Scala dei piani di ripresa
[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 17 gennaio 2009 nella vecchia versione del blog, non più in linea. È nato come risposta ad un ormai mitico battibecco su Lasciami entrare di Tomas Alfredson. Oltre all'acidità del mio tono, della quale mi sono già appropriatamente scusato nella giusta sede, di quello scambio rimane il fatto che ciò che l'ha causato rimane a ben vedere irrisolto, giacché dalle fonti citate non è chiaro, non essendoci affatto unanimità, se il campo totale «va[da solo ed esclusivamente] a porsi fra il campo medio e la figura intera», come ribadito con convinzione dalla controparte, oppure se possa essere anche «vicin[o] a un campo medio o lungo» oppure ancora «indic[hi] grandezze scalari equivalenti al C.L. e al C.M.» (il che è lo stesso). Credo che ognuno si terrà quindi le sue definizioni — e continuerà a farsi piacere o dispiacere il film allo stesso modo, a seconda che pensi che i campi totali c’entrino o meno qualcosa.]
Data una recente discussione circa i piani di ripresa, nella quale è venuta fuori una profonda incapacità di comprendersi a vicenda, provo a farne una tassonomia esplicitando meglio il metro che adotto. Per formazione, io sono cresciuto su testi anglo-americani, e dunque faccio riferimento ad una certa concezione delle inquadrature che lì è assolutamente standard, e che è presente anche in Italia (e a mio avviso è dunque lecito utilizzarla) con la traduzione del Film Art: An Introduction (McGraw Hill) di David Bordwell e Kristin Thompson (Cinema come arte. Teoria e prassi del film, Il Castoro), sebbene le classificazioni ivi adottate siano di gran lunga minoritarie nel nostro paese. Io mi attengo a queste, che sono usate nella totalità del mondo anglo-americano, appunto, e che sono riportate fedelmente nella traduzione italiana: lo faccio per dipendenza (ormai la forma mentis è quella), predilezione e praticità. È quasi come far riferimento ai piedi anziché ai metri, in effetti, ma non è errato: l’importante è la consistenza, poiché queste classificazioni servono solo ai fini descrittivi.
La differenza fondamentale fra i due sistemi è che nel sistema anglo-americano non si fa distinzione fra campi e piani, parlando invece in ogni caso di shots; si fa comunque sempre riferimento alla distanza della camera dalla figura umana e alla parte di questa inquadrata (nel sistema anglo-americano, comunemente anche dagli oggetti dato che non necessariamente un’inquadratura deve contenere persone) per determinare con che tipo di inquadratura si ha a che fare. Si va dal campo lunghissimo (extreme long shot) al primissimo piano (extreme close-up, col quale si descrive anche quel che noi, me compreso, chiamiamo dettaglio o particolare—la stessa cosa si applica al close-up riferito ad oggetti). Per avere un buon riassunto dei piani, con molti ottimi esempi, potete andare sul sito del dipartimento di Film Studies di Yale, dove però manca inspiegabilmente il medium shot.


