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Personaggi

Imbarazzata confessione di un lohaniano

lohan georgiarule Imbarazzata confessione di un lohaniano

Non sono questi i giorni, se mai ce ne sono stati o ce ne saranno, nei quali confessare una propria particolare debolezza verso Lindsay Lohan. Col tempismo che è loro solito, quelli di Mediaset hanno pensato di riproporci su Canale 5 nella serata di giovedì 5 agosto (il periodo estivo par essere quello giusto: è andato in onda per la prima volta, a quanto ricordo, proprio l’estate scorsa) un filmetto di Garry Marshall di tre anni fa, Donne, regole e… tanti guai!, nel quale la Lohan interpreta un personaggio cucito tanto su misura per lei che c’è da dubitare sia vero che quel furbone di Mark Andrus (co-sceneggiatore dello squisito Qualcosa è cambiato di James L. Brooks) l’abbia scritto più di dieci anni fa, come dichiarato. Il film è di quelli giusti per il periodo, nel quale — complice anche la moltiplicazione dell’offerta coi canali digitali — è facile essere sommersi da pellicole buone per La5 ed altri canali al femminile; ad ogni modo, basterà confrontarlo con l’ultimo di Marshall, il sanvalentiniano Appuntamento con l’amore uscito da noi lo scorso marzo, per apprezzarne le qualità. La maggiore delle quali è costituita proprio da una decente sceneggiatura umana, con scheletri nell’armadio e conflitti da sistemare.

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In tributo a Robin Wood

[I film di Michael Haneke] incoraggiano un approccio sia filosofico sia politico: si potrebbe leggerli come tentativi di spiegare l’esistenza umana, o come proteste appassionate contro l’ambiente contemporaneo. Io non sono e non sono mai stato un filosofo: sembro essere incapace di pensiero astratto. Il mio approccio al cinema rimane politico nel senso più ampio. Sebbene ci siano molte volte al giorno d’oggi nelle quali mi trovo a condividere l’apparente disperazione di Haneke verso il mondo—volte nelle quali la vastità e l’enormità del capitalismo aziendale, e ora della globalizzazione, mi sembrano assolute, irreversibili e (quel che è peggio) non-trascendibili—mi sento obbligato ad attaccarmi ad una crescentemente improbabile speranza, senza la quale non potrei scrivere né funzionare, potrei solo ritirarmi in un mondo privato di quelle che sono ormai tradizioni andate largamente perdute. E devo credere che Haneke si senta allo stesso modo: altrimenti, come potrebbe continuare a far film?

—Robin Wood, “Michael Haneke: Beyond Compromise,” CineAction, Issue No. 73–4, Summer 2007

robin wood dec2009 In tributo a Robin WoodLo scorso venerdì 18 dicembre moriva a Toronto all’età di 78 anni Robin Wood, critico ed accademico la cui influenza sul pensiero cinematografico di lingua inglese è stata assai forte. Il suo lavoro più famoso, anche in Italia (a quanto ne so, comunque, nessuna sua raccolta è stata mai tradotta e pubblicata), è la monografia su Hitchcock (l’ultima edizione è Hitchcock’s Films Revisited [New York: Columbia University Press, 2002]): in essa compare un saggio su Psycho che venne pubblicato per la prima volta sui Cahiers du Cinéma. Era, tra l’altro, il suo primo scritto mai pubblicato—François Truffaut lo omaggerà con un dettaglio della copertina della prima edizione del libro (1965) nel suo Effetto notte. Posso dire di certo che la sua influenza sul mio modo adulto di sentire e intendere il cinema è stata enorme: nel 2006 scoprivo in biblioteca Sexual Politics and Narrative Film: Hollywood and Beyond (New York: Columbia University Press, 1998) e Hollywood from Vietnam to Reagan… and Beyond (New York: Columbia University Press, 2003), che divoravo nel giro di pochi giorni essendone per sempre cambiato.

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Farsi Megan Fox

megan fox nytmagazine Farsi Megan FoxSono ormai quasi tre anni che ci è concesso il lusso di interrogarci — perché proprio non se ne può fare a meno — su quanto sia stratosfericamente strafiga Megan Fox. Abbiamo iniziato, e anche il Vostro Affezionatissimo — che sente potrebbe vivere benissimo anche accontentandosi di Jessica Alba — non potrà liberarsene ancora per un po’. Le ragazzine al liceo si chiedono come al mondo possono competere; i ragazzini del liceo, sconvolti, decidono di non voler neanche più vedere una femmina se non è Megan Fox; tutti gli altri amanti della passerina poco cresciuti di ogni età post-liceale fremono come di fronte a nulla di altrettanto recente. Ma non è solo il volgo ad interessarsi al fenomeno, a volerne penetrare il fitto mistero: sono pronto a scommettere che se Megan Fox fosse Michael Mann, o fosse solo in un film di Michael Mann, i buoni ragazzi di Sentieri selvaggi deciderebbero all’istante di dedicarle un soprannaturale speciale di svariati articoli fra poesia e letteratura, disquisendo della «profusione di superfici» che è il suo pregevole corpo (o anche i poster che la ritraggono, o anche solo le sue stupende labbra: tanto, dovunque ti giri, ecco che «per inciso, ancora una superficie»!), del ruolo di Megan Fox nella Cultura e nella Storia di massa americana, di come Megan Fox «non è un[a donna] in carne ed ossa. Alla fine dei conti non interessa chi sia nella realtà. È un’idea, un’immagine. O meglio un’idea che si fa carne e un corpo che si fa immagine» (chiaro riferimento al comune desiderio — sia ella indifferentemente carne o pura immagine — di farsela), o magari di come Megan sia «un corpo in trasparenza. Un corpo trasparente. Che appare transitando». Il tutto solo per vendicarsi del primo miserrimo compagno di ventura che sosteneva ereticamente che la Fox «non vibra, e non fa vibrare chi l[a] guarda». D’altronde, Sergio Sozzo aveva già scritto del secondo Transformers che era «[u]n film che segna per Hollywood lo stesso scarto che Cantando sotto la pioggia fu per la commedia musicale»: da qui, suppongo, non dobbiamo più aver paura di nessun accostamento. A pensarci, forse c’è qualcosa oltre Megan Fox per cui i maschi poco cresciuti di ogni età post-liceale fremono in maniera abnorme. Ma divago.

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Kevin Smith trentanovenne soddisfatto

kevin smith superbad premiere Kevin Smith trentanovenne soddisfattoEcco le ragioni (se non vi erano già chiare dopo aver visto le sue ultime fatiche) per le quali per Kevin Smith non è più necessario far cinema:

All’inizio, [realizzare film] era un mezzo di comunicazione. Ero un tizio del New Jersey che diceva: «Devo fare un film; devo comunicare». […] Lo faccio da anni e adesso ho trovato un modo più facile e veloce per farlo. Sto imparando a compartimentalizzare la mia vita, nel senso che adesso devo dire tutto con un mezzo solo. Dico storie con i film, ma non necessariamente riguardano me e i miei amici. Adesso se voglio essere me stesso ed esprimermi, posso farlo con gli SModcast [il suo podcast] o sul palco, o metterlo in un post o un fumetto. […] È triste quando capisci di non poter più essere un giovane arrabbiato. Il giovane arrabbiato è a malapena interessante e tollerabile quando ha vent’anni. Ma alla fine dei vent’anni? Primi 30? Dio non voglia tardi 30? non si può più. Sono in un’industria in cui devo far finzione per vivere, quindi per cosa diamine sono arrabbiato? Non c’è più nulla; sono un uomo di mezza età molto soddisfatto. […] La gente chiede «Ah quando tornano Jay e Silent Bob?» e io rispondo «Non credo torneranno. Ho 39 anni, cazzo! Non posso più mettermi il berretto all’indietro». […] Ho pensato «Oh, mi dispiace che “Zach and Miri” non sia andato bene» ma in realtà mi dispiace perché non avrei mai dovuto fare “Zach and Miri” perché ormai sono oltre. Non che sia troppo bravo ma quel film è successo troppo in fretta. Il copione è nato così velocemente, e il film l’abbiamo finito velocemente. Non c’è niente di sbagliato in questo, ma dov’è il mondo da cui sono venuto? Nel mio mondo mi scavavo con le dita nel petto, aprendo tutta la cavità, tirando fuori un bel pezzo di grasso tessuto cardiaco, buttandolo su un piatto, mettendocene un altro sopra e buttandolo su un proiettore. Non facevo semplicemente film, ci mettevo cuore ed anima dentro.

Ecco presto confermata una dura realtà: alla fine, è facile e comprensibile dover mettere la testa a posto.

Roman Polanski: farsi processare come tutti?

polanski fearless vampire killers set Roman Polanski: farsi processare come tutti?La legge è uguale per tutti. Si dice così, no? La frase è complemento immancabile alla notizia, giuntaci come un tuono la scorsa domenica 27 settembre, che il 76enne Roman Polanski si trova in stato di fermo in Svizzera in attesa della decisione elvetica sulla sua estradizione negli USA. La giustizia americana deve ancora decidere quanto tempo dovrà trascorrere in galera, se ne dovrà trascorrere, in seguito al patteggiamento col quale si è dichiarato colpevole di aver avuto un rapporto sessuale con una minorenne ormai 32 anni fa. Il problema di tutta la questione è che, seguendo termini e circostanze della sua confessione, Polanski non dovrebbe essere in carcere; invece si è trovato — non costretto, ma quantomeno psicologicamente incentivato — a fare il fuggitivo. La sua decisione, irrazionale, ci porta alla spiacevole situazione attuale, che si spera si sistemi presto come avrebbe dovuto sistemarsi ai tempi e i cui risalenti retroscena vi vado a descrivere brevemente.

In Italia, il reato di violenza sessuale su persona al di sotto dell’età del consenso (14 anni, variabili a seconda di chi commette il fatto) è compreso fra i 7 ed i 14 anni di reclusione e si prescrive, dopo la riforma dell’articolo 157 del codice penale nel 2005, al termine dei 14 anni dal fatto avvenuto. In California, Roman Polanski si era dichiarato colpevole nel 1977 — con l’accordo della famiglia della vittima, l’allora tredicenne Samantha Gailey, finita come prevedibile nel mirino della stampa, ed ovviamente quello del vice-procuratore distrettuale Roger Gunson — del meno grave fra i sei capi d’accusa imputatigli, quello di “Unlawful Sexual Intercourse” (che punisce il sesso consenziente con minore di 18 anni), reato conosciuto più comunemente ma meno correttamente come “Statutory Rape” ma separato da quello di stupro vero e proprio, che difatti figurava come capo d’accusa separato, che dunque è caduto assieme agli altri: la pena da affrontare era di durata assai discrezionale, potendo oscillare dai 6 mesi ai 50 anni. Nell’anno precedente, nessuno dei condannati per lo stesso capo d’accusa era mai stato mandato in prigione.

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Professore, non anticipi le risposte

Nacque per intero come Michael Nicholas Salvatore Bongiorno. Si noti il suo secondo nome, cui rendo omaggio con un accostamento che mi è balzato d’improvviso vedendo una sua espressione al telegiornale, e per il quale ho sentito l’impulso di un post d’omaggio che mi sarei altrimenti risparmiato. Una vita da ammirare e della quale esser grato sotto molti punti di vista; ma con tutto l’affetto, forse mezz’ora di telegiornale dedicata solo a lui è un po’ troppo. Buon riposo.

mikebongiorno nicolascage Professore, non anticipi le risposte

Impulsi d’amore

alexis tioseco nika bohinc1 Impulsi damoreSe non fosse successo un fatto tragico lo scorso martedì primo settembre — la loro morte nella casa in cui da qualche mese convivevano a Quezon City — non avrei probabilmente mai conosciuto la bellissima storia di Alexis Tioseco e Nika Bohinc, compagni nella vita e nel loro amore per il cinema. Filippino-canadese lui e slovena lei, ventotto e ventinove anni, si incontrarono al festival di Rotterdam nel 2007, facendo poi continuare la loro relazione principalmente e forzatamente a distanza mentre ognuno rimaneva intento a proseguire il proprio lavoro a casa ed in giro per il mondo, fino alla decisione di lei di trasferirsi nelle Filippine. Jason Sanders e Gabe Klinger ne offrono due profili-ricordo esaustivi e molto personali. Li vedete assieme nella foto di lato in alto, invidiabilmente belli e complici.

Oltre alla naturale sensazione di precarietà che si prova spesso di fronte a morti giovani e nel mezzo di un progetto di vita appena messo in moto, mi turba constatare quanto la passione dei due fosse reale: se c’è una critica “militante” oggi (o se è possibile), credo che l’esempio da loro fornito come campioni delle rispettive cinematografie nazionali (nel caso di Alexis, un’attività tanto più affascinante quanto la sua storia personale da “espatriato di ritorno“ nella terra natia) sia uno dei più meritevoli. I battibecchi e le deboli opinioni che si sprecano su carta ed in rete — io ci metto tutto di mio, per il poco male che posso fare — impallidiscono quando si pensa a quanto due persone così giovani si siano spese per far conoscere il proprio cinema nascosto, un cinema del quale io per primo devo purtroppo constatare di non conoscer nulla: non ancora trentenni, lui era fondatore ed editor del sito Criticine, dedicato al cinema del sud-est asiatico, e lei era direttrice della più importante rivista slovena, Ekran. Di contro io, per dire, sono al massimo un fallito blateratore.

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John Hughes, narratore di disillusi e ribelli

ringwald hughes schoeffling John Hughes, narratore di disillusi e ribelli

Dicevano: «I ragazzi non lo vedranno. Non c’è azione. Non c’è una festa. Non c’è nudo». […] Ma non vedevano l’elemento davvero fondamentale dell’adolescenza, cioè che ci si sente bene tanto quando si sta male che quando si sta bene. A quell’età, mi ricordo, molte volte, guardavo fuori dalla finestra e mi sentivo triste per me stesso. «Tutto il mondo è contro di me. Nessuno mi capisce». È un gran divertimento. Uno dei grandi misteri di quell’età è che le emozioni sono aperte e fresche e crude. È per questo che ho continuato con quel genere così a lungo.

John Hughes su The Breakfast Club

Il mio primo ricordo da essere social-politico senziente risale a qualche giorno del 1989–’90: qualcuno della mia famiglia, guardando un servizio di telegiornale, commentava che dopo il crollo del muro «nulla [sarebbe stato] più come prima». La verità è che tutto sarebbe rimasto fondamentalmente uguale a com’era da qualche anno a quella parte, nella vita media comune, perché l’immagine di successo e benessere lanciata negli anni che furon di Reagan era stata il culmine indubbio del capitalismo, ossia di quella dottrina economico-sociale che promette a chiunque di potersi cercare la felicità e di avere la tv a pagamento. Ecco la “fine della Storia”, in due parole. Quel che conta per un adolescente non è la felicità — anche perché questa non si sa cosa sia — ma la sua promessa: vuole trovarsela da solo, e ha più probabilità di farlo col pop emotivo da consumo che non con i beni razionati nei mercati di Mosca.

L’entroterra a nord di Chicago negli anni ’80 era un ambiente chiuso praticamente perfetto, illustrazione di questo ineguagliato successo, una serie di quartieri residenziali da piccolo-media cittadina della Core America vicino però ad una grande-piccola metropoli, dove idealmente si ha tutto ciò che si può volere. O almeno, lo si può cercare. Un posto meraviglioso ed autosufficiente nel quale crescere, anche se quando si cresce per definizione raramente si è soddisfatti e si vorrebbe semmai scappare. Di fronte a questo quadro, un italiano orgoglioso dei nostri borghi ricchi di storia e cultura (?) — o il critico culturale di sinistra — dovrebbe inorridire: quello non era un mondo meraviglioso, ma un posto senz’anima, puro consumismo massificato americano nell’era più atroce del consumismo massificato americano. Questo, comunque lo vogliate descrivere, era il mondo di John Hughes, morto a 59 anni per un arresto cardiaco lo scorso giovedì 6 agosto 2009.

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Eternal Moonwalk

Essere il mondo e curare il mondo erano le aspirazioni cantate di Michael Jackson, in due dei suoi inni alla comunanza globale di gioia e sofferenza: basta poco, un piccolo spazio, una sola autonoma decisione di cambiare sé stessi (i bambini di “We Are the World” non aspettavano né chiedevano con pietismo di essere salvati, ma decidevano di salvarsi da soli: «C’è una scelta che stiamo facendo: stiamo salvando le nostre stesse vite» — è una delle frasi più pure di idealismo costruttivo mai scritte) per rendere possibile il cambiamento. Un fenomeno pop al quale manca l’arte intellettuale — il pezzo con Ritchie e la sua “Heal the World” non hanno il riconoscimento e la portata idealistica forte che può avere “Imagine” di Lennon — ma che ha avuto dalla sua qualcosa di diretto — e, almeno per me, dal nocciolo inspiegabile — che nonostante tutto è stato ciò che più ha lasciato al mondo, la sua immagine: Michael Jackson era immagine in movimento, un movimento studiato ma immediato inondato di luci, affascinante e seducente.

In un suo recente pezzo, perspicace come sempre gli capita, Matt Zoller Seitz descrive Michael Jackson parlando della cinematograficità del tributo dedicatogli dal sito Eternal Moonwalk, nel quale liberi imitatori del suo marchio di fabbrica, la magina camminata innaturale all’indietro, si susseguono da un lato all’altro come una pellicola lunghissima che unisce il mondo — ognuno che pensa e fa cose diverse (ignari segnali di aspirazioni, speranze, paure, la morte o la vita eterna nelle piccole esibizioni di amici, padri e madri con figli, bambini, amanti), ma tutti uniti dalla stessa direzione. Di seguito, una mia traduzione.

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eternal moonwalk Eternal Moonwalk

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Michael Jackson: Before You Judge Him

michael jackson jam Michael Jackson: Before You Judge HimIl 26 giugno alle 12.32pm il profilo di un mio contatto Facebook riportava quale status: «maico jackson rompi piu il cazzo ora da morto che quando eri vivo, l’ultima notizia che ho letto su di te parlava di come ti si staccava il naso durante il giorno e avevi deciso di diventare induista, rendetevene conto, MASSA». Poi continuava: «un grande maniaco, dai ragazzi era un matto sfrontato, umanamente parlando, che cazzo, non è vero che chi muore è piu bello, fa solo piu pena. e basta coi moralismi che chi muore va rispettato, se ti reputo uno stronzo non è che morendo sei piu simpatico. levategli la musica e ne rimane un nero che è voluto diventare bianco per forza, con mille turbe e un parco giochi degno di un albert fish ai tempi d’oro, per amare meglio i bambini». Si può aver così poco rispetto proprio nel momento del suo addio, senza neanche un pizzico di pietà cristiana? Vorrei si fosse stati più cinici: la reazione generalizzata alla morte di Michael Jackson (nome che a quanto pare in pochi, e non solo per scherzo, sanno digitare correttamente) è stata per quanto mi riguarda una messa in mostra di proverbiale ipocrisia: ci si è accorti d’un tratto che quell’omino strano che da anni veniva preso a pesci in faccia dal mondo era in realtà molto amato, una figura essenziale della musica popolare, e soprattutto una persona sola, triste e maltrattata per tutta la sua vita, morta quindi sola e triste. Non importa quanto ci abbiamo sputato sopra, tanto ora è parte di noi e possiamo dire che lo è sempre stato. La cerimonia dello scorso martedì allo Staples Center ha registrato anche nel comportamento dei commentatori una commozione forse sincera, data anche la riuscita e sobrietà dell’evento; da noi in Italia Giorgio Mulé ha organizzato su Italia 1 una diretta — oltremodo pessima, anche perché condotta proprio da Mulé, che non sa distinguere Kobe Bryant da Mariah Carey, interrotta senza criterio alcuno dagli spot — nella quale la facevano da padrone le testimonianze di Tarek Ben Ammar e David Zard, che ci hanno proposto la tesi che vede Jackson come totale vittima innocente di persecuzioni lunghe anni, senza ombra alcuna di dubbio né opinione contraria, che da sole l’avrebbero di fatto ucciso.

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