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Critica e critici

Ma questo qua li ha letti i libri?

stephenie meyer signs book Ma questo qua li ha letti i libri?Sulle pagine di Cine Zone non sono solo io ad attirare l’acida animosità dei commentatori. Tempo fa, con la sua recensione di Eclipse, il mio prolifico collega Pietro Signorelli si è cercato — invocandole del resto in apertura di pezzo, pessima mossa — le lamentele di crepuscolini e crepuscoline. La discussione è continuata anche su Facebook (avverto che leggendola potete vedere il Signorelli che, forse adeguandosi alla compagnia, evidentemente non guarda la tastiera mentre digita e non rilegge prima di postare: in quanto segue mi premurerò di editare e correggere tutti i contributi, altrimenti soffro). Ovviamente il punto di partenza dei commentatori — che da quanto è dato capire sono in buona parte donne sulla trentina, non solo adolescenti come ci si sarebbe potuti immaginare — è che Signorelli sia presuntuoso, abbia smarrito da qualche parte il suo cuore e compagnia bella. Ecco un commento intitolato «Un animo vecchio»: «In questa sua recensione sfalsata dai suoi evidenti preconcetti si capisce quanto poco conosce la saga, quanto poco conosce il target delle sue fans e quanto sia lontano anni luce da una critica costruttiva». «Conoscere la saga», ossia aver letto i libri.

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In tributo a Robin Wood

[I film di Michael Haneke] incoraggiano un approccio sia filosofico sia politico: si potrebbe leggerli come tentativi di spiegare l’esistenza umana, o come proteste appassionate contro l’ambiente contemporaneo. Io non sono e non sono mai stato un filosofo: sembro essere incapace di pensiero astratto. Il mio approccio al cinema rimane politico nel senso più ampio. Sebbene ci siano molte volte al giorno d’oggi nelle quali mi trovo a condividere l’apparente disperazione di Haneke verso il mondo—volte nelle quali la vastità e l’enormità del capitalismo aziendale, e ora della globalizzazione, mi sembrano assolute, irreversibili e (quel che è peggio) non-trascendibili—mi sento obbligato ad attaccarmi ad una crescentemente improbabile speranza, senza la quale non potrei scrivere né funzionare, potrei solo ritirarmi in un mondo privato di quelle che sono ormai tradizioni andate largamente perdute. E devo credere che Haneke si senta allo stesso modo: altrimenti, come potrebbe continuare a far film?

—Robin Wood, “Michael Haneke: Beyond Compromise,” CineAction, Issue No. 73–4, Summer 2007

robin wood dec2009 In tributo a Robin WoodLo scorso venerdì 18 dicembre moriva a Toronto all’età di 78 anni Robin Wood, critico ed accademico la cui influenza sul pensiero cinematografico di lingua inglese è stata assai forte. Il suo lavoro più famoso, anche in Italia (a quanto ne so, comunque, nessuna sua raccolta è stata mai tradotta e pubblicata), è la monografia su Hitchcock (l’ultima edizione è Hitchcock’s Films Revisited [New York: Columbia University Press, 2002]): in essa compare un saggio su Psycho che venne pubblicato per la prima volta sui Cahiers du Cinéma. Era, tra l’altro, il suo primo scritto mai pubblicato—François Truffaut lo omaggerà con un dettaglio della copertina della prima edizione del libro (1965) nel suo Effetto notte. Posso dire di certo che la sua influenza sul mio modo adulto di sentire e intendere il cinema è stata enorme: nel 2006 scoprivo in biblioteca Sexual Politics and Narrative Film: Hollywood and Beyond (New York: Columbia University Press, 1998) e Hollywood from Vietnam to Reagan… and Beyond (New York: Columbia University Press, 2003), che divoravo nel giro di pochi giorni essendone per sempre cambiato.

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Cinema con e di donne

kimberly peirce female directors Cinema con e di donne[A lato: Kimberly Peirce, autrice di uno dei film più belli degli anni '90, Boys Don't Cry]

L’unico contributo che la nostra Lietta Tornabuoni più apportare alla sua “recensione” su La Stampa (misere 339 parole) di La principessa e il ranocchio — ultima uscita Disney che si segnala per almeno due aspetti principali, sui quali (perbacco!) non sarebbe futile per un critico (quanto al punto 2, specie se donna) fare uno straccio di riflessione: il ritorno all’animazione tradizionale e l’inserimento di protagonista nera — è, dopo due capoversi di comodo riassunto della trama (260 parole), un capoverso finale (le rimanenti 79 parole) nel quale col suo solito grande acume la Tornabuoni tiene a dirci che «la musica e alcuni personaggi sono buffi e vivaci». Roba che nessuno potrebbe osservare se non essendo possessore di un dottorato in Vezzi da Salotto Piemontese.

In compenso, altrove scrivono donne — per citare il rifiuto delle sessiste palle della Littizzetto — con la vagina quadrata. Il più grande critico donna attualmente vivente è Manohla Dargis del New York Times, che per inciso contando di fianco a lei l’ottima penna maschile di A.O. Scott eleggo senza esitazione miglior quotidiano al mondo per qualità della critica cinematografica. Per dire: sullo stesso film, la Dargis conclude il suo pezzo (909 parole, effettivamente stampate su edizione cartacea nonché web e lette da vere persone in entrambi i casi — soprattutto nel secondo, data la maggior diffusione — senza differenza alcuna! Noi italiani, come ovvio, siamo stupidi e non arriviamo a concentrarci così a lungo) così:

Quel finale, come la storia stessa, rappresenta un qualche progresso, credo, anche se questa principessa trascorre un tempo insolitamente lungo sguazzando in giro da rana. Una rana il cui verde ci suggerisce che, se non altro, la Disney si è finalmente accorta che ogni ragazzina, indipendentemente dal colore, rappresenta una nuova opportunità di marketing.

La Dargis, una delle poche voci sagacemente femminili nel mondo della critica e più in generale del cinema, si è fatta sentire lo scorso 10 dicembre in un suo pezzo di approfondimento (ancora: a noi italiani gli approfondimenti critici non interessano, e in ogni caso siamo troppo scemi) nel quale fa un bilancio ben poco felice dell’avanzamento delle donne nell’industria cinematografica.

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Discorsi da vecchi pantofolai quasi-twitterizzati

bugs stalin Discorsi da vecchi pantofolai quasi twitterizzatiLo scorso giovedì uscivo dalla Hoepli con un meraviglioso volume totalizzante la bellezza di 1500 pagine, riguardanti realtà non esattamente prossime al cinema, che a breve dovrò cercare di memorizzare, assieme a svariati altri volumi di argomento non sollazzevole, nella sua totalità e minuzia. Ciò spiega, indicativamente, perché le pagine telematiche di questo del resto innecessario blog siano assai più spoglie negli ultimi tempi: la vita “succhia”, come dicono gli anglofoni — succhia via tempo e forze, direi. Non vi ho neanche segnalato quanto in quel di Cine Zone ho da dire su Moon di Duncan Jones. Nei prossimi mesi la situazione non potrà che peggiorare, ho ragione di temere.

In ogni caso, essendo anche vicini alla fine dell’anno, è tempo di vane riflessioni. Una prima occasione è offerta dall’anniversario della dipartita di quel blog di “critica alla critica” (lo so: c’è chi resiste ad accettare la definizione di “critica”, ma tant’è) chiamato Kotionkin, il quale profetizzava tramite il suo sottotitolo — e, più sottilmente, tramite il suo operato — la “disconnessione” di quel fenomeno del web italiano chiamato Cinebloggers Connection. Un fenomeno che è ancora vivo, come sapete, ma il cui insterilimento pare adesso evidente: i cineblogger (o almeno un bel po’ fra loro) si sono parzialmente disconnessi dalla Connection, qualsiasi cosa essa fosse, per connettersi più spesso a Facebook e quant’altro, strumenti che meglio riflettono quello che mi è sempre parso il carattere del medio blogger di cinema italico. Così, da redivivo, descrive questa realtà “da comitiva” l’ex-Kotionkin:

il mondo dei cineblog (almeno il mondo da noi frequentato) era violentemente adolescenziale. Nel senso che la timidezza nerd degli autori e dei commentatori si trasformava pigramente e infantilmente in due estremi alternativi: il sentimentalismo (siamo tutti amici, dagli di gomito, quanto sei pucci, vi voglio bene ecc.) o l’aggressività (non ci capite niente, neri parent est le cinema, fuori dal mio internet ecc.). […] L’adolescenza passa. E, mi sembra, quel mondo lì è morto (non certo grazie a Kotionkin): alcuni non bloggano più, alcuni sono passati agli esperimenti letterari, alcuni tumblerano e fanno cose più leggere, alcuni scrivono per un pubblico diverso senza intermediazioni pseudo-sociali.

La mia versione, concordante ma non troppo, è che l’adolescenza non è esattamente passata: casomai, per molti, si è volentieri trasferita in posti dove i “quanto sei pucci” si esprimono cliccando su un tasto “like” et similia. Nulla di male: per restare al cinema che qui ci interessa, chi è passato a questo metodo di “condivisione” trovava evidentemente già ab ovo poco di interessante nella scrittura e preferisce viversi l’esperienza di film e quant’altro prevalentemente nella sua dimensione sociale. Possiamo cominciare tranquillamente ad escludere questa fetta da ciò che può rientrare in una definizione di “critica”, il che nel lungo termine non può che essere un bene.

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Accessori alla frutta

amore 14 Accessori alla fruttaSu Coming soon, Adriano Ercolani ha qualche buon centesimo da spendere per l’ultima impresa mocciana, nelle sue stesse parole un ritrattino di chi «vede la vita come una grande cartolina illustrata in cui tutto è accessorio, colorato, alla moda»:

Moccia vuole presentare/ rappresentare questo universo candido, solare, vagamente posticcio, e fin dall’inizio dimostra di sapere perfettamente come farlo; la trasposizione cinematografica di Amore 14 dal punto di vista squisitamente estetico è difficilmente attaccabile poiché presenta una confezione di prim’ordine: dalla fotografia di Marcello Montarsi al montaggio di Patrizio Marone, dai costumi di Grazia Materia al notevole lavoro sulla colonna sonora, zeppa di successi canori del momento. Moccia organizza tutto il materiale a sua disposizione costruendo una pellicola semplice ma spigliata, fresca, capace appunto di andare incontro alle esigenze degli spettatori più giovani. Alcune soluzioni di regia poi si rivelano abbastanza interessanti ed azzeccate, soprattutto quando la pellicola deve tentare di cambiare tono e passare al romantico.

Il risultato complessivo è un lungometraggio fortemente targhettizzato, non c’è dubbio e non poteva essere altrimenti, ma allo stesso tempo pienamente funzionale per ottenere il successo al botteghino: in un contesto semi-industriale come quello italiano in cui il cosiddetto “cinema di genere” non riesce più a trovare una sua dimensione specifica e viene in molti casi vituperato, Amore 14 appare un’operazione commerciale molto ben calibrata, quindi meritevole di attenzione.

«Meritevole d’attenzione» da parte di chi? Ma qui la vera domanda è semplice (modalità sarcasmo on): chi gli ha girato la mazzetta per vendere agli sprovveduti adolescenti — lettori e destinatari di questo prodotto «difficilmente attaccabile» perché ha fotografia, montaggio, costumi e colonna sonora da «contesto semi-industriale» — questa apologia?

So’ ragazzi

suor festival roma So ragazziPeccato non poter realmente commentare, dato che non c’ero, ma il 4° Festival del Cinema di Roma (che si dice aver retto nonostante “la crisi” — anche se c’è chi racconta di aver «visto una desolazione allarmante. Bar e ristoranti più che altro vuoti e davvero poca gente in giro, addetti ai lavori compresi») continua a regalarci qualche polemicuccia che è molto bello poter osservare dall’esterno. Specie se, come in questo caso, nella polemica si ripropone il fantomatico scontro fra carta stampata e web. Da una parte Corriere e Repubblica, che abbracciano le luci e speranze popolari della ritrovata e mai persa “Festa”, dall’altra Sentieri selvaggi, che aspirerebbe ad una serietà maggiore e maggior rispetto verso chi cercherebbe meno popolarmente di svolgere il proprio compito. Claudia Cormoglione su Repubblica e Mereghetti sul Corriere sono d’accordo che, per la prima, «l’identità precisa [del Festival] c’è. Ed è legata al suo essere, inevitabilmente, Festa, più che Festival. Non una rassegna seriosa e cinefila, ma un luogo in cui c’è una presenza più che massiccia degli studenti delle scuole; in cui tanti giovani hanno mostrato di apprezzare le tante chicche della sezione Extra»; per il secondo, la “chiave di volta” è nel «rapporto con un pubblico diverso da quello tradi­zionalmente festivaliero (vedi le tante va­rietà di “addetti ai lavori”, dai giornalisti agli studenti, che affollano Venezia) e che qui invece è forse meno prevedibile e certamente più disposto a farsi “guida­re” nelle sue scelte».

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Avanti o muoio

grant longworth beaubien Avanti o muoioLa questione su cosa sia critica cinematografica oggi, ammesso che l’interrogativo interessi ad un numero sufficiente di persone, durerà ancora un po’. Al momento siamo ancora in una situazione di stallo, nella quale, anche per questioni di anagrafe con riguardo alla critica ufficiale, persiste una media ritrosia ad accettare ciò che per motivi socio-economici sembra ormai inevitabile: la progressiva irrilevanza — in termini prima di tutto quantitativi (il che è già successo) sia probabilmente qualitativi — della componente “stampata” a favore della diffusione via internet. Quando non sono solo i critici delle varie testate cartacee, ma intere testate a chiudere lasciando tutti i loro giornalisti per strada, a fare i baristi o altro, il calcolo psico-temporale di scadenza è presto fatto.

In un recente dibattito negli esclusivi Hamptons, New York, il presidente del New York Film Critics Circle, il celebre (celeberrimo, quasi quanto me: «District 9 rappresenta il cinema pop più sciatto ed intontito, del genere che viene da una cultura cinematografica di second’ordine»!) critico della New York Press Armond White, si è battuto per la sua appartenenza ad un’organizzazione professionale. A Eugene Hernandez ha detto: «Con l’avvento di internet, il “professionismo” è stato trascurato a favore di una mal concepita “democrazia”. Senza il professionismo, al giornalismo non restano che il dilettantismo, i pettegolezzi e le cricche. È una distruzione di cultura che queste cose rimpiazzino l’istruzione, la competenza e l’esperienza. Non basta semplicemente “amare il cinema”. […] i professionisti si mettono regolarmente in prima linea e per queste ragioni io difendo la mia professione da attacchi amatoriali che non si innalzano mai al livello di una discussione intelligente».

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Veder per meglio sapere

devd kashyap Veder per meglio sapereDopo tre mesi di silenzio, Pierre Hombrebueno e la sua banda di Positif sono tornati. E li ringraziamo di averlo fatto: senza di loro, vi piacciano o meno, la cultura cinefila italiana — e la critica italiana — sarebbe senz’altro peggio di quel che è. Nel suo editoriale che ci dà il bentornato, Hombrebueno parla di cinema filippino (ricordo a proposito la triste recente scomparsa di Alexis Tioseco, critico campione di quel cinema) ed indiano, per ricordarci un semplice fatto che almeno per me (e temo per quasi tutti, tranne pochi fortunati) è verissimo: «Di loro sappiamo: nulla. Come fossero alieni». Chi di noi vedrà mai, ad esempio, Dev.D di Anurag Kashyap? Un film in cui, per come lo descrive Tommaso Barbetta:

Siamo catapultati in una giostra per adulti in un’inedita India cosmopolita dove non si smette mai di correre […] perché il sesso è ovunque, nascosto in ogni fotogramma del film, ed è ciò che sconvolge la vita di ognuno dei tre protagonisti. Non che sia un film pansessualista, al contrario viene dipinta un’India sessofobica, che mette alla gogna mediatica ogni atto considerato illecito e disonorevole. Talmente disonorevole da spingere la gente al suicidio. Ci si sente sporchi, ci sentiamo sporchi, e così fuggiamo senza capire, fuggiamo senza capirci. Aveva ragione Forster (autore di Passaggio in India): noi esseri umani non saremo mai in grado di comunicare né con gli altri membri della nostra stupida razza, né con noi stessi. Basta un niente, una piccola incomprensione, e la ruota del destino inizia a girare. Di colpo ci ritroviamo adulti, pippiamo, beviamo, ci prostituiamo e siamo dannatamente infelici. […] Tutto accade in un preciso momento della nostra esistenza, il momento più pericoloso, il giorno in cui ci innamoriamo. Bisogna stare attenti, sempre con gli occhi ben aperti, perché quando succede, ovvero quando riusciamo a toccare il cielo, proprio in quell’attimo, cominciamo una drammatica discesa e, come un aereo in fiamme, precipitiamo a tutta velocità.

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Che guarda il cinema da dentro

inglourious basterds laurent Che guarda il cinema da dentroLe avevamo tanto attese, e infine sono puntualmente arrivate: le reazioni della blogosfera italiana all’ultimo “oggetto filmico” tarantiniano. Se volete potete chiamarlo più semplicemente “film”, anche se senz’altro fa meno “figosamente semiotico”. A tal proposito, con questo capolavoro annunciato il semiotico che c’è nel diligente blogger di cinema comincia a tuffarsi in un bollente brodo di giuggiole: vai con il Cinema che cita sé stesso, che cita tutto il Cinema che gli piace, lo “strumento cinema” che può tutto — anche cambiare la Storia! — con la sola forza del suo raggio di proiezione, etc. Insomma, punto per punto esattamente tutto ciò che si sapeva già ci sarebbe stato, tutto ciò che si potrebbe sapere anche senza assistere ad un singolo minuto di proiezione. Stessa cosa succede immediatamente per i commentatori: il post di turno contenente quanto detto è subito salutato unanimemente con sottoscrizioni di stima ed ammirazione incondizionata quali “Post sacrosanto!” o “Ineccepibile!”, o che al massimo — per la maggior parte — propongono con egual secca approvazione una veloce parafrasi di un eccelso passaggio del post sotto esame. Un diluvio di “Grande post!”, “Grandissimo!” et similia. Se volete un esempio del “kommentariat” da cineblog, questo è decisamente il film che fa per voi. E come capitava nella parodia del kommentariat, non appena qualcuno (non ero io, giuro!) muove un appunto deve star attento ad evitare di venir circondato e poi sbranato seduta stante.

È in casi come questo che sento un bisogno enorme di riattaccarmi ad un maggior contenuto di buon senso e ridimensionare le cose. Mi rimetto quindi al buon Pietro Salvatori, che avvicinandosi probabilmente molto di più alla dinamica delle cose chiede venia: «Non ce ne vogliate, ma Bastardi senza gloria per noi è nato in una mattinata di noia, quando il telefono di Quentin ha squillato, e un soggettista qualunque gli ha detto: “Senti, ma un film su degli ebrei fighissimi che fanno un culo così a Hitler&Co.?”
E lui: “Fantastico! Facciamolo!”».

In ogni caso, anch’io ho offerto la mia inutile dose di risibili disquisizioni nella mia immancabile recensione su Cine Zone.

Tarantino, Cinema Sampler

tarantino inglourious 2 Tarantino, Cinema SamplerQuando un pezzo di scrittura critica non funziona, raramente la cosa ha a che fare col fatto che il proprio giudizio positivo o negativo vi trovi riscontro. Di certo la parte valutativa è importante, e naturalmente tende a colorare quanto si scrive; ma le opinioni ed i giudizi in sé e per sé — per riprendere una nota espressione eastwoodiana nel quinto episodio dedicato alle avventure dell’ispettore Harry Callahan — sono come i buchi del culo: ognuno ne ha uno, e tutti pensano che quelli degli altri puzzano. Una buona critica, indipendentemente dal giudizio, deve informare sul film e descriverlo correttamente; non necessariamente in maniera completa (cosa che sarebbe di ben difficile umana realizzazione) ma quantomeno evitando di rappresentarlo in maniera chiaramente errata. O, anche peggio, non rappresentandolo affatto. Come ho già testimoniato, la mole e la qualità dei contributi rintracciabili in rete, in inglese, sull’ultimo film di Tarantino è impressionante. Ora, questi scritti sono per lo più positivi in termini di giudizio verso Bastardi senza gloria, ma il mio interesse verso di loro sta indipendentemente da ciò proprio nelle caratteristiche di lunghezza e profondità delle analisi che offrono. Sono felice di aggiungere agli articoli già segnalati un più recente pezzo di Steven Santos sul suo blog: l’analisi di Santos, contrariamente alle altre, è negativa verso il film, ma lo è non limitandosi a veloci e semplici giudizi. Sebbene io faccia fatica a condividere di base alcune delle sue affermazioni — che mi pare tendono a delimitare troppo in senso personale quelle che possono essere le possibilità poetiche di un autore (il mio argomento, ammesso e non concesso che così sia per Tarantino, è: se anche la sua vita è fatta solo di film, di omaggi a film, perché no? Ho qualche problema anche col ruolo che attribuisce alla rappresentazione della violenza e sui termini della sua speranza per un cinema “progressista”) — sono degne di essere prese in considerazione proprio per il modo operativo in cui affrontano il compito di presentare un’opinione contraria a quella maggioritaria. Molte delle sue obiezioni sono di natura simile a quelle mosse da Paolo D’Agostini (sempre ciao Sergione!), ma qui gli elementi su cui sono basate sono assai più chiaramente individuati; non si deve condividere il giudizio di merito sugli stessi per poterci instaurare un dialogo. Di seguito, una mia traduzione dei passaggi a mio avviso più importanti, con avvertenza spoiler.

***

Il problema che ho nel leggere tutti i pezzi su “Bastardi” è che in un qualche modo sembra che il film di Tarantino sia l’antidoto alle schifezze che Hollywood sforna, anziché esser parte del problema. […]

Nonostante altri abbiano sostenuto che rappresenti la genialità di Tarantino come regista, io credo che il film riveli i suoi limiti e difetti sia come scrittore che come filmmaker. Ha solo rafforzato il mio dubbio circa i suoi primi film che lui sia un Campionatore del Cinema che ha problemi a rendere unito un film che non riguardi molto se non altri film. Direi che la sua propensione a campionare altri film produce un film in cui ogni scena sembra esistere a sé, ma non contribuisce in realtà molto all’insieme. Sono pezzi di diversi film ed ispirazioni uniti con un po’ di disagio con titoli di capitoli usati come nastro adesivo.

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