (più spesso) un commento astratto; si accostano in un continuum l’estetica del musical (e dei vari tipi, dal liceale Grease a Hair, al suo interno), del videoclip, del pittorico. La multidimensionalità nell’uso dei pezzi è più evidente—giocoforza, aver pescato da un solo gruppo ha obbligato ad alcune scelte che possono apparire risibili, come il prevedibile accatastarsi dei nomi—di quanto non accada in un musical pensato e scritto in maniera unitaria, dove pure il fatto che i testi delle canzoni non siano netta riedizione della trama è più la regola che non l’eccezione. Eppure coloro cui il film non è piaciuto tendono a scordarsene, e gli rimproverano proprio l’esilità della trama, la sua superficialità, i «momenti di (falsa) ingenuità patetica», una «patina semplicistica e stolidamente descrittiva dei tempi nei quali quelle canzoni vennero concepite e un mal interpretarne l’ironia, la profondità o la leggerezza, la portata innovativa, eversiva o la magia, in una parola l’essenza»—parole di Luca Pacilio, chiaramente un amante e studioso filologico dei Beatles che il film l’ha mal sopportato.

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