Discorsi da vecchi pantofolai quasi-twitterizzati
Lo scorso giovedì uscivo dalla Hoepli con un meraviglioso volume totalizzante la bellezza di 1500 pagine, riguardanti realtà non esattamente prossime al cinema, che a breve dovrò cercare di memorizzare, assieme a svariati altri volumi di argomento non sollazzevole, nella sua totalità e minuzia. Ciò spiega, indicativamente, perché le pagine telematiche di questo del resto innecessario blog siano assai più spoglie negli ultimi tempi: la vita “succhia”, come dicono gli anglofoni — succhia via tempo e forze, direi. Non vi ho neanche segnalato quanto in quel di Cine Zone ho da dire su Moon di Duncan Jones. Nei prossimi mesi la situazione non potrà che peggiorare, ho ragione di temere.
In ogni caso, essendo anche vicini alla fine dell’anno, è tempo di vane riflessioni. Una prima occasione è offerta dall’anniversario della dipartita di quel blog di “critica alla critica” (lo so: c’è chi resiste ad accettare la definizione di “critica”, ma tant’è) chiamato Kotionkin, il quale profetizzava tramite il suo sottotitolo — e, più sottilmente, tramite il suo operato — la “disconnessione” di quel fenomeno del web italiano chiamato Cinebloggers Connection. Un fenomeno che è ancora vivo, come sapete, ma il cui insterilimento pare adesso evidente: i cineblogger (o almeno un bel po’ fra loro) si sono parzialmente disconnessi dalla Connection, qualsiasi cosa essa fosse, per connettersi più spesso a Facebook e quant’altro, strumenti che meglio riflettono quello che mi è sempre parso il carattere del medio blogger di cinema italico. Così, da redivivo, descrive questa realtà “da comitiva” l’ex-Kotionkin:
il mondo dei cineblog (almeno il mondo da noi frequentato) era violentemente adolescenziale. Nel senso che la timidezza nerd degli autori e dei commentatori si trasformava pigramente e infantilmente in due estremi alternativi: il sentimentalismo (siamo tutti amici, dagli di gomito, quanto sei pucci, vi voglio bene ecc.) o l’aggressività (non ci capite niente, neri parent est le cinema, fuori dal mio internet ecc.). […] L’adolescenza passa. E, mi sembra, quel mondo lì è morto (non certo grazie a Kotionkin): alcuni non bloggano più, alcuni sono passati agli esperimenti letterari, alcuni tumblerano e fanno cose più leggere, alcuni scrivono per un pubblico diverso senza intermediazioni pseudo-sociali.
La mia versione, concordante ma non troppo, è che l’adolescenza non è esattamente passata: casomai, per molti, si è volentieri trasferita in posti dove i “quanto sei pucci” si esprimono cliccando su un tasto “like” et similia. Nulla di male: per restare al cinema che qui ci interessa, chi è passato a questo metodo di “condivisione” trovava evidentemente già ab ovo poco di interessante nella scrittura e preferisce viversi l’esperienza di film e quant’altro prevalentemente nella sua dimensione sociale. Possiamo cominciare tranquillamente ad escludere questa fetta da ciò che può rientrare in una definizione di “critica”, il che nel lungo termine non può che essere un bene.
Sottolineo il “prevalentemente” nella “dimensione sociale” perché un blog è anche — e, volendo, anche in maniera importante — un metodo di condivisione e socializzazione: allargando il ragionamento, direi che qualsiasi indirizzo internet, linkabile per varie vie se non direttamente commentabile, è per sua natura fatto per esser condiviso. Se nessuno mi leggesse, preferirei impiegare il tempo che impiego a scrivere, ad esempio, per vedermi un altro film. Il che è ovvio, tranne rari casi. Ciò che è altrettanto ovvio è che tali condivisione e socializzazione possono solo essere uno stimolo a tirar fuori un proprio interesse per contribuire ad un interesse “comune”: è quando l’interesse personale manca — in questo caso, l’interesse a scrivere criticamente — che la transumanza verso altri lidi meno impegnativi può cominciare. Il problema della transumanza è che non rivela solo che chi si avvia altrove non ha interesse a scrivere di cinema, ma anche che ha poco interesse a leggere di cinema sui blog rimanenti; così il confronto possibile con certi lettori-commentatori va diminuendo, e a farne le spese è almeno nell’immediato l’intera “collettività” nonché, in parte, la spinta personale del singolo blogger a creare contenuti. A meno, ovviamente, di non avere una stoica capacità di astrazione dal contesto.
Questo, per quanto riguarda il mondo che gravita attorno alla fu Connection, del quale foss’anche solo per questioni generazionali sono dipendente “esterno”. C’è però un altro mondo, che è quello verso cui mi piace pensare di star avviandomi (se ci fosse più tempo, diamine) assistito dall’età sempre meno leggera, di quelli che Davide Mana definisce ironicamente i “vecchi pantofolai caramellosi farciti di retorica da due lire”. Qui l’adolescenza è propriamente passata, e i contenuti si creano guardando alla condivisione in maniera conseguentemente più matura, come dovrebbe essere per uno strumento — aperto e semplice, ma che si presta anche ad esser “pesante” per quanto concerne la scrittura — quale un blog. Uno dei migliori esempi nel mondo dei blog di cinema italiani — di quelli di lingua inglese ho già parlato — viene da Elvezio Sciallis col suo Malpertuis. Per dirne una: la sua recensione di The House of the Devil (film che purtroppo non ho visto) raggiunge la vetta (riassunto escluso) di 5057 parole, ossia la lunghezza di un saggio universitario di fine corso. Spiega Sciallis:
Conosco (e in altri ambiti, quando per esempio lavoro a pagamento per altri siti, rispetto) le varie analisi e considerazioni sui limiti dell’attention span del lettore medio della Rete e su come sia consigliabile attenersi ad alcuni dettami di lunghezza e composizione, vuoi per conquistare il lettore e non farlo “cliccare via” vuoi per organizzare pezzi SEO friendly, ma dette regole non possono valere dentro Malpertuis, per alcune ragioni.
Da un lato mi auguro, anzi, cerco di avere su questo sito un tipo di lettore non medio, d’altro canto ritengo che il futuro, con l’imminente sconfitta di alcuni ambiti del cartaceo e della produzione critico-artistica a pagamento, con l’aumento del sapere condivisio e gratuito comporterà importanti cambiamenti nella produzione su Internet e un conseguente “irrobustimento” sia degli articoli che del livello di concentrazione e di adattamento al mezzo da parte dei lettori, che cominceranno finalmente a usare la rete come un tempo usavano libri e riviste.
Da qui la necessità, da queste parti, di motivare e indagare sempre di più a fronte di troppi altri siti (in particolare, più che altro, i grandi portali multi-autore di genere) che si limitano a scrivere recensioni che non sono altro che riassunti di trama completati da voto scolastico.
Mi preme notare che fra i cineblogger che adesso “scrivono per un pubblico diverso”, molti sono transmigrati — suppongo, per mutate aspirazioni — proprio sui “grandi portali multi-autore” (non solo “di genere”, anzi soprattutto “generalisti”) la cui filosofia si accontenta di attestarsi sul livello minimo (o, se preferite, nullo) descritto da Sciallis: veloce panoramica di trama condita da breve giudizio (composto da aggettivi dall’uso spesso imbarazzante), né più né meno come tanto piace alla nostra carta stampata quotidiana, settimanale e mensile. Ci si affretta, mi sembra, a saltare su qualsiasi carro possa fungere da stage per il tesserino da giornalista, come se questo abbia una qualche importanza: del progetto che c’è dietro, se c’è progetto, poco ce ne cale.
Nell’annunciare i suoi premi “a puntate” di fine anno, Sciallis grida a proposito di abbandonare questa sterile prospettiva e affidarsi a siti personali o realizzati fra pochi amici:
Non vi danno soldi e vi assicuro, per esperienza passata, che aver collaborato con alcuni di questi grossi siti non rappresenta nessun tipo di esperienza importante che potrà valere più di tanto in curriculum. […]
Come considerano queste persone le vostre capacità? Se realmente vi reputassero grandi critici e scrittori sarebbe nel loro interesse fornirvi incentivi per scrivere per loro. Se non vi offrono nulla tranne che un aleatorio prestigio, ho dei dubbi circa la loro considerazione per voi.
E che opinione pensate che si potrà formare l’editore Pinco Pallino quando gli direte “Ah, sì, ho anche fatto lo schiavo per due anni per quel noto portalone di sfruttatori”? Più o meno è come pubblicare per editori a pagamento.
E pensate che il vostro nome possa avere più rilievo, possa essere identificato più facilmente, ricordato meglio se scritto in piccolo in mezzo a un articolo/recensione sparso fra decine d’altri o messo in calce a ogni pezzo scritto per il vostro sito?
Nel mondo della critica in giro per gli intertubi (al momento mi interessa questo, ma i parallelismi col mondo reale non mancherebbero), purtroppo, manca chi insegni realmente a pensare e scrivere di cinema (ma anche solo a pensare e a scrivere!); il risultato è che aumenta la folla degli aspiranti, ai quali si chiede solo (o dai quali anzi in certi casi si pretende, erronee stime dell’attention span del lettore medio alla mano) di spostarsi verso il basso e che, cosa peggiore, troppo volentieri accettano di spostarcisi. (In un numero tutt’altro che trascurabile di casi, bisognerebbe poi ammettere, più di tanto non possono neanche permettersi.) Basta esserci, intanto. Una versione senza perché, suppongo, di un generazionale precariato giovanile — con la differenza che in questo caso nessuno sarebbe realmente costretto a tirarsi giù per la nobile motivazione di dover portare a casa la pagnotta. E a chi giova tutto ciò? Si sta tanto comodi, in pantofole.
Da parte mia, sono felice di aver fatto partire il blog solo in un secondo momento, come valvola aggiuntiva, avendo già iniziato a scrivere per Cine Zone. Ho insomma fatto il percorso inverso rispetto a quello che si è diffuso negli ultimissimi anni. Un sito piccolo ma — se mi è consentito — degno, nel quale non siamo solitamente più di quattro o cinque a scrivere e nel quale a mio avviso, pur nella diversità di scrittura ed opinioni, penso sia giusto poter dire che è raro (non dico impossibile, guardate quello che scrivo io!) trovar gigantesche patacche. Soprattutto mi delizio di avere una vera piccola comunità, con tutti i suoi difetti, alla cui sorte sono “in prima persona” interessato. Ma sono di parte, prestate pazienza.
Altre notizie d’attualità. Dopo tutto questo disquisire di quella che tempo fa chiamavo “twitterizzazione della critica”, si scopre che anche il Vostro Affezionatissimo, notoriamente doppiogiochista, non ha resistito ad aprirsi un account Twitter. Si sta dunque twitterizzando anche lui? No, speriamo di no, santo cielo: lo userà solo per linkare articoli, cosa buona e giusta che sarebbe in realtà già splendidamente fattibile tramite il suo più risalente account Facebook. Per il resto, continuerà a scrivere le solite blasfemie. Spero anzi che avere una raccolta di ciò che mi trovo a leggere mi aiuti a scrivere di più sul blog. Ci proviamo.



13/12/2009 | 19:07
Non sarebbe più semplice dire che la critica è morta (o sta morendo) di morte naturale?
Questo sempre che ciò che dici sia vero.
O forse è certa critica che sta morendo.
D’altronde la critica che sembri difendere è quella nata negli anni sessanta, in tempi di ben altro fermento culturale. Dire che il mondo è cambiato pare troppo facile, ma ciò che è vero è che soprattutto il cinema è cambiato.
E non sto ovviamente dicendo che non ci siano più film che meritino certo tipo di critica ma che proprio il clima generale è cambiato, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.
Questo per quanto riguarda la macro-questione.
Per quanto riguarda la questione-Alberto devo ancora capire cosa distingue il tuo “contenitore” dagli altri, senz’offesa naturalmente.
Per quanto riguarda invece la mia-questione-personale posso confermarti che il cinema continuo preferirlo sullo schermo, grande o piccolo che sia, il tempo è poco e preferisco un film in più che una recensione di “lunghezza di un saggio universitario di fine corso”.
Forse questo dequalifiaca la mia passione per il cinema o misura scientificamente la mia incapacità di “permettermi di più”?
13/12/2009 | 19:43
Cinepillole: No: sulla tua passione per il cinema in generale questo non dice nulla. La passione per il cinema però è una cosa diversa da quello di cui sto parlando io.
[Il mio "contenitore" si differenzia dagli altri perché ci scrivo io, che domande.]
Per capire quel è la critica che difendo basta — per avere l’esempio più semplice ed inossidabile, a costo di risultar noiosi — aprire il portale di Roger Ebert, quotidianista del Midwest, che della teoria generata a partire da quegli anni se n’è sempre infischiato. Uno, tra l’altro, che a 67 anni cura anche un suo blog personale ed una pagina Twitter. Non so se mi spiego. Se poi vuoi dirmi che Ebert nel futuro morirà di morte naturale, non potrei in linea di massima darti torto!
Per come la vedo io, il cinema ed il mondo sono cambiati meno, molto meno di quel che sembra.
13/12/2009 | 20:49
si però hai preso la citazione di kotionkin dal mio blog che è stato credo il punto di partenza nel ricordo dell’anniversario di kotionkin.
La citazione della fonte non si usa tra voi anglofoni? :)
13/12/2009 | 20:54
scusa non avevo notato il link. Ritiro tutto.
Spero di farmi perdonare dicendo che ho letto con grande interesse e piacere le tue note. Un saluto.
15/12/2009 | 07:03
Alberto, grazie per i link. I punti che sollevi sono (purtroppo, visti i tempi e le tendenze) molto, molto interessanti.
Pur essendo pessimista mi piace sperare che sia solo un periodo di assestamento al nuovo mezzo.
La critica se la passa comunque malissimo ovunque, in USA hanno scoperto un “nuovo” modo per liberarsene, offrendo ai critici incarichi prestigiosi all’interno dell’industria stessa…
15/12/2009 | 09:10
In realtà Alberto è tutto collegato.
La critica senza passione è sterile onanismo cerebrale, mera analisi strutturale, roba da ingegneria cinematografica.
Rimane quindi da considerare se, come e quando convogliarla questa passione, sempre ammesso che si decida di farlo.
Rimarrebbe anche la necessità di restare lucidi in questa passione, per non rischiare di crogiolarsi in solipsismi autoreferenziali. Ma su questo punto voglio concederti il beneficio del dubbio e considerare certe uscite come una via di mezzo tra una provocazione e uno slancio autoironico.
Per quanto riguarda la tua considerazione su mondo e cinema, essa andrebbe spiegata. Per come la vedo io è l’uomo ad essere rimasto fondamentalmente lo stesso, ma il contesto cambia in continuazione e con esso il suo specchio cinematografico.
Anzi, da un certo punto di vista il cinema è cambiato ancora di più del mondo, trasformandosi sempre più da una rappresentazione di persone a una rappresentazione di oggetti.
E forse è proprio per questo che i vecchi film resistono così bene al tempo.
Ma questo è (in parte) un altro discorso.
Ciò che si cerca di capire è il ruolo della critica oggi.
Come avrai capito non sono così convinto che ci sia bisogno di critica, di certo non come quella di cui parlavo sopra. Ma, sia chiaro, su questo punto sono disposto a lasciarmi convincere.
Ho dato un occhiata a questo Ebert, critico professionista, e mi è parso subito interessante.
Ma non ho trovato traccia del fatto che questa sia la “critica del futuro”, il nuovo modo di parlare di cinema, non trovo epigoni né antagonisti che possano stabilirne un perimetro vitale e in evoluzione.
Non che questa sia necessariamente un limite o un difetto di questo progetto.
Se poi ampliamo il discorso ai cineblogger di casa nostra, su questo ne sai decisamente più di me, io ne sono fuori di fatto, partecipo alla trama generale tanto quanto il bacherozzo di Wall-e, anche se posso dire che in generale di interessante si trova poco.
E forse, questo sì, è proprio un bene.
Spero di non averti annoiato (troppo).
15/12/2009 | 18:17
Cinepillole: Intendevo dire che si può aver passione per il cinema pur senza sentire il bisogno di scrivere o leggere di cinema. E direi che in linea astratta si può anche scrivere di cinema pur non essendo presi da passione, senza per questo esser sterili o soprattutto inutili. (E si può essere del tutto inutili anche se animati da più o meno sincera passione.) C’è anche da dire che è proprio raro di incontrare qualcuno che asserisca di non amare il cinema! (Non so a quali mie “uscite” tu ti riferisca.)
Io, al contrario di te, non credo riuscirei a vivere il cinema senza leggerne; ho imparato ad amare realmente stupendi film solo dopo aver letto brani che me li hanno dischiusi. Sono due esperienze diverse, diversamente piacevoli; nel migliore dei casi, complementari e non sostituibili l’una con l’altra. Ecco il motivo più stupido per cui la critica serve.
Il mondo cambia molto meno di quanto non si pensi nel contesto contingente del “giorno per giorno”, e anche di quanto non pensino certi intellettuali (in special modo… francesi!). E anche il cinema, ovviamente adattatosi a nuove (direi, tutt’altro che dirompenti) circostanze culturali ed industriali, ha sempre simili stilemi e funzioni. Queste son cose che si tendono a notare soprattutto da una prospettiva storica, che non è quella strettamente propria della critica.
Quanto al “nuovo modo di parlare di cinema”, quindi: del “nuovo modo” a me non interessa, non faccio il pubblicitario che deve vendere un prodotto dando parvenza di novità e necessità. A me interessa il modo giusto. (Concedendo, ben inteso, che possa essercene più d’uno.)
15/12/2009 | 19:58
I limiti del mezzo sono tali da rendere necessario qualche chiarimento ulteriore da parte mia.
Quando parlo di mancanza di passione mi riferisco soprattutto all’incapacità di darle corpo.
Un conto sono le intenzioni o le professioni d’amore, un altro la capacità di esprimersi adeguatamente. A parole siamo fenomeni tutti.
La frase che consideravo provocatoria e autoironica era naturalmente “[Il mio "contenitore" si differenzia dagli altri perché ci scrivo io, che domande.]. Pensavo fosse chiaro ma evidentemente non è così.
Non ho poi mai detto di non leggere di cinema. Non mi interessa la critica, intesa come sopra. Sono invece molto interessato alla storia del cinema, in quanto mi permette, tra le altre cose, di definire contesto e unori in cui le opere sono state create. Questo si lo trovo divertente, istruttivo e utile alla comprensione di un film. E, come già ho detto, non me la sento di buttare tutta la critica a mare. Sarebbe una banalizzazione e, in ultima istanza, una sciocchezza.
Amo invece parlare di cinema, scambiare spunti e opinioni.
Mi piacerebbe, a proposito, sapere se il decadimento qualitativo del cinema d’oggi sia palese solo a me.
Già solo questa constatazione mi permette di ragionare sui cambiamenti avvenuti.
La critica invece pare avere perso gran parte della sua forza di un tempo, forse per mancanza di vero interesse nei suo confronti. Oppure è solo una fase di transizione che porterà a nuove forme espressive.
Le quali tu Alberto sembri avere ben chiare.
Chissà che il tempo non finisca per darti ragione.
Di sicuro il fatto che io sia qua a leggerti qualcosa vorrà dire, o no?
16/12/2009 | 21:26
Cinepillole: Mi fa piacere tu abbia l’impressione che io abbia le idee chiare. Probabilmente le ho già, ma sto cercando più che altro di farle uscire fuori per capirle io stesso. Sul decadimento in senso stretto non saprei: so dirti di certo che il 2009 è stato globalmente meno interessante del 2008, e il 2008 meno interessante del 2007. Intravediamo una tendenza?
Comunque su quest’ultimo tuo commento siamo meglio concordi: nei precedenti avevo l’impressione stessi facendo campagna per dar la mazzata finale a qualsiasi impresa critica… Sai, io sono un po’ apprensivo! Se ora mi vieni solo a dire che gran parte della critica attuale non serve a nulla, concordiamo giocoforza: ma questo è solo come le cose sono, non come dovrebbero essere.
17/12/2009 | 17:06
Il problema è che la critica attuale si compone oggi quasi esclusivamente di recensioni in cui non di trova traccia di esame critico.
Una recensione per essere tale non può limitarsi all’ovvio, non può ripetere l’abusata formula della descrizione.
Un (lunghissimo) accenno alla trama, qualche aneddoto, una chiosa su un paio di aspetti tecnici, e si spaccia il tutto per recensione.
Ma siamo impazziti?
Paradossalmente le mie quattro banali parole spesso analizzano più di cento pseudo-recensioni prese a caso!
E sia chiaro, io non sono nè tento di essere un critico.
Ma almeno cerco di tirare qualcosa che non sia già evidente a chiunque veda il film.
Tu cosa ne pensi della questione Alberto?
17/12/2009 | 17:37
Cinepillole: Ma è chiaro. Però non bisogna confondere le cose: non è che un pezzo “lungo” equivalga automaticamente ad una semplice riproposizione pigra della trama, e non è che un pezzo corto equivalga sicuramente ad una ficcante sintesi analitica del film. Io gradirei uscire da entrambi gli estremi, da cui come le mie nonne mi insegnavano bisogna sempre diffidare. Prendi, per rimanere a lui, la recensione di Ebert de “Gli abbracci spezzati” (): fra le altre cose, ripropone la trama (il che è di per sé già un’arte), ma riesce a partire ed andare oltre in maniera piana e personale dal punto di vista del ragionamento e del linguaggio. In 140 caratteri lo si può forse fare, ma in 888 parole c’è più probabilità.
27/12/2009 | 09:09
Malpertuis è un blog indubbiamente di qualità, ed Elvezio Sciallis una grande persona che sono felice di conoscere.
Il suo modo di “bloggare” (condividere giudizi e informazioni, analisi lunghe e approfondite, zero tolleranza verso il “marcio” del cinema) è molto lontano dal mio ma gode della mia stima e (cosa più importante) pare sia molto apprezzato da uno zoccolo duro di appassionati desiderosi di “andare oltre” il nullo piattume generale. Zoccolo duro che, tra le altre cose, si sta allargando sempre di più.
La mia unica perplessità nasce dalla considerazione che un simile approccio possa essere “breve” nel tempo a causa della sua stessa “intensità”: i suoi articoli sono appassionati, onesti e ricchi di conoscenza dei temi trattati, ma deve essere devastante fisicamente/mentalmente scriverli. Quanto può durare una simile dedizione se non arrivano rinforzi?
27/12/2009 | 12:42
Alessio Valsecchi: Il problema potrebbe essere in effetti serio, nel lungo termine. Uno dei motivi per i quali abbiamo bisogno di critici professionisti è che una seria attività critica succhia via tempo assolutamente necessario al lavoro stesso, ma difficilmente quantificabile: non si paga il critico tanto “al chilo”, quanto piuttosto per le sue conoscenze e per l’assiduità con la quale elabora su di esse. In un mondo futuro tutt’altro che improbabile nel quale nessuno o ben pochi saranno pagati per avere il tempo necessario, chi pratica la critica non stipendiata dovrà affrontare una prova di resistenza non indifferente. Io stesso non so quale sarà il tempo e la pazienza che potrò dedicarle, inserendo nell’equazione il lavoro (con tutte le sue variabili) che sostituirà quello che oggi è lo studio.
28/12/2009 | 09:52
@ Alberto Di Felice:
Per non parlare di quando al lavoro si aggiungono moglie e bambini!
Per quanto riguarda invece il discorso dei critici professionisti il grosso problema è che si è “costretti” a vedere film che non ci sogneremmo mai, e a quel punto quella che dovrebbe essere un’esperienza piacevole non si trasforma in una sofferenza inutile?
In ogni caso sto seguendo il blog che mi hai segnalato e devo ammettere di avere più di qualche dubbio sulla compatibilità dell’approccio di Ebert con il tuo.
In recensioni come 2012 (quasi il massimo dei voti!) e Sherlck Holmes, ad esempio, sembra valere la formula “mi diverto quindi è un bel film” ben lontana dalle tue pretese di “oggettività” del giudizio.
Altra cosa che ho notato è che gli americani amano sofferarsi soprattutto sui contenuti del film ma poco sulle questioni tecniche. Sembrano non capire che il film più “bello” non è necessariamente quello con la miglior regia e viceversa che ci possano essere film così così diretti in maniera magistrale.
Limitarsi ad analizzare le vicende dei personaggi mi pare davvero limitante visto che stiamo parlando di cinema.
Almeno secondo me.
Ma d’altronde io non ho vinto il Pulitzer…
28/12/2009 | 11:19
Cinepillole: La sofferenza, finché si è pagati, non è mai inutile! Ma non intendevo riferirmi a quel problema. Preciso poi, sol perché sono notoriamente pedante, che quello di Ebert non è un blog ma un sito: ci trovi raccolti gli articoli che Ebert scrive per il Chicago Sun-Times dal lontano 1967.
Io non posso pretendere “oggettività” di giudizio, questo dev’esser chiaro: quel che io pretendo è una descrizione — e, conseguentemente, analisi (considerando che “analisi”, in una recensione dopo una sola visione, ha un significato parecchio ristretto) — corretta ed onesta del film. Possibilmente, anzi, in prima persona, perché nessuno può aver pretese di “oggettività”. Questo dovrebbe essere il minimo. Poi sì: io e Ebert — purtroppo! — abbiamo modi molto diversi di scrivere, nonché di pensare. Io, ad esempio, non ho la responsabilità di scrivere per il pubblico di massa di un grande quotidiano: questa è una differenza non da poco. Il “contenuto” (termine che potremmo tranquillamente abbandonare) non è quella cosa che si suol chiamare “trama”, ma l’insieme raggiunto dal film, che è raggiunto anche (questo qualcuno se lo dimentica!) a livello narrativo, per come ovviamente restituito nel film stesso. Quando Ebert fa la sua sinossi (e deve farla, contrattualmente: io, viceversa, posso tralasciarla) ricrea il film fra le sue mani, e te lo racconta per come vuole tu lo capisca nelle sue sfumature, o meglio per come lui l’ha capito. Non è l’idea di “riassunto della trama” che hanno in mente i nostri quotidianisti, per dire. Parlare di “questioni tecniche” come qualcosa di distaccato dal “contenuto” per me equivale a gonfiarsi la pancia di rutti. (Sulle stelline spesso “così così” di Ebert ci sarebbe da fare un discorso a parte; ma basta già dire che le quattro stelline americane funzionano in maniera diversa da come noi italiani siamo abituati a pensarle “alla Mereghetti”, per dire.)
28/12/2009 | 13:17
Come sempre una risposta piena di spunti e che evidenzia quanto le mie approsimazioni non rendano del tutto giustizia al mio pensiero.
Sulla questione Ebert, errore mio, si tratta effetivamente di un portale vero e proprio.
Sulla questione “oggettività” invece volevo solo sottolineare una diversità di approccio.
Siamo tutti d’accordo che in sè è qualcosa che non esiste ma dal tuo approccio ho sempre pensato che si scontrasse con una recensione che esprime tutta una serie di considerazioni negative sul film salvo contraddire tutto con un “mi sono divertito” che riblta il giudizio.
Siamo altresì d’accordo sul fatto che la realizzazione di un film sia parte del contenuto (come non esserlo?) ma era una semplificazione per esprimere una certa tendenza a ridurre il film ai personaggi e alle loro relazioni e a dare meno importanza a tutti quei significati che esulano dal linguaggio-parola opposto al linguaggio filmico.
Per il resto ne riconosco comunque la capacità di analisi e di “ricrea(re) il film fra le sue mani” come giustamente dici. Anche se la mia impressione è che ci si limiti un po’ troppo a quanto ho descritto sopra.
Alcune tue considerazioni poi mi trovano particolarmente d’accordo.
Chi voglia fare critica seria dovrebbe vedere il film almeno due volte (ma chi lo fa?).
Sottolinei inoltre giustamente ciò che implica “avere un pubblico”: recensire ciò che il pubblico vuole e, almeno in parte, dando al pubblico ciò che cerca.
La questione delle stelline poi mi ha particolarmente incuriosito: com’è che le intendono gli americani?
E’ tanto diversa dalla nostra concezione?
28/12/2009 | 15:19
Cinepillole: Io non credo che Ebert si rimangi una descrizione negativa con un giudizio positivo, dicendo di essersi semplicemente “divertito” (cosa che, vabbe’, dice anche). Subito al secondo capoverso:
Né in realtà, se si legge bene, si limita alla descrizione dei personaggi. In generale, riferendomi a quella che chiameremmo “trama”, io farei una differenza fra la descrizione impiegatizia e quella pregnante: Ebert è sempre o quasi pregnante. Bisogna tener presente che i rapporti fra personaggi rimangono uno dei principali — se non il principale — vettore narrativo di un film, e che per lo spettatore medio rimangono di primaria importanza: saperli descrivere efficacemente è una vera e propria arte. Però, poi, considera questo terzultimo capoverso dalla recensione di “2012″:
Io ricavo sempre piacere dal leggere Ebert perché — oltre al fatto che scrive come stesse scrivendo un romanzo o un saggio di memorie personali, il che è meraviglioso — mentre ti guida nel film ha sempre queste osservazioni laterali da fare, della più varia natura. Poi non è l’unico modo di procedere, forse non è il migliore, ma io firmerei.
Sulle stelline. Le quattro stelline mereghettiane, che poi sono quelle che uso io, partono con la sufficienza alla seconda stellina: quando io do 2 stelline ad un film sto dicendo praticamente che, tutto sommato, vale la visione. Quando Ebert o chiunque altro sia americano danno 2 stelline ti stanno dicendo: bello, fossi in te non perderei tempo. Le due stelline e mezza sono un mezzo “sì” e un mezzo “no”; le tre stelline sono un giudizio positivo più “sereno”. Quando io do tre stelline, invece, ritengo sia un signor film.
28/12/2009 | 16:06
Si parla di critica, si critica la critica, e la trova una cosa meravigliosa.
Prendo atto delle tue precisazioni e ti rendo atto (ma l’ho fatto fin dall’inizio) che Ebert quello che fa lo fa bene (premio Pulitzer, senza ironia).
Ma certe scelte su cosa fare, quelle si le discuto.
Dopo il “This is fun” e una descrizione entusiasta su come è bravo Emmerich a mostrarci la Terra che si disfa (pur con qualche dettaglio “Not always convincing” conclude in questo modo:
“The movie gives you your money’s worth. Is it a masterpiece? No. Is it one of the year’s best? No. Does Emmerich hammer it together with his elbows from parts obtained from the Used Disaster Movie Store? Yes. But is it about as good as a movie in this genre can be? Yes”
Ecco, un film che si limita a ripagarmi dei soldi del biglietto per me è un film appena sufficiente non un quasi capolavoro.
Soprattutto se non solo non è uno dei film migliori dell’anno ma è anche un collage di mille altri film del genere. Dare tre stelline e mezzo a un film del genere mi sembra un po’ disonesto, e continuo ad avere il sospetto
che il divertimento personale sia, alla fine, l’elemento che più ha pesato nell’assegnazione delle stelline e quindi sul giudizio complessivo del film.
Sospetto confermato leggendo decine di sue recensioni in cui il piacere personale sembra prvalere su tutte le altre considerazioni, vedi anche Sherlock Holmes in cui il peronale divertimento diventa più importante del fatto che “Yet another classic hero has been fed into the f/x mill, emerging as a modern superman” e che dopo passi quasi tutta la recensione a spiegare perchè il protagonista di questo film con Sherlock Holmes abbia in comune solo il nome, l’indirizzo di casa e il nome del suo migliore amico.
E, non mi fraintendere, non c’è nulla di male in tutto questo “il film è bello se mi piace”, tutto sommato vicino al mio modo di vedere il cinema.
Solo che mi sorprende un po’ che tu lo prenda come uno dei tuoi riferimenti .
Sul discorso stelline in generale mi rimane il dubbio che se si da 4 un film si e due no (6 sulle ultime 17 recensioni) come posso distinguere i film che hanno davvero una marcia in più?
28/12/2009 | 20:01
Cinepillole: Non siamo d’accordo su “il film è bello se mi piace”: Ebert non dice questo, anche se ovviamente i due film in questione gli sono piaciuti. Io do buoni voti a film che mi sono piaciuti, cattivi voti a film che non mi sono piaciuti; credo così faccian tutti, tra l’altro. Ovviamente se il film mi è piaciuto ci sono delle ragioni, e di quelle devo dar conto: e Ebert te le dice, le ragioni, assai esplicitamente nel passaggio che citi. Secondo me fai male a vedere le due descrizioni come descrizioni di “difetti”. Se mi passi l’espressione, Ebert descrive solo “dati di fatto”: che un film sia un collage di lavori del genere, in sé, non è mica un difetto. Specie se poi l’autore del film quel genere ha in anni recenti contribuito a delinearlo. Né c’è intrinsecamente nulla di male se lo “Sherlock Holmes” di Ritchie è “cheerfully revisionist”. E non c’è nulla di male neanche nell’uso di effetti speciali! Questi sono tutti dati di fatto che Ebert onestamente descrive: te li ha descritti e ti ha detto che secondo lui val la pena proprio per (o, se preferisci, malgrado) le ragioni descritte, poi vedi tu.
Poi sì, Ebert le stelline le spara grosse, anche per un americano. È un facilone, da questo punto di vista, e bisogna prenderlo con le pinze. Questo i suoi lettori, comunque, lo sanno bene! Ma io lo leggo per vedere cos’ha da dirmi sul film — raramente non ha da dirmi nulla di in qualche modo prezioso — e non per farmi dire se per me o oggettivamente il film è “bello”.