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Federico Fellini

La dolce vita, ancora

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 13 settembre 2008 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea.]

dolce vita 1 La dolce vita, ancora

«E questo insiste a guardare»

—ovvero: «I film non cambiano, ma i loro spettatori sì»

Comincio queste mie poche riflessioni sul film tornando su un personaggio che mi è molto caro, perché è il primo attraverso il quale ho iniziato a provare un qualche amore per la critica. Leggere Roger Ebert è per me sempre un’esperienza non molto diversa da quella della visione di un film. È uno dei pochi (posso citare sicuramente anche Robin Wood, che però ha un approccio più accademico) in grado di raccontarsi, più o meno di riflesso, attraverso la descrizione del lavoro altrui. In ultimo, dalla critica e dal cinema voglio proprio questo: un tentativo di comprensione dell’uomo e/o del reale. Ebert in particolare è famoso come il più grande critico “di massa”, un gioviale liberale americano coltivato professionalmente nella metropoli più provinciale d’America, Chicago, e quindi anche solo per questo ben diverso dall’atteggiamento intellettuale della media critica italiana (quella che, proprio parlando de La dolce vita, Pasolini su “Filmcritica” definiva «crocian[a] e borghes[e]») e più in generale europea. Ho citato Pasolini, che da Ebert non potrebbe essere più lontano: è da notare come la sua riassuntiva descrizione ideologica del film («il rapporto intimistico tra peccato e innocenza, la presenza circolante della grazia, la osservazione analitica e amorosa di un mondo livellato dalla metafisica»), con la quale lui sarebbe chiaramente in contrasto, pare curiosamente rimandare al “piccolo” ambiente ideologico in cui Ebert è cresciuto, con la sua rural-borghese Urbana nell’Illinois non molto diversa dalla provincial-borghese Rimini in Romagna.

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