albertodifelice.com
agosto 2009

La dolce vita, ancora

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 13 settembre 2008 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea.]

dolce vita 1 La dolce vita, ancora

«E questo insiste a guardare»

—ovvero: «I film non cambiano, ma i loro spettatori sì»

Comincio queste mie poche riflessioni sul film tornando su un personaggio che mi è molto caro, perché è il primo attraverso il quale ho iniziato a provare un qualche amore per la critica. Leggere Roger Ebert è per me sempre un’esperienza non molto diversa da quella della visione di un film. È uno dei pochi (posso citare sicuramente anche Robin Wood, che però ha un approccio più accademico) in grado di raccontarsi, più o meno di riflesso, attraverso la descrizione del lavoro altrui. In ultimo, dalla critica e dal cinema voglio proprio questo: un tentativo di comprensione dell’uomo e/o del reale. Ebert in particolare è famoso come il più grande critico “di massa”, un gioviale liberale americano coltivato professionalmente nella metropoli più provinciale d’America, Chicago, e quindi anche solo per questo ben diverso dall’atteggiamento intellettuale della media critica italiana (quella che, proprio parlando de La dolce vita, Pasolini su “Filmcritica” definiva «crocian[a] e borghes[e]») e più in generale europea. Ho citato Pasolini, che da Ebert non potrebbe essere più lontano: è da notare come la sua riassuntiva descrizione ideologica del film («il rapporto intimistico tra peccato e innocenza, la presenza circolante della grazia, la osservazione analitica e amorosa di un mondo livellato dalla metafisica»), con la quale lui sarebbe chiaramente in contrasto, pare curiosamente rimandare al “piccolo” ambiente ideologico in cui Ebert è cresciuto, con la sua rural-borghese Urbana nell’Illinois non molto diversa dalla provincial-borghese Rimini in Romagna.

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Across the Universe: Le onde della rivoluzione

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato l'1 settembre 2008 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea.]

La felicità è una buona sensazione per la pace. […] La vendiamo come il sapone. E bisogna continuare a venderla finché la casalinga pensa: «Oh, c’è la pace o la guerra. Sono quelli i due prodotti».

—John Lennon

Fino ad allora, le persone che promuovevano la pace nel mondo erano tipi intellettuali, gente un po’ anemica che distribuiva opuscoli che nessuno voleva leggere. E John diceva: «Ecco perché vogliamo farlo in questo modo». E secondo me abbiamo fatto bene.

—Yoko Ono

across the universe subway Across the Universe: Le onde della rivoluzione

Across the Universe, per dirla in termini limpidissimi, è un tributo—più che ai Beatles in sé—ad un trasparente moto universale riassumibile in tre chiare ed autosufficienti parole (una, ad esser fiscali): Love, Love, Love. Allo stesso modo, è un flusso rigenerato a posteriori attraverso lo spontaneo movimento storico e di pensiero in cui le canzoni del gruppo di Liverpool sono cresciute, accumulate in un corpo che con esso si confonde con forza inconscia, come tutta la buona cultura pop, tanto che il film le utilizza in maniera del tutto eclettica e libera. I pezzi si collegano superficialmente con la trama: a volte sembrano un commento diretto, altre (più spesso) un commento astratto; si accostano in un continuum l’estetica del musical (e dei vari tipi, dal liceale Grease a Hair, al suo interno), del videoclip, del pittorico. La multidimensionalità nell’uso dei pezzi è più evidente—giocoforza, aver pescato da un solo gruppo ha obbligato ad alcune scelte che possono apparire risibili, come il prevedibile accatastarsi dei nomi—di quanto non accada in un musical pensato e scritto in maniera unitaria, dove pure il fatto che i testi delle canzoni non siano netta riedizione della trama è più la regola che non l’eccezione. Eppure coloro cui il film non è piaciuto tendono a scordarsene, e gli rimproverano proprio l’esilità della trama, la sua superficialità, i «momenti di (falsa) ingenuità patetica», una «patina semplicistica e stolidamente descrittiva dei tempi nei quali quelle canzoni vennero concepite e un mal interpretarne l’ironia, la profondità o la leggerezza, la portata innovativa, eversiva o la magia, in una parola l’essenza»—parole di Luca Pacilio, chiaramente un amante e studioso filologico dei Beatles che il film l’ha mal sopportato.

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Stile e significato

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato l'1 ottobre 2008 nella vecchia versione del precedente blog, non più in linea. Ne è seguita una discussione fra me ed il troppo buon Luciano Orlandini (cinemasema), riportata qui in coda assieme a tutti gli altri commenti di allora.]

fountainhead Stile e significato

Howard, guarda quegli edifici. Grattacieli, le più grandi costruzioni ideate dall’uomo. Eppure le hanno fatte somigliare a templi greci, a cattedrali gotiche, scopiazzando malamente tutti gli stili del passato. Sol perché gli altri hanno fatto così. Io ho detto, ho predicato che la forma di un edificio deve avere una sua funzione, che a nuovi materiali vanno date forme nuove, che un edificio non può copiare parti di un altro stile, come un uomo non può prendere l’anima di un altro.

—Henry Cameron (Henry Hull) ne La fonte meravigliosa (King Vidor, 1949)

Nel riportare la mia discussione con PogoOpossum avevo promesso due post nei quali avrei affrontato alcune delle questioni toccate. Dovrete invece accontentarvi, temo, di un solo post, più (forse troppo) lungo. Vi invito ad aver pazienza. Parto da quella conversazione in quanto mi sembra vada a toccare due punti importanti: il primo concerne la questione iniziale delle “regole”, quindi di come giudicare la messa in scena (intesa nell’accezione comprendente l’organizzazione assieme di filmico e profilmico); il secondo riguarda la teoria del cinema, quella che PogoOpossum chiama sprezzantemente «l’analisi semiotica, estetica e tutte quelle puttanate di quei geni incompresi». In realtà le due questioni sono inestricabilmente legate, ma val la pena di affrontarle per quanto possibile separatamente. Partirò dall’ultima.

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Aritmetica?

[Questo articolo -- riproposizione, come segnalato, di una mia discussione su un luogo virtuale che al momento non è più attivo -- è stato originariamente pubblicato il 27 settembre 2008 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea. Ne è seguita una bella discussione nei commenti, che sono ora riportati in coda.]

dark knight bike Aritmetica?In preparazione a due articoli che pubblicherò presto, riporto qui lo scambio che si è sviluppato tra il 10 ed il 16 settembre scorsi fra me e PogoOpossum (in mancanza di un nome reale) nei commenti ad un post sul suo blog. L’oggetto nominale è, ancora lui, The Dark Knight. La contesa diventa però non tanto sul film quanto, implicitamente, su questioni e tensioni alquanto fondamentali ed intricate in ambito di critica ed accademia; su molti dei concetti espressi in questi commenti tornerò, appunto, nei post che vi ho promesso. Riporto esclusivamente lo scambio fra noi due (su Splinder, saprete, io sono Gahan), dato che è quello che mi interessa. Mi son limitato a elidere l’ultima parte del primo commento di PogoOpossum citato, non influente ai fini del discorso, ad accorpare i commenti successivi di uno stesso utente e a correggere piccoli refusi in due miei commenti.

***

PogoOpossum: Accetto ovviamente pareri discordanti, ma non comprendo.
Non comprendo come da troppe parti si parli di gran film e gran direzione artistica.
Ora, tralasciando i gusti personali che restano – per fortuna – insindacabili, non mi si può venire a dire che Nolan ha diretto bene il film (perché non l’ha fatto… bastano un po’ di rudimenti di regia) e che il film sia granché oggettivamente (ma quel finale con i galeotti che smentiscono il Joker è così ridicolo da essere degno erede dei film comici anni Settanta).
La risposta che mi son dato è che questo film è piaciuto a tutti i non addetti ai lavori, a chi cioè valuta in base alle proprie emozioni e/o sulla base di sensazioni. […]

Gahan: Posso chiedere, di grazia, in base a quali “regole” si può dire che Nolan abbia girato “male”? Premesso, come dovrebbe essere chiaro a tutti coloro che hanno “rudimenti di regia”, che il cinema non è aritmetica, le regole non esistono, e che se si pensa il contrario rimaniamo al dire che “Fino all’ultimo respiro” è girato male.

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Tutta la vita davanti di Paolo Virzì

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 20 agosto 2008 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea.]

tutta la vita davanti stick Tutta la vita davanti di Paolo Virzì

Una vita non assoluta, né relativa

C’è una tentazione vecchia—comprensibile ma anche rischiosa, e a volte assai svilente—che non riguarda solo questo film, ma è più in generale un brutto vizio della critica e anche del semplice spettatore: il ricondurre un po’ volgarmente la “visione del mondo” contenuta in un film a quella che sembra trasparirci dal mondo reale, e che vorremmo fedelmente rispecchiata. Ignorando che la nostra stessa comprensione del reale è tutto fuorché oggettiva, e spesso tende anzi ad appiattirsi sul «tutto bianco» o «tutto nero»: non ci sono forse ancora i totali sostenitori della primitiva mano invisibile smithiana, che credono i call center e i liberi contratti a progetto siano splendida e sufficiente espressione del libero mercato, e all’opposto gli strenui marxisti che credono viviamo ancora in una dittatura capitalista che si esprime oggi in un’attuale condizione di precariato e sfruttamento generazionale?

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World Trade Center: Un melodramma per l’America di oggi

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 27 marzo 2008 sul mio vecchio blog Gahan at the Movies.]

world trade center stone World Trade Center: Un melodramma per lAmerica di oggi

Volevo fare film sull’America. Non solo accontentare i gusti americani. I francesi li chiamano contes moreaux—una serie di episodi. Non tanto racconti morali, quanto racconti sulla moralità della gente

—Douglas Sirk

world trade center cage World Trade Center: Un melodramma per lAmerica di oggi

Parola al Maestro

A mio parere (e sono uno dei pochissimi, almeno in Italia, e più in generale in Europa; al contrario, in casa—che d’altronde è dove conta—il film ha ricevuto fortunatamente più consensi critici, oltreché di pubblico), col suo film Stone ha letto perfettamente il funzionamento del genere melodramma, e l’ha applicato con acume alla materia e al suo tempo. Per iniziare queste mie brevi riflessioni, mi piacerebbe dunque affidarmi alle parole di uno dei massimi esperti nel campo. Riporto di seguito uno stralcio (mia traduzione) di un’intervista di Michael Stern a Douglas Sirk, dalla quale è tratta anche la citazione d’apertura.

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Apocalypto, ovvero avere le idee chiare e saperle esprimere

[Questo simpatico articolo, nel quale in pratica in uno dei miei assalti d'idiozia dipingo con grazia Mel Gibson come un pazzo Anticristo, è stato originariamente pubblicato in data 23 gennaio 2008 nel mio vecchio blog Gahan at the Movies. La discussione che ne è seguita nei commenti fra me, Gabriele Niola ed il mio vecchio compagno di litigate andag (che fine avrà fatto? Spero sia ancora in giro e rida a pancia piena delle copiose cavolate che scrivo) è un irresistibilmente ridicolo tributo alla potenza del termine thread. Se avete la pazienza di immergervi nella lettura di quell'appassionato scontro, cui vi rimando, buon divertimento.]

apocalypto 1 Apocalypto, ovvero avere le idee chiare e saperle esprimere

Nella mia recensione di Apocalypto, dopo la prima visione, scrivevo che questo film «non sa cosa vuol dire». Chi lo apprezza solitamente tira fuori la solita storia: questo film è null’altro che un semplice film d’avventura. Bisognerebbe poi indagare su questa candida difesa: vorrebbe dire che un film d’avventura non produce null’altro che inseguimenti? Chiaro che no, come non è vero che una “semplice commedia” produce solo battute o situazioni divertenti. Ma tornerò sul punto.

Giustamente anche lo stesso Gibson conferma: «Oddly enough, I just wanted to fashion a really exciting chase». Se non che poi nella stessa intervista pare dire (come riportato altrove) che questo film sarebbe addirittura un commento sulla paura instillata dall’amministrazione americana (Bush, quindi) per mantenere il potere. E a leggere l’intervista quasi si è convinti. Anche se si è un po’ spiazzati perché non si sa da quale versione esser convinti. A lume di naso bisognerebbe propendere per la seconda versione, giustificando la prima come questione di opportunità politica delle dichiarazioni dell’autore. Diamo comunque per scontato che Gibson in cuor suo avesse buone intenzioni. Come accade il più delle volte, tuttavia, puoi avere le intenzioni migliori del mondo ma se non scegli bene il come, finisci per produrre qualcosa di quantomeno contraddittorio. Più o meno come le tue dichiarazioni alla stampa. Il minimo che si potrebbe dire di Apocalypto è appunto che è un film contraddittorio.

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L’horreur à la frontière française: Parte seconda

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 12 febbraio 2009 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea. È una felice continuazione di un'allora parecchio acida discussione fra me ed Alessandro Baratti. I commenti che ne sono seguiti sono ora riportati nel corpo del testo. Buona lettura.]

Venuto in possesso del dvd, ho rivisto come promesso il film di Xavier Gens, che al tempo dell’uscita ha generato questo post e relativa discussione fra me e il buon (anche se adesso, se mai mi ha considerato, mi considera indubbiamente come feccia) Alessandro Baratti. Non è ovviamente di utilità a nessuno che io ribadisca adesso quello che sostanzialmente era il mio giudizio; mi interessa semmai tornare brevemente sulle sequenze d’apertura e chiusura, dato che su di quelle ci eravamo concentrati nel parlare della “critica sociale” — o sua mancanza — nel film. Non ho intenzione di dimostrar nulla con questo post, e di certo non che la lettura di Baratti sia indifendibile — au contraire, è indubbiamente quella giusta. L’interpretazione di un film, comunque, non corrisponde ad un giudizio di valore sullo stesso: se accetto la lettura di Baratti, non devo anche esser convinto che il film vi giunga in maniera eccelsa o anche solo interessante. Di certo, come capita il più delle volte per i film nei cui confronti sono stato particolarmente severo, la seconda visione ha attutito il mio giudizio; purtroppo, non lo ha cambiato — reputo ancora il film piuttosto velleitario, anzi grossolano. Cercherò di seguito di spiegare almeno parzialmente perché.

frontieres1 Lhorreur à la frontière française: Parte secondaNei commenti al post di cui sopra, Baratti parla della «rappresentazione delle forze dell’ordine (quasi sempre inguainate in uniformi nere, osservate in azione mentre percuotono e ammanettano i giovani rivoltosi e, soprattutto, posizionate nel posto di blocco finale in formazione marziale a braccio teso)». Ora, mi sembra necessario notare preliminarmente che, al di là del fatto incidentale che è improbabile che le forze di polizia indossino in qualsivoglia circostanza delle uniformi color fuxia, nel corso del film — apertura e chiusura escluse — ricorrono solo due circostanze nelle quali viene fatto riferimento all’attualità politica interna alla vicenda narrata. La prima è a dieci minuti dall’inizio, quando Tom (David Saracino) e Farid (Chems Dahmani) in fuga in auto verso la frontiera ascoltano alla radio (veniamo aiutati da una transizione dalla scena precedente su immagini di commento che riprendono i titoli di testa) del coprifuoco imposto dal governo uscente dopo i risultati del primo turno delle presidenziali e gli scontri parigini — «È meglio espatriare alla svelta: qui non si sa come va a finire», commenta Farid.

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L’horreur à la frontière française: Parte prima

[Questo articolo oltremodo odioso è stato originariamente pubblicato il 13 novembre 2008 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea. Ne è nato uno scambio un po' stizzito con Alessandro Baratti, riportato ora nel corpo del testo. Fortunatamente, la nostra discussione è proseguita mesi dopo su binari più piacevoli e proficui. Buona lettura.]

Pare esserci molto entusiasmo, complice forse anche la vittoria di Frontière(s) all’ultimo Ravenna Nightmare Film Festival, per l’ultimissima ondata di horror francese. Non per nulla dico io: la nuova “certa tendenza del cinema francese” (anzi, citando Jean-François Rauger e Isabelle Regnier su “Le Monde”, «une certaine manière de rivaliser avec le cinéma hollywoodien» — almeno finché i registi interessati e chi altro assieme a loro non ricevono offerte utili a trasferirsi sulle colline californiane, ovviamente) fila che è una bellezza, sembra, dal punto di vista produttivo. (Mi manca un panorama completo della produzione, comunque, ragion per cui non posso affatto dirmi un esperto; non sono neanche un appassionato, ma ho ad esempio molto gradito Haute tension e Ils.) Per gli amanti del “cinema di genere puro” dev’esser, non c’è dubbio, qualcosa di cui deliziarsi. Senonché, nello specifico, la scorsa settimana — altro film del quale non ho scritto — ho visto il Frontière(s) in questione, e l’ho trovato molto semplicemente — quel horreur! — un’accozzaglia di cavolate.

frontieres jorris lefebure Lhorreur à la frontière française: Parte primaNon ne ho scritto, dicevo, ma la mia misera stellina su Cine Zone dovrebbe essere abbastanza chiara a riguardo. Ad esempio: mal ho sopportato l’emulo di Erich Priebke (Jean-Pierre Jorris) che funge da patriarca nazista e se ne va in giro con la sua bella Walther d’ordinanza a blaterare di “reines Blut”. Non che io voglia ridurmi a parlare a mo’ di battuta da bar dei personaggi in quanto tali (ma anche sì: ogni tanto rilassarsi fa bene), ma mi attivo quando sento dire che tale individuo starebbe a «trasfigura[re] il razzismo sotterraneo della Francia contemporanea in rigurgito veteronazista e aberrazione domestica (il patriarca farneticante che militarizza la famiglia), cogliendo l’occasione per sciorinare una fascinazione per l’uniforme e i cerimoniali che profuma di soave derisione della Gendarmerie Nationale» (Alessandro Baratti su “Gli Spietati”). In poche parole, saremmo dalle parti dell’horror indipendente (rivale alle majors hollywoodiennes) migliore, quello bagnato di sporca critica sociale, anziché dalle parti dell’esercizio artigianale (magari pregevole, ma io fatico sempre a lasciarmi impressionare dalla vuota artigianalità; Baratti ci informa, «esaltat[a] da un reparto tecnico semplicemente prodigioso») fatto per divertirsi basandosi su ben noti meccanismi e omaggi da fan bambinone — o almeno, saremmo da entrambe le parti. Saremmo, riassumendo, dalle parti dell’horror, per riprendere ancora Rauger e Regnier, che mira «à représenter une extrême violence et à s’interroger sur l’obscénité de celle-ci». Cosa diversa, insomma, dall’ultimo giocherellone (e a mio avviso, ben più artigianalmente divertente) Neil Marshall di Doomsday, par exemple.

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Cinebloggers (e non)

[Questo articolo-discussione è stato originariamente pubblicato il 2 marzo 2009 nella vecchia edizione del presente blog, non più in linea. Nel corpo del testo sono ora riportati i commenti che sono seguiti. Buona lettura.]

dawnd cineb Cinebloggers (e non)Data l’avventata decisione del buon Gabriele Niola (gparker) di invitarmi nella Cinebloggers Connection, è nata una discussione sul suo blog. La riposto qui di seguito, riportando solo i commenti rilevanti, nella convinzione che possa essere interessante anche per altri, che magari se la sono persa. Segnalo solo che, al momento di postare (ovvero quattro giorni dopo il post incriminato), degli altri due nomi proposti nell’invito, solo Valentina Ariete è stata accettata nella Connection da altri due giudici.

Alberto Di Felice: Ma come, così, senza neanche avvertire–
Carissimo Gabriele, mi fa molto piacere che tu abbia pensato a me, e te ne ringrazio. Soprattutto, mi fa piacere che le nostre “litigate” ti soddisfino, per quanto possibile: d’altronde i blog, nel migliore dei mondi, dovrebbero servire proprio a “litigare”, sennò sai che noia.
Io però gradisco che le cose rimangano così come sono, e non ho particolare interesse a entrare nella Connection. Quindi declino rispettosamente la mia candidatura.
Un saluto.

gparker: rispetto la tua scelta chiaramente ma a questo punto non posso non chiederti come mai rifiuti una cosa che non implica alcun impegno?

frankie666: Bravo Di Felice, non sentendo il bisogno di aggregarti puoi restare veramente indipendente.
per me Cineblogger modello. [...]

gparker: Ecco qui hai sparato proprio LA cazzata per antonomasia. Sia in generale con la storia dell’indipendenza che esiste solo fuori da qualsiasi forma d’aggregazione, sia nel particolare parlando dei cineblogger come se facendone parte uno non è più indipendente e cambia il proprio modo di scrivere o quello che dice.

Alberto Di Felice: Gabriele: Provo a risponderti.
Io credo che per entrare in un qualcosa, anche se questo qualcosa non implica particolare impegno (e anche solo doversi postar da soli i propri voti, comunque, è un qualche impegno), si debba sapere molto chiaramente il perché lo si fa: a me non piace aggregarmi a qualcosa se non vedo un che di razionale nel farlo. E francamente non ho mai capito a cosa serva la Connection: ci vedo semplicemente un aggregatore di voti senza nessun vero progetto (anche “ideologico”, volendo, o meglio semplicemente “critico”) dietro. Mi ritroverei messo nello stesso gruppo di tanti blogger diversissimi da me per convinzioni e approccio alla “materia” — alcuni dei quali, in tutta onestà, neanche mi piacciono. Questo per me non ha davvero alcun senso. Sarà che ho un forte sentimento di individualità, e ho sincera passione per quello che faccio (per quanto modesto e criticabile sia), ma se entro in un qualcosa devo rispecchiarmici. Così non è, fosse solo perché non c’è neanche qualcosa da opporre.

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