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Registi

Angeli di Ozon

angel ozon gondola Angeli di OzonNella scorsa giornata recuperavo, con brillante intuito e spirito natalizio, gli ultimi due film di François Ozon: Angel – La vita, il romanzo (2007) e Ricky – Una storia d’amore e libertà (2009, uscito in dvd appena il 1 dicembre corrente anno). È una perfetta accoppiata per le feste, in effetti, se non volete andare per il mainstream: il primo, un romanzo d’arte/bellico disegnato con brillantissimi pastelli quasi-festivi (e un po’ di volutamente pacchianissimo blue screen!); il secondo, una moderna fiaba realista/surrealista sulla famiglia proletaria che coinvolge un grazioso essere con le ali, possibilmente un angioletto o volendo, dato il periodo, una qualche versione alata di Gesù bambino. (Se volete far tris, alla lista degli Ozon natalizi potete aggiungere il più noto ed evidente 8 donne e un mistero.)

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Kevin Smith trentanovenne soddisfatto

kevin smith superbad premiere Kevin Smith trentanovenne soddisfattoEcco le ragioni (se non vi erano già chiare dopo aver visto le sue ultime fatiche) per le quali per Kevin Smith non è più necessario far cinema:

All’inizio, [realizzare film] era un mezzo di comunicazione. Ero un tizio del New Jersey che diceva: «Devo fare un film; devo comunicare». […] Lo faccio da anni e adesso ho trovato un modo più facile e veloce per farlo. Sto imparando a compartimentalizzare la mia vita, nel senso che adesso devo dire tutto con un mezzo solo. Dico storie con i film, ma non necessariamente riguardano me e i miei amici. Adesso se voglio essere me stesso ed esprimermi, posso farlo con gli SModcast [il suo podcast] o sul palco, o metterlo in un post o un fumetto. […] È triste quando capisci di non poter più essere un giovane arrabbiato. Il giovane arrabbiato è a malapena interessante e tollerabile quando ha vent’anni. Ma alla fine dei vent’anni? Primi 30? Dio non voglia tardi 30? non si può più. Sono in un’industria in cui devo far finzione per vivere, quindi per cosa diamine sono arrabbiato? Non c’è più nulla; sono un uomo di mezza età molto soddisfatto. […] La gente chiede «Ah quando tornano Jay e Silent Bob?» e io rispondo «Non credo torneranno. Ho 39 anni, cazzo! Non posso più mettermi il berretto all’indietro». […] Ho pensato «Oh, mi dispiace che “Zach and Miri” non sia andato bene» ma in realtà mi dispiace perché non avrei mai dovuto fare “Zach and Miri” perché ormai sono oltre. Non che sia troppo bravo ma quel film è successo troppo in fretta. Il copione è nato così velocemente, e il film l’abbiamo finito velocemente. Non c’è niente di sbagliato in questo, ma dov’è il mondo da cui sono venuto? Nel mio mondo mi scavavo con le dita nel petto, aprendo tutta la cavità, tirando fuori un bel pezzo di grasso tessuto cardiaco, buttandolo su un piatto, mettendocene un altro sopra e buttandolo su un proiettore. Non facevo semplicemente film, ci mettevo cuore ed anima dentro.

Ecco presto confermata una dura realtà: alla fine, è facile e comprensibile dover mettere la testa a posto.

Tarantino, Cinema Sampler

tarantino inglourious 2 Tarantino, Cinema SamplerQuando un pezzo di scrittura critica non funziona, raramente la cosa ha a che fare col fatto che il proprio giudizio positivo o negativo vi trovi riscontro. Di certo la parte valutativa è importante, e naturalmente tende a colorare quanto si scrive; ma le opinioni ed i giudizi in sé e per sé — per riprendere una nota espressione eastwoodiana nel quinto episodio dedicato alle avventure dell’ispettore Harry Callahan — sono come i buchi del culo: ognuno ne ha uno, e tutti pensano che quelli degli altri puzzano. Una buona critica, indipendentemente dal giudizio, deve informare sul film e descriverlo correttamente; non necessariamente in maniera completa (cosa che sarebbe di ben difficile umana realizzazione) ma quantomeno evitando di rappresentarlo in maniera chiaramente errata. O, anche peggio, non rappresentandolo affatto. Come ho già testimoniato, la mole e la qualità dei contributi rintracciabili in rete, in inglese, sull’ultimo film di Tarantino è impressionante. Ora, questi scritti sono per lo più positivi in termini di giudizio verso Bastardi senza gloria, ma il mio interesse verso di loro sta indipendentemente da ciò proprio nelle caratteristiche di lunghezza e profondità delle analisi che offrono. Sono felice di aggiungere agli articoli già segnalati un più recente pezzo di Steven Santos sul suo blog: l’analisi di Santos, contrariamente alle altre, è negativa verso il film, ma lo è non limitandosi a veloci e semplici giudizi. Sebbene io faccia fatica a condividere di base alcune delle sue affermazioni — che mi pare tendono a delimitare troppo in senso personale quelle che possono essere le possibilità poetiche di un autore (il mio argomento, ammesso e non concesso che così sia per Tarantino, è: se anche la sua vita è fatta solo di film, di omaggi a film, perché no? Ho qualche problema anche col ruolo che attribuisce alla rappresentazione della violenza e sui termini della sua speranza per un cinema “progressista”) — sono degne di essere prese in considerazione proprio per il modo operativo in cui affrontano il compito di presentare un’opinione contraria a quella maggioritaria. Molte delle sue obiezioni sono di natura simile a quelle mosse da Paolo D’Agostini (sempre ciao Sergione!), ma qui gli elementi su cui sono basate sono assai più chiaramente individuati; non si deve condividere il giudizio di merito sugli stessi per poterci instaurare un dialogo. Di seguito, una mia traduzione dei passaggi a mio avviso più importanti, con avvertenza spoiler.

***

Il problema che ho nel leggere tutti i pezzi su “Bastardi” è che in un qualche modo sembra che il film di Tarantino sia l’antidoto alle schifezze che Hollywood sforna, anziché esser parte del problema. […]

Nonostante altri abbiano sostenuto che rappresenti la genialità di Tarantino come regista, io credo che il film riveli i suoi limiti e difetti sia come scrittore che come filmmaker. Ha solo rafforzato il mio dubbio circa i suoi primi film che lui sia un Campionatore del Cinema che ha problemi a rendere unito un film che non riguardi molto se non altri film. Direi che la sua propensione a campionare altri film produce un film in cui ogni scena sembra esistere a sé, ma non contribuisce in realtà molto all’insieme. Sono pezzi di diversi film ed ispirazioni uniti con un po’ di disagio con titoli di capitoli usati come nastro adesivo.

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John Hughes, narratore di disillusi e ribelli

ringwald hughes schoeffling John Hughes, narratore di disillusi e ribelli

Dicevano: «I ragazzi non lo vedranno. Non c’è azione. Non c’è una festa. Non c’è nudo». […] Ma non vedevano l’elemento davvero fondamentale dell’adolescenza, cioè che ci si sente bene tanto quando si sta male che quando si sta bene. A quell’età, mi ricordo, molte volte, guardavo fuori dalla finestra e mi sentivo triste per me stesso. «Tutto il mondo è contro di me. Nessuno mi capisce». È un gran divertimento. Uno dei grandi misteri di quell’età è che le emozioni sono aperte e fresche e crude. È per questo che ho continuato con quel genere così a lungo.

John Hughes su The Breakfast Club

Il mio primo ricordo da essere social-politico senziente risale a qualche giorno del 1989–’90: qualcuno della mia famiglia, guardando un servizio di telegiornale, commentava che dopo il crollo del muro «nulla [sarebbe stato] più come prima». La verità è che tutto sarebbe rimasto fondamentalmente uguale a com’era da qualche anno a quella parte, nella vita media comune, perché l’immagine di successo e benessere lanciata negli anni che furon di Reagan era stata il culmine indubbio del capitalismo, ossia di quella dottrina economico-sociale che promette a chiunque di potersi cercare la felicità e di avere la tv a pagamento. Ecco la “fine della Storia”, in due parole. Quel che conta per un adolescente non è la felicità — anche perché questa non si sa cosa sia — ma la sua promessa: vuole trovarsela da solo, e ha più probabilità di farlo col pop emotivo da consumo che non con i beni razionati nei mercati di Mosca.

L’entroterra a nord di Chicago negli anni ’80 era un ambiente chiuso praticamente perfetto, illustrazione di questo ineguagliato successo, una serie di quartieri residenziali da piccolo-media cittadina della Core America vicino però ad una grande-piccola metropoli, dove idealmente si ha tutto ciò che si può volere. O almeno, lo si può cercare. Un posto meraviglioso ed autosufficiente nel quale crescere, anche se quando si cresce per definizione raramente si è soddisfatti e si vorrebbe semmai scappare. Di fronte a questo quadro, un italiano orgoglioso dei nostri borghi ricchi di storia e cultura (?) — o il critico culturale di sinistra — dovrebbe inorridire: quello non era un mondo meraviglioso, ma un posto senz’anima, puro consumismo massificato americano nell’era più atroce del consumismo massificato americano. Questo, comunque lo vogliate descrivere, era il mondo di John Hughes, morto a 59 anni per un arresto cardiaco lo scorso giovedì 6 agosto 2009.

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Affetto e sincerità nel cinema di James Gray

twolovers hallway Affetto e sincerità nel cinema di James GrayIn un post sul suo blog appena inaugurato, Matt Noller torna sull’ultimo bellissimo film di Gray sottolineandone quello che è l’aspetto che più aveva colpito anche me già alla prima visione. Non casualmente, parte con una citazione da David Foster Wallace, che prelude al recupero del saper realmente e nuovamente “morire” dell’uomo in quelli che troppo frettolosamente e con troppa varietà sono stati classificati come “tempi postmoderni”. Ve lo consiglio, come vi consiglio l’intervista a Slant Magazine che Noller cita.

È estremamente difficile trovare film americani che affrontino i problemi d’amore in un modo che non sia umoristico. Facciamo commedie romantiche molto buone, le abbiamo sempre fatte. Negli anni ‘30, erano stupende, vero? Ma allo stesso tempo facciamo molto male film seri sull’amore. … L’amore è in sé una forma esagerata di comportamento umano e noi facciamo e diciamo cose ridicole. Ci comportiamo in modi che sono quasi infantili. … Cosa significa essere una persona civile? Cosa significano l’acquisizione del linguaggio e le trappole della classe sociale? È una sciocchezza, la classe sociale. È folle. È solo una condizione fortunata di esistenza. Tutte queste cose mi affascinano. … Volevo fare un film che non aderisse ai cliché del cinema popolare o ai cliché del cinema d’autore. … Qualcosa che esistesse interamente nel suo solo universo perché era ciò che voleva essere. Qualcosa che fosse emozionalmente diretto. L’unica cosa di cui mi preoccupo è che i miei film siano emozionalmente diretti ed emozionalmente onesti. È tutto ciò che chiedo a un film.

—James Gray

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