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Pillole

Cannes e dintorni 2010

La rassegna che porta Cannes a Milano — fra coupon da ritagliare e code — si è conclusa ieri, anche se per me si è conclusa domenica. Mi spiace in particolare essermi perso Illégal di Olivier Masset-Depasse, vincitore principale della Quinzaine des Réalisateurs, che Gabriele Niola descrive come «un racconto nel quale le emozioni dei brevi momenti e dei piccoli gesti prend[ono] vita e in cui i sentimenti dei personaggi in ogni singolo momento [sono] chiari come essi fossero fatti di vetro». Ho trovato modo di vedere (solo) sette film, due dei quali visti assieme al sempre amabile Souffle (qui trovate il suo resoconto). Oltre a questi, è stato proposto (a quanto pare, con una proiezione indecorosa) l’ultimo di Jane Campion, lo stupendo Bright Star, del quale parlo su Cine Zone (vi invito a leggere, più che le mie indegne due righe, quelle del sempre ottimo Augusto Leone). Eccovi le opere da me visionate, in ordine di apprezzamento:

another year cannes Cannes e dintorni 2010

Another Year di Mike Leigh [Selezione ufficiale]

Mentre ero in fila per l’ultimo film visto della rassegna, una signora davanti a me argomentava discutendo con un’altra: «Un film così non è credibile: questa coppia perfetta che ha tutti e solo perdenti come amici. Voglio dire: qualche amico perdente l’abbiamo tutti, ma se avessimo solo amici perdenti ci sarebbe da deprimersi!». Esatto, o quasi, al contrario: per i coniugi Tom e Gerri (Jim Broadbent e Ruth Sheen — non c’è bisogno vi dica che sono stupendi, perché in un film di Leigh si è naturalmente portati ad esserlo) la felicità sembra essersi stabilizzata proprio nel potersi dire stabilmente migliori dei propri amici. Leigh, ovviamente, non li disprezza in quanto coppia — sono persone che si direbbero adorabili, pronte ad aiutare (sapendo sempre però quando fermarsi e mettere davanti a tutto “la famiglia”, come quando l’attaccamento della vecchia amica spinster Mary [Lesley Manville] per il figlio Joe [Oliver Maltman] minaccia di farsi imbarazzante) come i familiari più affidabili — ma parteggia per la povera Mary bislacca oltre gli anni, il povero Ken condannato a rimanere grasso e alcolizzato (Peter Wight) ed il povero (?) Ronnie vedovo (David Bradley). Mi sono trovato a sperare di non finire come loro: la vita, quando si ha per modello l’esistenza borghese di Tom e Gerri, sembra un imbarazzo dal quale, quando va bene, non può salvarti neppure l’ennesima tazza di tè.

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Racconti i fatti e lasci stare l’allattamento

favoritewife Racconti i fatti e lasci stare lallattamento

Bene, dov’eravamo? Vi avevo promesso che avrei cercato di riprendere le trasmissioni del blog, con più regolarità, e vi sarete accorti che non ci sono riuscito. Nella scorsa settimana sono stato perennemente chiuso in casa, assai poco piacevolmente impegnato la totalità di mattina e pomeriggio e con giusto la voglia disperata di trascorrere le serate in poltrona per riuscire almeno a trovare il tempo per un film. Fino al 28 maggio le cose non miglioreranno di certo. Nel fotogramma in alto, intanto, trovate la selezione di stasera: Le mie due mogli (Garson Kanin, 1940) con Cary Grant e Irene Dunne, una piacevolissima commedia romantica che Leo McCarey non ha potuto dirigere per colpa di un brutto incidente d’auto. In ogni caso, il brio un po’ frustrato dei valori familiari in pericolo rimane, e Grant da solo mi fa andare su di giri come sempre. L’immagine in questione è tratta dalla scena d’apertura, nella quale l’avvocato di Harvard Nick Arden (Grant) cerca di ottenere in un sol colpo la dichiarazione di morte della moglie Ellen (Dunne), ritenuta ormai nelle mani del Signore dopo esser sparita sette anni prima in un naufragio, seguita dal suo nuovo matrimonio seduta stante con la giovane Bianca (Gail Patrick). Nella scena successiva, subito Ellen si è fatta dare un passaggio e, sorpresa, è tornata a casa ad abbracciare i due figli, creando un parapiglia. Nella gustosa apertura, imperdibile il siparietto col giudice Bryson (Granville Bates), svogliato e poco sveglio, che anche giustamente ci capisce poco rovistando nella pratica sotto i suoi occhi mentre Arden prova a spiegargli. La scena si ripeterà alla fine del secondo atto, ugualmente spassosa, quando marito, due mogli e amante naufrago della prima moglie (quel fustacchione di Randolph Scott) tornano in corte per far rettificare il tutto.

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“Bisogna in un certo senso che troviamo un modo”

italian embassy brussels Bisogna in un certo senso che troviamo un modoGentili lettori, gentili lettrici. I meno distratti fra voi si sono accorti del lungo silenzio di questo blog, il cui ultimo post risale ormai al 15 gennaio. Non scrivere mi ha fatto render conto della stramba circostanza che questo modesto blog ha più estimatori di quanti pensassi; inoltre, mi ha reso conscio del fatto che basti un solo post su Avatar (tra l’altro, poca roba davvero) per tener su le visite occasionali per un bel po’, pur mancando nuovi contenuti. Grazie, James Cameron.

Alle cose serie, ovvero le giustificazioni per questa mia assenza. Il Vostro Affezionatissimo è stato molto impegnato: fra le altre cose, ha avuto il piacere di esser ricevuto nella nostra bella ambasciata a Bruxelles dall’ambasciatore Siggia, prima che questi venisse richiamato a Roma “per consultazioni” a seguito dell’affare Di Girolamo. Per il resto, ormai ho modo solo di recarmi alle proiezioni e scrivere le mie inutili recensioni, che in tutto questo tempo sono sempre state ad attendervi su Cine Zone. Sempre lì. In attesa di riprendere trasmissioni più sostenute su queste pagine, vogliate quindi gradire un riepilogo di link a quanto ho prodotto dalla metà di gennaio. I film sono raggruppati in fasce decrescenti di gradimento, e in ordine alfabetico all’interno di queste. Buona lettura.

Quando “io ti vedo” meglio

avatar chinadaily Quando io ti vedo meglio

È finalmente arrivato il giorno italiano di Avatar. In tutti i cinema, a ogni dimensione. Il Vostro Affezionatissimo ci tiene a darvi una sua opinione informata avendolo visto due volte: la prima — della quale vi ho già reso conto — in condizioni bidimensionali precarie (rivelatesi, come avevo intuito, alquanto affidabili) dodici giorni fa, la seconda in cullanti e pressoché ideali condizioni tridimensionali lo scorso mercoledì 13. Il risultato è la mia puntuale, inutile recensione su Cine Zone, dove trovate anche quelle ben più interessanti dei miei colleghi. Sulle pagine del peggior sito italiano di cinema c’è poi da svariato tempo anche un mio recupero home video di gran pregio, The Sky Crawlers di Mamoru Oshii, uscito da noi direttamente in dvd lo scorso 30 dicembre.

Fuck the president!

stop loss phillippe Fuck the president!

Felice continuazione di festività, fedeli lettori. Mentre voi vi godete la vita, su Cine Zone io parlo di drammi convergenti sulle guerre americano-mediorientali: fra le uscite del passato weekend natalizio c’è infatti Brothers di Jim Sheridan, che purtroppo mi ha vagamente deluso. Per farmi del male andando contro i positivi sentimenti richiesti dal periodo, poi, ho recuperato come promesso Stop-Loss di Kimberly Peirce, uscito da noi direttamente in DVD ormai un anno fa, sul quale offro qualche considerazione non so se più di comprensiva ammirazione o rabbia — forse più la seconda.

La sinistra, da svariato tempo, è muta

bandslam kudrow La sinistra, da svariato tempo, è muta

[In alto: Lisa Kudrow, esterrefatta dopo aver letto l'allusione politica nel titolo di questo post, osserva la sua cagna nel giardinetto di fronte che entra a copulare nella nuova casetta del cane di Wes Craven.]

Non avendo voglia di pagare per andare a vedere Natale a Beverly Hills, questa settimana su Cine Zone ne approfitto per recuperare due uscite home video del mese in corso. La prima è il da noi straight-to-video L’ultima casa a sinistra, uno di quei suoi remake che Wes Craven ha prodotto per comprare una casetta nuova all’affezionato cane. Il secondo è uscito al cinema in settembre ma mi è sfuggito anche per colpa della pessima distribuzione (per di più, è uno dei film con peggior lavoro di marketing degli ultimi tempi), e viene dunque recuperato ora che è disponibile in dvd: sto parlando di Bandslam.

Che l’Hashem sia con tutti voi

land of the lost ferrell Che lHashem sia con tutti voi

L’impavida solitaria goccia di sudore sul nasino di quel pazzo di Will Ferrell vi segnala che su Cine Zone sono parcheggiate da stamane quattro mie velocissime parole su Land of the Lost, filmetto che mi ha visto combattere a lungo con la palpebra calante, per colpe solo lontanamente dipendenti dal vinello che mi ero concesso in precedenza. In compenso, alle 19.15 di oggi uscivo dalla proiezione di A Serious Man dei Coen, che ho fatto decisamente bene a recuperare finché ero in tempo prima di Natale. Grazie al cielo non dovrò scrivere di questa parabola esistenzialista ebraica, risparmiandovi altre parole inutili.

Le 500 lune e i tetri segreti dell’imperatore

tetro mask Le 500 lune e i tetri segreti dellimperatore

[In alto: il presente blog punta astiosamente il dito contro un'effigie di suo nonno per rimproverarlo di averlo ultimamente troppo trascurato. Courtesy of Mihai Malaimare Jr.]

Gentili lettori, felice mese di dicembre a tutti voi. Mi occorrerà — dato il letargo del quale gli assidui fra voi si saranno accorti — recuperare una settimana arretrata della vostra rubrica preferita, che dallo scorso mese ho appreso intitolarsi “Recensisci il film con spocchia”. Puntata cumulativa, insomma. Stavolta sono più che lieto di farvi pervenire osservazioni più che positive, nel secondo caso addirittura entusiastiche, per due “piccole” uscite della scorsa settimana: il documentario (ma a ben vedere, una commedia romantica perfettamente sceneggiata — il protagonista non se n’era accorto) dedicato a Valentino l’ultimo imperatore e l’ultimo Francis Ford Coppola di Tetro aka Segreti di famiglia. Ad accompagnare queste due finezze — non disperate! — abbiamo pur sempre due delusioni o presunte tali: il secondo capitolo di Twilight, New Moon, e la più recente “commediola” romantica che potete guardare ad occhi chiusi in cuffia mentre passeggiate col vostro iPod, (500) giorni insieme. Il tutto non può che essere su Cine Zone, l’unico posto dove si può pensare di trovar pubblicata tanta spazzatura.

Uomini che odiano le capre deformate

 Uomini che odiano le capre deformateNe L’uomo che fissa le capre di Grant Heslov — una commedia apertamente stralunata alla maniera delle commedie che sanno dall’inizio di esser stralunate, fino purtroppo a sbrodolarsi — la pazzia dell’apparato militare americano (saprete, il più nevrotico del mondo giacché il più grande e per questo avvezzo alle manie di grandezza, nonostante le batoste) si libra piano piano in volo, seguendo insegnamenti finto-misticheggianti conservati pari pari dagli anni ’60/’70, quelli del Vietnam e dei fiori adottati per tappare l’artiglieria. Insomma: aprite l’occhio mistico e capirete che è tutto insensato — l’unica cosa che conta è l’amore! In virtù di ciò, si arriva al punto in cui i militari statunitensi sono tutti strafatti e si lasciano andare al potere lenitivo degli allucinogeni.

Per quanto sopra, credo si debba dedurre che aver visto il film in allucinogenissima prima fila, arrivato tardi senza premurarmi di prenotare, non sia stato in fondo un complemento casuale. Tuttavia non posso evitare di riflettere amaramente che se avessi invece scelto di scaricarlo e guardarmelo sul divano di casa, direi anche indipendentemente dalla qualità della copia procuratami, avrei matematicamente visto una versione più accettabile per fedeltà alla cosa vera. Qualsiasi tizio con una videocamera — ma anche Aleksandr Nikolaevič Sokurov quando spalma una fetta di pane con Nutella per la mamma riprendendosi col cellulare — avrebbe usato meno violenza sulle faccione dei poveri George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges e Kevin Spacey. Dovrebbe essere semplicemente proibito portare le file troppo sotto lo schermo: pretendo i miei 7,50€, o almeno un rimborso parziale.

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Gli abbracci impuntati

abrazos rotos diopter Gli abbracci impuntati

In alto: Rodrigo Prieto tira fuori il suo diottro per tenere contemporaneamente a fuoco Penélope Cruz e José Luis Gómez nell’ultimo film di Pedro Almodóvar, Gli abbracci spezzati, in quello che sarebbe l’apice — anche se la successiva caduta dalle scale rende a mio avviso meglio, quanto alla sua capitolazione violenta (ma lì, va be’, non c’è l’apertissimo riferimento metacinematografico che da bravi cinefili tanto deve elettrizzarci, pena l’esser banditi dal circolo) — della descrizione del loro rapporto di classe iniziato in ufficio e cementatosi in uno dei luoghi in cui ogni nodo sociale viene al pettine: l’ospedale, dove «c’è chi scende e c’è chi sale», come canta una giovane promessa televisiva del nostro cantautorato.

E visto che parlare di metacinematograficità ci piace sempre tanto, vorrei contribuire con una parca osservazione circa i due sosia di altri attori che sono presenti all’ombra di ragazze e valigie almodóvariane: il protagonista Lluís Homar è chiaramente stato scelto in omaggio al compianto Patrick Swayze, mentre Rubén Ochandiano nel suo segmento da ragazzino con videocamera è pari pari Christian Slater in quel bel film che è Un uomo qualunque. (Il riferimento a Peeping Tom, per inciso, è vagamente buttato lì; dopotutto, così mi è sembrata buona parte degli altri riferimenti nella pellicola. Però è sempre metacinematografico.)

Scrivendone da Cannes, David Phelps osservava:

Le parti vezzose inserite nei segmenti narrativi di Gli abbracci spezzati sarebbero ugualmente belle su degli storyboard a pastelli, e non hanno nulla a che fare con la tessitura o il movimento, propri del cinema, dei quali ad Almodóvar tanto piace parlare nelle interviste. I colori, levigati e luminosi, sembrano più pennarelli che pellicola. Almodóvar tiene i suoi attori in posa nell’inquadratura per un po’ mentre chiacchierano, di solito seduti come su troni, poi lascia che continuino la loro storia. Sono tutti costruiti come se Almodóvar tenesse i suoi schizzi di fianco al monitor mentre gira in modo da controllare che gli attori siano nello stesso punto dove li ha disegnati.

Penélope Cruz se ne sta difatti piantata spalle alla porta, e non la smuove nessuno.

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