albertodifelice.com
novembre 2009

Sbavature da poco

Da TV Sorrisi e Canzoni di questa settimana, pag. 5 della guida ai programmi del digitale terrestre, a proposito della serie American Dreams:

raccontare uno spaccato di storia, sociale, politica e musicale, attraverso gli occhi di un gruppo di persone qualunque che vivono gli eventi sulle propria pelle. [corsivo mio]

Ed ecco Flavio Serantoni su Tv-Zone l’8 giugno:

raccontare un vivido spaccato di storia, sociale, politica e musicale, attraverso gli occhi di un gruppo di persone qualunque che vivono gli eventi della Storia sulle propria pelle. [corsivo mio]

Se proprio volete copiare, come minimo correggete prima.

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Uomini che odiano le capre deformate

 Uomini che odiano le capre deformateNe L’uomo che fissa le capre di Grant Heslov — una commedia apertamente stralunata alla maniera delle commedie che sanno dall’inizio di esser stralunate, fino purtroppo a sbrodolarsi — la pazzia dell’apparato militare americano (saprete, il più nevrotico del mondo giacché il più grande e per questo avvezzo alle manie di grandezza, nonostante le batoste) si libra piano piano in volo, seguendo insegnamenti finto-misticheggianti conservati pari pari dagli anni ’60/’70, quelli del Vietnam e dei fiori adottati per tappare l’artiglieria. Insomma: aprite l’occhio mistico e capirete che è tutto insensato — l’unica cosa che conta è l’amore! In virtù di ciò, si arriva al punto in cui i militari statunitensi sono tutti strafatti e si lasciano andare al potere lenitivo degli allucinogeni.

Per quanto sopra, credo si debba dedurre che aver visto il film in allucinogenissima prima fila, arrivato tardi senza premurarmi di prenotare, non sia stato in fondo un complemento casuale. Tuttavia non posso evitare di riflettere amaramente che se avessi invece scelto di scaricarlo e guardarmelo sul divano di casa, direi anche indipendentemente dalla qualità della copia procuratami, avrei matematicamente visto una versione più accettabile per fedeltà alla cosa vera. Qualsiasi tizio con una videocamera — ma anche Aleksandr Nikolaevič Sokurov quando spalma una fetta di pane con Nutella per la mamma riprendendosi col cellulare — avrebbe usato meno violenza sulle faccione dei poveri George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges e Kevin Spacey. Dovrebbe essere semplicemente proibito portare le file troppo sotto lo schermo: pretendo i miei 7,50€, o almeno un rimborso parziale.

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Gli abbracci impuntati

abrazos rotos diopter Gli abbracci impuntati

In alto: Rodrigo Prieto tira fuori il suo diottro per tenere contemporaneamente a fuoco Penélope Cruz e José Luis Gómez nell’ultimo film di Pedro Almodóvar, Gli abbracci spezzati, in quello che sarebbe l’apice — anche se la successiva caduta dalle scale rende a mio avviso meglio, quanto alla sua capitolazione violenta (ma lì, va be’, non c’è l’apertissimo riferimento metacinematografico che da bravi cinefili tanto deve elettrizzarci, pena l’esser banditi dal circolo) — della descrizione del loro rapporto di classe iniziato in ufficio e cementatosi in uno dei luoghi in cui ogni nodo sociale viene al pettine: l’ospedale, dove «c’è chi scende e c’è chi sale», come canta una giovane promessa televisiva del nostro cantautorato.

E visto che parlare di metacinematograficità ci piace sempre tanto, vorrei contribuire con una parca osservazione circa i due sosia di altri attori che sono presenti all’ombra di ragazze e valigie almodóvariane: il protagonista Lluís Homar è chiaramente stato scelto in omaggio al compianto Patrick Swayze, mentre Rubén Ochandiano nel suo segmento da ragazzino con videocamera è pari pari Christian Slater in quel bel film che è Un uomo qualunque. (Il riferimento a Peeping Tom, per inciso, è vagamente buttato lì; dopotutto, così mi è sembrata buona parte degli altri riferimenti nella pellicola. Però è sempre metacinematografico.)

Scrivendone da Cannes, David Phelps osservava:

Le parti vezzose inserite nei segmenti narrativi di Gli abbracci spezzati sarebbero ugualmente belle su degli storyboard a pastelli, e non hanno nulla a che fare con la tessitura o il movimento, propri del cinema, dei quali ad Almodóvar tanto piace parlare nelle interviste. I colori, levigati e luminosi, sembrano più pennarelli che pellicola. Almodóvar tiene i suoi attori in posa nell’inquadratura per un po’ mentre chiacchierano, di solito seduti come su troni, poi lascia che continuino la loro storia. Sono tutti costruiti come se Almodóvar tenesse i suoi schizzi di fianco al monitor mentre gira in modo da controllare che gli attori siano nello stesso punto dove li ha disegnati.

Penélope Cruz se ne sta difatti piantata spalle alla porta, e non la smuove nessuno.

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Femminismo Twilight

stewart pattinson vf Femminismo TwilightAnne Petersen sul dilemma-Twilight per blogger e produttori:

I post, gli sneak peek, i trailer, il gossip e le congetture su Twilight si sono trasformati in un fenomeno che si autoperpetua: anche se la gente non è necessariamente interessata, e anche se non sono davvero notizie, se lo posti i fan arrivano. E i fan continuano a venire se prometti più informazioni […]

Il che vuol dire che i contenuti – “professionali”, “giornalistici”, accademici, gossip – sono motivati da tendenze e risultati. Non sono necessariamente giustificati da ciò che avviene nell’industria cinematografica (sebbene Twilight e la sua compagnia di produzione, la Summit, sono di certo un indice delle correnti nell’industria) ma da ciò che più motiva il pubblico. È per questo che alcuni programmi con una base di fan piccola ma che si fa sentire (ed è motivata) può spingere certi programmi a restare in onda: non perché i network rispondano forzatamente agli appelli per una “tv di qualità”, ma perché riconoscono il potere dei fan del programma. E i fan di Twilight, come quelli di Gossip Girl e di Vampire Diaries, sono femmine, tra i 12 ed i 40 anni, e sono pronti a spendere. Per gli spin-off, per avere informazioni, per i biglietti delle anteprime, per vedere anticipazioni inedite. Pagano con dollari veri, ma anche col loro tempo: cercando su Internet, guardando e riguardando i trailer, cercando nei siti di gossip.

La famosa “Teoria di Peter Pan” di Richard Corman diceva che per avere il pubblico più ampio possibile si dovrebbe sempre pensare film per diciannovenni. L’enorme incasso estivo di Transformers 2 prova sicuramente che la tesi è vera. Ma Twilight, i cui quattro libri dominano la lista di bestseller del New York Times da due anni (e, con New Moon, si appresta a diventare uno dei maggiori venditori anticipati di biglietti di tutti i tempi) prova che il testo intermediale – e il suo enorme potenziale di sfruttamento – dovrebbe soddisfare le ragazze.

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Farsi Megan Fox

megan fox nytmagazine Farsi Megan FoxSono ormai quasi tre anni che ci è concesso il lusso di interrogarci — perché proprio non se ne può fare a meno — su quanto sia stratosfericamente strafiga Megan Fox. Abbiamo iniziato, e anche il Vostro Affezionatissimo — che sente potrebbe vivere benissimo anche accontentandosi di Jessica Alba — non potrà liberarsene ancora per un po’. Le ragazzine al liceo si chiedono come al mondo possono competere; i ragazzini del liceo, sconvolti, decidono di non voler neanche più vedere una femmina se non è Megan Fox; tutti gli altri amanti della passerina poco cresciuti di ogni età post-liceale fremono come di fronte a nulla di altrettanto recente. Ma non è solo il volgo ad interessarsi al fenomeno, a volerne penetrare il fitto mistero: sono pronto a scommettere che se Megan Fox fosse Michael Mann, o fosse solo in un film di Michael Mann, i buoni ragazzi di Sentieri selvaggi deciderebbero all’istante di dedicarle un soprannaturale speciale di svariati articoli fra poesia e letteratura, disquisendo della «profusione di superfici» che è il suo pregevole corpo (o anche i poster che la ritraggono, o anche solo le sue stupende labbra: tanto, dovunque ti giri, ecco che «per inciso, ancora una superficie»!), del ruolo di Megan Fox nella Cultura e nella Storia di massa americana, di come Megan Fox «non è un[a donna] in carne ed ossa. Alla fine dei conti non interessa chi sia nella realtà. È un’idea, un’immagine. O meglio un’idea che si fa carne e un corpo che si fa immagine» (chiaro riferimento al comune desiderio — sia ella indifferentemente carne o pura immagine — di farsela), o magari di come Megan sia «un corpo in trasparenza. Un corpo trasparente. Che appare transitando». Il tutto solo per vendicarsi del primo miserrimo compagno di ventura che sosteneva ereticamente che la Fox «non vibra, e non fa vibrare chi l[a] guarda». D’altronde, Sergio Sozzo aveva già scritto del secondo Transformers che era «[u]n film che segna per Hollywood lo stesso scarto che Cantando sotto la pioggia fu per la commedia musicale»: da qui, suppongo, non dobbiamo più aver paura di nessun accostamento. A pensarci, forse c’è qualcosa oltre Megan Fox per cui i maschi poco cresciuti di ogni età post-liceale fremono in maniera abnorme. Ma divago.

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Nemico ultravisivo, anno primo

year one apple Nemico ultravisivo, anno primo

Eccoci predisposti, gentili lettori, per una nuova succosissima puntata della nostra rubrica settimanale più longeva, che va sotto il titolo di “Recensisci il film con spocchia”. In questo episodio il Vostro Affezionatissimo rimane deluso dall’ultimo Mann di Nemico pubblico (io purtroppo ador[av]o Mann, e usare il mio bieco sarcasmo proprio con lui non mi diverte molto), beccandosi attestazioni di disistima dal rivoltoso pubblico commentatore. Naturalmente tutti i miei ragionamenti, che provano ad essere ragionamenti, crollano di fronte ad affermazioni altrui che dell’ultimo Mann attestano (non linkerò, perché quando linko c’è chi si irrita) «la monolitica spazialità visiva dell’immagine che lascia allo spettatore squarci di ultravisione» [sic] (potete anche, se volete, aggiungere qualche maiuscola a piacimento!): come si può discutere con tal Verbo impenetrabile? Visto che c’è sempre chi si esprime (ed è intrinsecamente) meglio di me, mi affido alle parole forti del saggio Matteo Bordone, che parafraserei quasi per definirle meglio ma che preferisco lasciare al loro stato originario: «questo fa del film un argomento perfetto per le pippe de[i] formalisti. E se uno ha studiato un po’ di cinema all’università, i formalisti li riconosce, li evita e non li caga». Passando a cose più leggere, butto giù due parole (sempre spocchiose, e vorrei ben vedere) anche su Anno uno, un film nel quale mancano le richieste dosi di sesso (col che intendo la panza nuda di Jack Black). Il tutto, come sempre, è online su Cine Zone, il peggior sito italiano di cinema.

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Le cronache delle creature selvagge

diary of the dead amish Le cronache delle creature selvagge

Due cosucce inutili — anzi, dannose — da leggere, delle quali mi ero colpevolmente dimenticato: riflessioni sui pro ed i contro di Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze e non entusiasta reazione al finalmente cinematograficamente concessoci Diary of the Dead di Romero. Ho visto anche il bellissimo Haneke, ma il tempo per scriverne mi è a malincuore venuto meno. Come sempre, quanto antedescritto si trova su Cine Zone.

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Accessori alla frutta

amore 14 Accessori alla fruttaSu Coming soon, Adriano Ercolani ha qualche buon centesimo da spendere per l’ultima impresa mocciana, nelle sue stesse parole un ritrattino di chi «vede la vita come una grande cartolina illustrata in cui tutto è accessorio, colorato, alla moda»:

Moccia vuole presentare/ rappresentare questo universo candido, solare, vagamente posticcio, e fin dall’inizio dimostra di sapere perfettamente come farlo; la trasposizione cinematografica di Amore 14 dal punto di vista squisitamente estetico è difficilmente attaccabile poiché presenta una confezione di prim’ordine: dalla fotografia di Marcello Montarsi al montaggio di Patrizio Marone, dai costumi di Grazia Materia al notevole lavoro sulla colonna sonora, zeppa di successi canori del momento. Moccia organizza tutto il materiale a sua disposizione costruendo una pellicola semplice ma spigliata, fresca, capace appunto di andare incontro alle esigenze degli spettatori più giovani. Alcune soluzioni di regia poi si rivelano abbastanza interessanti ed azzeccate, soprattutto quando la pellicola deve tentare di cambiare tono e passare al romantico.

Il risultato complessivo è un lungometraggio fortemente targhettizzato, non c’è dubbio e non poteva essere altrimenti, ma allo stesso tempo pienamente funzionale per ottenere il successo al botteghino: in un contesto semi-industriale come quello italiano in cui il cosiddetto “cinema di genere” non riesce più a trovare una sua dimensione specifica e viene in molti casi vituperato, Amore 14 appare un’operazione commerciale molto ben calibrata, quindi meritevole di attenzione.

«Meritevole d’attenzione» da parte di chi? Ma qui la vera domanda è semplice (modalità sarcasmo on): chi gli ha girato la mazzetta per vendere agli sprovveduti adolescenti — lettori e destinatari di questo prodotto «difficilmente attaccabile» perché ha fotografia, montaggio, costumi e colonna sonora da «contesto semi-industriale» — questa apologia?

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