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Emma Thompson

Two shots: Quel che resta del giorno

remains of the day fathers death Two shots: Quel che resta del giorno

La ditta Merchant/Ivory è stata a lungo e forse è ancora il simbolo del “laccato”, stile da elegante produzione dal retrogusto imperiale, come ancora ferma ad una caratteristica versione di Splendido Isolamento inglese, tendenzialmente algida e distante. L’ultimo esempio che io ricordi di questa cifra produttiva è Il velo dipinto di John Curran, di ormai tre anni fa. Se dovessi scegliere il campione della casa, senza indugio dovrei optare per Quel che resta del giorno, seguito sfortunato quanto a premi della precedente fatica di Ivory, quel Casa Howard che si era meritato tre Oscar e dodici nomination. Se aprite il Mereghetti alla scheda di questo film, potete rintracciare la critica preferita che si muove a questo “stile”, cui si rimprovera di «limita[rsi] a rifletter[e] piattamente le forme [di un raffinato formalismo], perfette ma fredde». Quella che in questo caso è una precisa caratteristica dell’opera, cioè, viene addebitata come punto a sfavore. Se aprite il maggior dizionario concorrente, il Morandini, scoprite invece che questo è «il più malinconico e amaro dei film di J. Ivory. E il più politico. Ha la struttura di una cipolla, cioè a strati, da levare, gustandoli, a uno a uno fino a scoprire il cuore che qui è un nocciolo duro: una lucida requisitoria verso una classe, un mondo, un modo di vivere. In letteratura come al cinema c’è differenza tra formalismo e scrivere bene. Ivory scrive bene. E non esiste un modo di scrivere “troppo bene”». Concordo.

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Dustin Hoffman ed Emma Thompson, ultima chance

Oggi è già domani (Joel Hopkins, 2008) — Con Dustin Hoffman, Emma Thompson, Eileen Atkins.

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Parlando di film che si definirebbero senza indugio come “femminili”, descrivibile come tale è il recentissimo lavoro di Joel Hopkins, che a quanto io sappia non è stato distribuito nel nostro paese neanche in home video, ed è per la prima volta visionabile questo mercoledì 29 luglio 2009 (al momento di scrivere, cioè, oggi) direttamente in prima serata su Rai Uno. Hopkins, che in precedenza è stato autore solo di Jump Tomorrow del 2001 (che non ho purtroppo visto — ha avuto buon riscontro critico ma è anch’esso inedito da noi), scrive e dirige una pellicola dal chiaro tono da romanzo di campagna inglese, se non fosse che è ambientato a Londra, o da ombrellone in spiaggia per noi Italiani immersi nell’estate. Protagoniste sono due anime sole — l’accoppiata più propizia, da tradizione, vede un americano ed una inglese, o viceversa — nel mezzo di due diverse ma ugualmente proverbiali crisi di mezza età, che si incrociano per caso e devono sorpassare gli ostacoli emotivi che impediscono loro …beh, di farlo e “ritrovare la felicità”.

Che i due attori protagonisti siano Dustin Hoffman ed Emma Thompson — potrebbero essere assieme in un fiasco solo in una coincidenza di eventi particolarmente sfortunata — non può a suo modo che sottolineare come questa modesta produzione sia un pezzo di caratteri: e infatti l’uno e l’altra si addentrano nei luoghi comuni del fallito padre di famiglia e della zitella vagamente repressa con una fermezza ed una tenerezza che praticamente da sole fanno tutto. Non che non si possano immaginare altri attori nelle loro parti, ma chiunque li avesse voluti sostituire avrebbe dovuto avere uguale contegno. Non lo definirei neanche propriamente un film di parola, nonostante da simil-romanzo qual è di parlare ne abbia molto: il punto è che i dialoghi non sono ciò che convince, perché contano più le rughe e l’aria da cane bastonato di Hoffman, e l’orgoglio e pregiudizio accompagnati da fisico smunto ma nobile della Thompson.

Guardate come a loro due — soprattutto a Hoffman — cede la sempre diabolica Manohla Dargis sul New York Times:

[S]edotta dai suoi due scaltri protagonisti, con riluttanza mi sono arresa a questo film imperfetto, nonostante i dialoghi sdolcinati, la regia pedestre e l’abitudine di Hoffman di provare a conquistare il pubblico semplicemente fissando la macchina da presa con un’infelice espressione che dice: «Guardatemi, sono sempre bello come un bocciolo, sempre bello come Benjamin ne “Il laureato”, e sono sempre un po’ perso e ho ancora tanto bisogno d’amore». Mi faccio sempre tentare dall’espressione da cagnolotto di Hoffman anche se adesso è addosso ad un segugio brizzolato, anche se l’attore, un esperto ladro di scene ed interi film, si prende chiaramente ottima cura di sé, anche quando è schierato di fronte ad una formidabile sfidante come la Thompson.

È di sicuro il mio consiglio di visione per la mamma, stasera, se non ha di meglio da fare.

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