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Death Proof

Grindhouse – A prova di morte: Questione di gambe, piedi e culi

[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 6 gennaio 2008 sul mio vecchio blog Gahan at the Movies. Qui di seguito è integrato da fotogrammi. Ne è seguita un'accesa discussione, alla quale vi rimando.]

death proof feet Grindhouse – A prova di morte: Questione di gambe, piedi e culi

Non si fa che leggere che Death Proof non è che un divertissement. Che dietro la storiella del killer della strada a caccia di belle donzelle c’è sostanzialmente giusto un citazionismo cinefilo fine a sé stesso: certo, Tarantino gira da Dio e fa divertire, ma finisce qui. Lo pensavo anch’io, finché non l’ho rivisto nella versione uscita in Italia. E mi è chiaro ora che questo è un Kill Bill rielaborato secondo l’estetica grindhouse, non semplicemente per riprodurla ma per deformarla per dire qualcosa. Non avevo fatto caso (o non gli avevo dato peso, o più semplicemente non lo ricordavo), ad esempio, al fatto che nella seconda parte gli effetti digitali che sporcano artificialmente la pellicola smettono di esistere. Tarantino smette di giocare con la pellicola durante la sequenza (tagliata nella più breve versione distribuita negli USA assieme a Planet Terror di Rodriguez) davanti al supermercato, all’inizio della quale un salto nel bianco e nero (poco più di sei minuti) segnala una soluzione di continuità.

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