Michael Jackson: Before You Judge Him
Il 26 giugno alle 12.32pm il profilo di un mio contatto Facebook riportava quale status: «maico jackson rompi piu il cazzo ora da morto che quando eri vivo, l’ultima notizia che ho letto su di te parlava di come ti si staccava il naso durante il giorno e avevi deciso di diventare induista, rendetevene conto, MASSA». Poi continuava: «un grande maniaco, dai ragazzi era un matto sfrontato, umanamente parlando, che cazzo, non è vero che chi muore è piu bello, fa solo piu pena. e basta coi moralismi che chi muore va rispettato, se ti reputo uno stronzo non è che morendo sei piu simpatico. levategli la musica e ne rimane un nero che è voluto diventare bianco per forza, con mille turbe e un parco giochi degno di un albert fish ai tempi d’oro, per amare meglio i bambini». Si può aver così poco rispetto proprio nel momento del suo addio, senza neanche un pizzico di pietà cristiana? Vorrei si fosse stati più cinici: la reazione generalizzata alla morte di Michael Jackson (nome che a quanto pare in pochi, e non solo per scherzo, sanno digitare correttamente) è stata per quanto mi riguarda una messa in mostra di proverbiale ipocrisia: ci si è accorti d’un tratto che quell’omino strano che da anni veniva preso a pesci in faccia dal mondo era in realtà molto amato, una figura essenziale della musica popolare, e soprattutto una persona sola, triste e maltrattata per tutta la sua vita, morta quindi sola e triste. Non importa quanto ci abbiamo sputato sopra, tanto ora è parte di noi e possiamo dire che lo è sempre stato. La cerimonia dello scorso martedì allo Staples Center ha registrato anche nel comportamento dei commentatori una commozione forse sincera, data anche la riuscita e sobrietà dell’evento; da noi in Italia Giorgio Mulé ha organizzato su Italia 1 una diretta — oltremodo pessima, anche perché condotta proprio da Mulé, che non sa distinguere Kobe Bryant da Mariah Carey, interrotta senza criterio alcuno dagli spot — nella quale la facevano da padrone le testimonianze di Tarek Ben Ammar e David Zard, che ci hanno proposto la tesi che vede Jackson come totale vittima innocente di persecuzioni lunghe anni, senza ombra alcuna di dubbio né opinione contraria, che da sole l’avrebbero di fatto ucciso.


