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Louise-Michel, il transanarchismo

louise michel Louise Michel, il transanarchismoL’ho rivisto a distanza di un mese dall’uscita home video, e per diretto e semplicistico che possa essere (anzi, proprio per questo) di Louise-Michel non riesco a non sghignazzare ancora di gusto. Un film “da festival”, di certo non rivoluzionario quanto a stilemi né incontrollabile dal punto di vista strettamente comico, ma la cui filosofia claustrale d’opposizione radicale oggi pare una novità, più correttamente un gradito ritorno: siamo qui (noi registi, noi personaggi) perché pensiamo non ci sia di meglio da fare, perché ormai le scelte rilevanti (quelle di sesso dei due principali combinati evocativamente nel titolo, entrambi proletari transessuali) sono già state compiute e adesso loro (non si sa chi, o meglio si sa ma non si sa dire di preciso, e neanche ce n’è bisogno) ci hanno messo di fronte, semplicemente, alla necessità di agire. Non ce ne frega di nulla, vogliamo andare in fondo — anche se siamo brutti ed incapaci come effettivamente siamo.

Se l’anarchismo non può essere una via percorribile, per ovvie ragioni di gestibilità (!), è anche vero che come attitudine personale è degno del maggior rispetto, o quantomeno di curiosità. Una manifestazione ben sdegnata di individualismo che, con un po’ di provvida approssimazione, si può pensare come base logico-narrativa del tutto comune e ricorrente: avete presente la classica figura dell’eroe, le cui pulsioni contro di varia natura, finora represse, devono trovare soluzione all’interno dell’ordine sociale prestabilito? Ad esempio, come da soggetto del presente film: come si risolve il proprio essere disoccupati, esseri da sempre minoritari ora del tutto dimenticati in un mondo di padroni sempre più distanti? La risposta più volitiva, la prima che viene in mente alle operaie appena licenziate di questa pellicola, è quella di far colletta: mettendo insieme 20.000 €, dopo tutto, e formando una società, si potrebbe avviare una piccola e probabilmente fruttuosa attività. Magari una pizzeria. L’idea decade subito non appena Louise (Yolande Moreau) propone di usare i soldi per assumere un killer professionista: la libertà non è recuperata in un qualcosa di definito ma nel manifesto e nullificante, anarchico “atto” di uccidere il “padrone”.

Va bene: io ci sto, (al cinema) è liberatorio. Le giustificazioni che nella sceneggiatura dei due registi Delépine e de Kervern muovono questa logica sono molto semplici: in qualunque modo vada — sasso, carta o forbice — viene dato per assodato che tanto a vincere è sempre lui, il padrone, quell’entità che verrà poi rivelata quale spirito maligno non identificabile e pervasivo, quindi imbattibile. Per cui tiè, vada in malora. Anche qui l’ordine sociale prestabilito torna quindi inevitabilmente a restaurarsi, occhio per occhio e ritorno: dal paradiso fiscale, uno dei non troppi veri “non-luoghi” effettivamente esistenti, alla nuova pietra posta dal prete — complice come saprete del “potere”, con una ben nota passione per la carne giovane — a fondamento della nuova vita terrena. Questa è quella del bambino nato dall’unione stramba dei due suddetti transessuali, che come intuirete grazie all’arrivo della prole divengono ora proletari a tutti gli effetti.

Qualcosa di nuovo, di sconvolgente? Diamine, no, la solita filastrocca socialista estremista; quanto allo stile, nulla più di un parco uso di piani fissi compassati in cerca di baleni comici (le due cose si coniugano probabilmente al meglio negli inserti dei “comitati di fabbrica”, le riunioni delle donne nello stabile rimasto deserto). Ma non riesco a smetterla di sghignazzare, provando al contempo quella sensazione stupenda di parziale comunanza che mi scatta naturale e inevitabile quando saltano fuori i “mostri”. Louise e Michel (Bouli Lanners), questi due gretti prodotti organici avariati determinati dal capitalismo offshore della Piccardia, mi convincerebbero a seguirli fino in capo al mondo.

1 commento a questo articolo

Dea Silenziosa scrive:
16/10/2009 | 20:37

A forza di sghignazzare mi hai convinta a vederlo! Lo cerco subito.
Da quel che ho capito vuole essere un film irriverente più che rivoluzionario, e ci riesce.
E poi, dici giusto, al cinema ciò che è ‘liberatorio’ fa bene.
E un po’ quell’assoldare il killer anziché fare qualcosa di sensato e costruttivo, mi ricorda l’ultimo grido di El Chucho in ‘quien sabe?’: “ragazzo, con quei soldi, non comprarci il pane, compra la dinamite!”
Buona serata!

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