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marzo 2010

“Shutter Island” di Martin Scorsese

shutterisland michellewilliams Shutter Island di Martin ScorseseUno Scorsese evidentemente in vena di scherzi realizza uno psicodramma d’atmosfera, una pellicola spiccatamente vecchio stile che sarebbe stato un bene fosse stata girata in bianco e nero con le stesse macchine della RKO anni ’40 — il che, nella mia visione, avrebbe contribuito a tenerlo maggiormente in sesto. Leggendone in giro, sia fra gli estimatori sia fra i detrattori, prima della visione ne ricavavo più o meno l’idea del film finito; soprattutto era chiaro che l’intreccio si sarebbe rivelato un ennesimo esempio di narrazione inattendibile, con cambiamento di prospettiva finale — si ricavava anche l’impressione che tale cambiamento non fosse molto entusiasmante. Difatti — anzi, al contrario — di quel che sta succedendo si capisce tutto (be’, quasi) subito. (Il che non ha impedito a persona di mia conoscenza di venirmi a chiedere di spiegargli il finale. Vai a capire il mondo.)

In ogni caso, quanto sovradetto corrisponde alla realtà di un film che della propria atmosfera non sta capendo molto, neanche nella fortunosa e lodatissima fotografia di Robert Richardson (uomo, oltreché di Scorsese, di Oliver Stone e Quentin Tarantino — a lui per Bastardi senza gloria e a Christian Berger per Il nastro bianco, si sta ancora cercando di capire con quale criterio, hanno negato l’Oscar quest’anno a favore di Mauro Fiore per Avatar, un film fotografato al massimo per un misero 20% della metratura). Il mistero attorno al protagonista Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio comincia ad essermi insopportabile: un altro ruolo così e do di matto io) è presto ammazzato dall’evidenza della sua allucinazione, che fra le altre cose viene subito esibita con imponenti flash dorati di stordimento: una volta capito con che razza di giochetto siamo impegnati, si va di palo in frasca in attesa di trovare il punto in cui Daniels sceglierà di far la pipì e ammettere a sé stesso «Sì, sono matto». Si seminano ovviamente puntini che sappiamo troppo ovviamente torneranno ad esser rivisti da diversa angolazione.

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“Il concerto” di Radu Mihaileanu

concert mihaileanu corriere Il concerto di Radu MihaileanuSe fossi un integralista, mi verrebbe voglia di tirar fuori l’epiteto “anti-cinema” per descrivere la lunga sensazione che ha accompagnato questo mio recupero tardivo del film del rumeno Radu Mihaileanu, del quale devo ancora riprendere il precedente Vai e vivrai. Dopo l’ideuzza iniziale nella quale l’ex-Maestro Andreï Filipov (Aleksei Guskov) dirige da lontano sguattero la sua vecchia orchestra durante delle prove, la sceneggiatura scivola via col ritmo piacevole e semplicione dei buoni sentimenti da prima serata, accompagnata da una sfilza di campo-controcampo ed altre svogliate direzioni del traffico; intanto la Storia trova una sua soave vendetta, con tanto di padri putativi che ritrovano figlie perdute (Mélanie Laurent — che ve lo dico a fare — è assai bella) e masse rivoluzionarie che si spostano in aereo contrabbandando pessimo caviale, fino ad un’esibizione finale nella quale effettivamente si accende un qualche tripudio.

Il materiale, in verità, fa balenare in mente il nome e le atmosfere del vecchio Ernst Lubitsch (avete tutti presente Ninotchka e Vogliamo vivere!, suppongo); eppure la pesante pacchianità di troppa parte della scrittura (parlo della sceneggiatura, più propriamente, ma il semiologo da quattro soldi che c’è in voi può in questo caso anche legittimamente pensare alla “scrittura filmica”) abbassa il livello a quello di una corriva produzione finanziata dal geniaccio francese di Luc Besson, al quale voglio bene in maniera solo intermittente. Si prenda in particolare l’ultimo Il mi$$ionario diretto da Roger Delattre, filmettino che si disinteressa del tutto di strutturare l’impianto comico-drammatico riuscendo quando va bene a trovare giusto qualche scenetta briosa — sebbene, appunto, pacchiana. La struttura è maggiore qui, ma non si cambia di molto.

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“Bisogna in un certo senso che troviamo un modo”

italian embassy brussels Bisogna in un certo senso che troviamo un modoGentili lettori, gentili lettrici. I meno distratti fra voi si sono accorti del lungo silenzio di questo blog, il cui ultimo post risale ormai al 15 gennaio. Non scrivere mi ha fatto render conto della stramba circostanza che questo modesto blog ha più estimatori di quanti pensassi; inoltre, mi ha reso conscio del fatto che basti un solo post su Avatar (tra l’altro, poca roba davvero) per tener su le visite occasionali per un bel po’, pur mancando nuovi contenuti. Grazie, James Cameron.

Alle cose serie, ovvero le giustificazioni per questa mia assenza. Il Vostro Affezionatissimo è stato molto impegnato: fra le altre cose, ha avuto il piacere di esser ricevuto nella nostra bella ambasciata a Bruxelles dall’ambasciatore Siggia, prima che questi venisse richiamato a Roma “per consultazioni” a seguito dell’affare Di Girolamo. Per il resto, ormai ho modo solo di recarmi alle proiezioni e scrivere le mie inutili recensioni, che in tutto questo tempo sono sempre state ad attendervi su Cine Zone. Sempre lì. In attesa di riprendere trasmissioni più sostenute su queste pagine, vogliate quindi gradire un riepilogo di link a quanto ho prodotto dalla metà di gennaio. I film sono raggruppati in fasce decrescenti di gradimento, e in ordine alfabetico all’interno di queste. Buona lettura.

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