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Che guarda il cinema da dentro

inglourious basterds laurent Che guarda il cinema da dentroLe avevamo tanto attese, e infine sono puntualmente arrivate: le reazioni della blogosfera italiana all’ultimo “oggetto filmico” tarantiniano. Se volete potete chiamarlo più semplicemente “film”, anche se senz’altro fa meno “figosamente semiotico”. A tal proposito, con questo capolavoro annunciato il semiotico che c’è nel diligente blogger di cinema comincia a tuffarsi in un bollente brodo di giuggiole: vai con il Cinema che cita sé stesso, che cita tutto il Cinema che gli piace, lo “strumento cinema” che può tutto — anche cambiare la Storia! — con la sola forza del suo raggio di proiezione, etc. Insomma, punto per punto esattamente tutto ciò che si sapeva già ci sarebbe stato, tutto ciò che si potrebbe sapere anche senza assistere ad un singolo minuto di proiezione. Stessa cosa succede immediatamente per i commentatori: il post di turno contenente quanto detto è subito salutato unanimemente con sottoscrizioni di stima ed ammirazione incondizionata quali “Post sacrosanto!” o “Ineccepibile!”, o che al massimo — per la maggior parte — propongono con egual secca approvazione una veloce parafrasi di un eccelso passaggio del post sotto esame. Un diluvio di “Grande post!”, “Grandissimo!” et similia. Se volete un esempio del “kommentariat” da cineblog, questo è decisamente il film che fa per voi. E come capitava nella parodia del kommentariat, non appena qualcuno (non ero io, giuro!) muove un appunto deve star attento ad evitare di venir circondato e poi sbranato seduta stante.

È in casi come questo che sento un bisogno enorme di riattaccarmi ad un maggior contenuto di buon senso e ridimensionare le cose. Mi rimetto quindi al buon Pietro Salvatori, che avvicinandosi probabilmente molto di più alla dinamica delle cose chiede venia: «Non ce ne vogliate, ma Bastardi senza gloria per noi è nato in una mattinata di noia, quando il telefono di Quentin ha squillato, e un soggettista qualunque gli ha detto: “Senti, ma un film su degli ebrei fighissimi che fanno un culo così a Hitler&Co.?”
E lui: “Fantastico! Facciamolo!”».

In ogni caso, anch’io ho offerto la mia inutile dose di risibili disquisizioni nella mia immancabile recensione su Cine Zone.

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26 commenti a questo articolo

honeyboy scrive:
09/10/2009 | 11:30

avrei già voluto insultarti per la recensione su district 9 (facile scrivere una recensione in cui si elencano le cose che non funzionano senza spiegarne i motivi, o almeno dei veri motivi, è quella che io chiamo “gloriosa critica d’elencazione” . anche se devo dire che almeno ora riesci a districarti un po’ meglio con il linguaggio ^^), tanto a quanto pare non c’è molta stima reciproca, il che non mi duole per nulla, pensavo almeno si potesse ripiegare nell’indifferenza, ma così non è
passiamo alle cose serie, che poi sono le cazzate che scrivi e scrivi anche su altre persone che però forse non hanno tempo come me da perdere per risponderti, e accetto volentieri appunti da chiunque ne capisca un po’ di cinema (e con questo non intendo aver letto il bordwell, chiaramente…) ma non da te o da bolo
certo prima della proiezione sapevo già che avrei visto ford con gli occhi di leone, cazzo ho il dono della preveggenza
prima della visione sapevo bene che il film avrebbe ribaltato tutto ciò che credevo fossero i “generi”, come poteva non essere così
che il film avrebbe mostrato la maturità stilistica di tarantino, non poteva essere altrimenti!
era tutto così ovvio che comincio a chiedermi perché io sia entrato in sala
ma poi, al di là di tutto, davvero bisognava riportare quella cosa, davvero non siamo in grado (ancora!) di fare un distinguo tra testo filmico ed autore? le intenzioni dell’autore non sono il film! questo andrebbe tenuto a mente. altrimenti basterebbe una intervista al cineasta per analizzare il film. quello che conta è il risultato (e in questo senso è chiaro che anche le intenzioni sono importanti, ma è altrettanto chiaro anche che ci sono una serie di fattori volontari o meno che possono incidere sul risultato, sempre che si creda che il cinema non sia un’equazione esatta).
con stima immutata (cioè poca, lol), saluti

Alberto Di Felice scrive:
09/10/2009 | 11:54

honeyboy: Caro Domenico, non sono uno che crede nell’indifferenza: è poco utile, e anzi francamente dannosa, odiosamente sibillina. Saluti calorosissimi anche a te.

honeyboy scrive:
09/10/2009 | 12:11

dammi un po’ più di soddisfazione, insomma mi hai attaccato con un post! (cosa che io non farei mai, per quanto te lo assicuro io possa arrivare a vertici di cattiveria assoluti, e soprattutto godo molto nel farlo, nonostante il nickname ^^ e questo perché, voglio dirtelo, lo trovo di una bassezza incredibile, insomma, se vuoi la paga vieni a prendertela sul mio blog!)
(ma ce l’hai ancora con me per quella cosa sul divo? può darsi ^^)
detto questo trovo l’indifferenza necessaria, per quanto odiosa. vedi, io amo molto insultare e fare rissa ma non posso spendere troppo tempo della mia vita a farmi il sangue amaro, e tu mi offri l’occasione per perdere volentieri del tempo con questo post (che non mi urta nemmeno tanto, molto meno di quello che sembra, perché è privo di fondamenta o argomentazioni. sono tue opinioni e te le puoi tenere, diciamo. ecco perché sono contro la democrazia sul web, voglio più argomentazione e meno opinione.)
ehm, un giorno ci vorremo bene, fino ad allora guerra senza quartiere ^^

Alberto Di Felice scrive:
09/10/2009 | 12:50

honeyboy: Sul Divo? Che pensiero strano. No, affatto: quella è stata una bella discussione fra persone — non solo me e te — che avevano evidentemente visioni diverse e cercavano di difenderle scendendo nel merito. Non son solito lodare o criticare semplicemente basandomi sul fatto che chi scrive sia d’accordo con me, e men che mai serbo rancore nei casi di disaccordo. Non ce l’avevo con te allora, figurati adesso… Né ti ho insultato. Di certo, chi viene criticato solitamente ha l’impressione — una reazione umana comprensibile — di essere attaccato sul personale, ma non è così: io ho semplicemente manifestato qualche simpatico dubbio sul tono di quel che scrivi (e non tanto sulla sostanza del tuo giudizio sul film, sul quale tra parentesi in gran parte siamo d’accordo — il mio punto è esattamente “Più argomentazione e meno opinione”, guarda caso!), nulla più. Ma non ti son venuto a dire che non capisci neanche un po’ di cinema. È esattamente per questo che criticare non può essere una pratica bassa, a meno che non ci si voglia mettere puramente sulla difensiva e si voglia invece badare al sodo. “Volersi bene” in questo frangente non mi interessa, a meno che non ci si possa guardare in faccia e stringersi la mano in carne ed ossa.

honeyboy scrive:
09/10/2009 | 13:22

la reazione umana è incomprensibile perché io mi sento attaccato non sul personale (e ci mancherebbe) ma sul mio modo di scrivere di cinema (e lascia stare la semiotica, anche perché quale semiotica? strutturalista, interpretativa? ti concedo al massimo il “figosamente” ^^), a cui tengo molto…
non ci sarebbero argomentazioni perché non mi metto ad elencare inquadrature (come se il punto fosse quello), fammi capire. la mia opinione mi pare di averla argomentata, non mi sono rifugiato nella funzionalità (o nell’infunzionalità, come hai fatto tu con district 9, il che potrebbe essere anche legittimo ma per me assolutamente privo di interesse), ho cercato (e dico cercato) di analizzare il processo narrativo del film, ovvero di rispondere alla domanda saliente che mi ha posto, ovvero come ho fatto ad avvertire l’unità in questa pluricità stilistica tarantiniana (posso esserci riuscito o meno, ma non è nemmeno questo il punto, mica sono roland barthes ^^)
il sodo è esattamente questo, io non mi sono mai messo sulla difensiva, nel primo commento ti ho risposto sul merito (ovvero perché trovo che sia una sacrosanta cazzata dire che quello che ho scritto lo si potrebbe scrivere senza vedere il film, il che non perché ciò sminuisca il mio “lavoro”, chissenefrega, ma perché ho scritto pensando al filmico, al mio rapporto col filmico, perché le analisi servono a questo, a rispondere agli interrogativi, cosa che non potrei fare stando a casa).
io ti ho detto giusto quello che penso, forse esagerando un po’ nei toni, ovvero che non mi sembri all’altezza di poterti mettere su un piedistallo e criticare i post degli altri, il loro stile o la loro capacità di analisi con delle critiche sul tuo blog (il che permettimi è tanto diverso dal commentare direttamente ciò che si pensa su un blog, a meno di temere uno scontro “fuori casa”, se poi ti pare che bolo abbia mosso un appunto dai su, era palesemente un troll in cerca di rissa), e anche se lo fossi sarebbe comunque poco carino, anche se forse divertente per qualcuno (sicuramente per te!)
ehm sul volersi bene ero abbastanza ironico a dire il vero…

Alberto Di Felice scrive:
09/10/2009 | 14:00

honeyboy: Certamente, eri ironico e me n’ero ovviamente accorto: ma quella tua frase, scherzosa, mi è sembrata un lapsus indicativo a mio avviso di un “volemose bene” che trasuda dall’estesa pratica del “kommentariat”, nonché dalla scarsa attitudine ad accettare che si possa parlare di come si scrive, indipendentemente da dove lo si faccia. Questo blog è dedicato fra le altre cose alla critica, e quindi io parlo di critica, categoria nella quale faccio rientrare anche te; il che può ovviamente non piacere, ma tant’è. Come se Barthes o Metz non avessero mai avuto nessuno a sottolineare i loro enormi problemi teorici; e ovviamente, chi li usava ed usa si è volentieri trincerato dietro la difesa — sul personale anziché nel merito — che chi li sottolinea non sarebbe degno di mettersi su un piedistallo. (O almeno, non sullo stesso piedistallo di Barthes o Metz.)

Sul fatto che tu abbia descritto la tua opinione non c’è dubbio: ma dire che una presunta assenza di “epicentri o fulcri lingustici” (e, per dire, divisione ed ordinamento dei capitoli cosa servono a fare?) venga miracolosamente tenuta in piedi da una nebulosa “passione” ed un fantomatico “gesto” è solo alla larga classificabile come argomentazione logica. Però se si rinuncia a parlare di “funzionalità” (che non è altro che capire ciò che sta dietro alla relazione mezzi-fini: in un film si prendono determinate e precise — anche quando sono involontarie — scelte di messa in scena raggiungendo uno o più risultati, e questo non è altro che il cinema come mezzo, o se preferisci “il linguaggio”) può andar bene.

honeyboy scrive:
09/10/2009 | 14:52

il fatto che tu mi faccia rientrare nella categoria è abbastanza sbalorditivo, io non esercito alcun tipo di critica, nè mi interessa farlo.
(stai per caso implicitamente asserendo che io utilizzi le teorie metziane? questo significherebbe spararla un po’ grossa se permetti. e nemmeno quelle barthesiane, che amo molto ma sono inapplicabili, perché come dice eco (per una volta a ragione) barthes non fornisce modelli, ci dice solo che il significante è ovunque.)
il problema è che anche il tuo post non mi sembra entrare nel merito, invece questo tuo commento sì, ma quasi
il significato di gesto (anche quello “fantomatico” ma sarebbe molto, ma molto, meglio definirlo fantasmatico) dovrebbe essere chiaro
(logica di che tipo? binaria o fuzzy? così come la semiotica anche la logica non è unitaria. se parliamo di discipline facciamolo con rigore o non facciamolo affatto. per esempio io non mi servo della logica binaria per un qualsiasi tipo di analisi, quindi la tua affermazione sull’assenza di argomentazione logica sarebbe perfino superflua.)
non virgolettare “il linguaggio”, se no mi tocca citare derrida…
ma passiamo dalla teoria alla pratica, visto che credo tu preferisca ^^
la divisione in capitoli cosa ci azzecca, non ci siamo, tutti i film divisi in capitoli portano avanti all’interno di ogni capitolo uno stile diverso? non mi pare automatico, anzi
su questa assenza del fulcro identificabile in aggiunta alla contaminazione totale (che potrebbe far rientrane il film in una categoria post-qualcosa, post-moderna? e invece assolutamente no), l’aver introdotto il gesto amoroso per me invece significa molto, significa che non ho visto nel film di tarantino un nichilismo ma una fiducia nella narrazione, e che trovo in questo film un oggetto (tiè!) dal quale bisogna ripartire. è questo che lega una scena l’una all’altra, fiducia/amore (saranno concetti banali ma nebulosi proprio no ^^).
ora, il concetto sarà poco interessante, stupido, binariamente illogico o cosa, non me ne frega molto, è un concetto che mi andava di esprimere. tu hai tutto il sacrosanto diritto di criticarlo, io non solo mi difendo (e salcazzo ne ho il diritto!), ma mi concedo di criticarti a mia volta, e critico le modalità che utilizzi per criticarmi, anche se a te potrebbe anche giustamente non fregare nulla (come a me delle tue critiche), ma alla fine questo scambio finisce per diventare interessante
ecco. il problema è che si raggiungono dei risultati, e bisogna prenderne atto, la funzionalità con questo cosa ci azzecca. funziona per chi? per te, per me , per lui? per chi funziona? (un po’ come il concetto di noia e di lentezza, che fanno parte della percezione e non del cinema, anche quello di funzionalità è difficile da definire rimanendo nel filmico) il e poi dico critichi chi parla di “necessarietà” facendo lo stessa cosa ma all’inverso, se non te ne fossi accorto. funzionale a cosa, a chi, perché? questa è la domanda fondamentale, tu elencavi solo le scelte di messe in scena (e non è difficile) sentenziandone l’inutilità (inutili a chi? inutili al cinema? al testo di cui comunque fanno già parte?). quello che voglio dire è che non mi pare sia funzionale (lol) parlare di funzionalità, le scelte sono state fatte e amen (siamo d’accordo sulla volontarietà/involontarietà, almeno quello!), bisogna poi cercare di capire che cosa significhino
mi sembra abbastanza chiaro che i nostri punti di vista divergano, ma questo secondo me è un bene, o no?
non mi appioppare solo metodologie che non mi appartengono, per il resto puoi fare cosa vuoi

honeyboy scrive:
09/10/2009 | 14:54

* i concetti e non il concetto

Pickpocket83 scrive:
09/10/2009 | 15:20

Sul serio mi chiedo il senso di questo tuo ultimo post. Se la cineblogosfera suscita in te simili rigurgiti di scherno, non capisco perchè continui a frequentarla.

Saluti

Alberto Di Felice scrive:
09/10/2009 | 20:40

honeyboy: Tu scrivi (a volte) di cinema, sì? In una maniera che si prefigge di analizzare film, sì? L’hai detto tu stesso anche nei commenti precedenti. Allora, per quanto mi riguarda, fai indubbiamente critica.

Non ho asserito nulla circa le teorie che utilizzi: credo che, come spesso accade quando si tratta della vecchia teoria del cinema di stampo largamente semiotico-psicanalitico applicata all’analisi, ne associ spesso implicitamente di molte diverse a seconda di come sia più utile al caso.

Per logica intendo, molto semplicemente, le classiche induzione, deduzione ed abduzione al posto della liberamente vaga associazione di idee e teorie. A questo proposito, “il linguaggio” è assolutamente da virgolettare, e non ha nessun valore il fatto che tu “minacci” di tirar fuori la carta Derrida come a zittirmi, commettendo la fallacia argomentativa nota come ricorso all’autorità: il fatto che Derrida asserisce qualcosa vale ben poco, nella misura in cui Derrida dice cavolate (com’è peraltro da dar per scontato!). E devo ribadirti che il concetto di “gesto amoroso”, che può essere certo molto affascinante e suona bene, rimane nebuloso, così come l’asserzione che ci sia un’assenza di “fulcro identificabile in aggiunta alla contaminazione totale”.

Funzionalità e “necessarietà” (termine che tra l’altro non mi pare di aver tirato fuori: l’han tirato fuori altri, credo riferendosi ad aspetti del tutto diversi rispetto a quelli di cui stiam parlando noi) sono due cose diverse. La funzionalità, come ho già detto, si stabilisce sempre in relazione a quello che tu chiami “significato”, il cui contenuto può essere il più variegato ma deve anche essere almeno potenzialmente individuabile: far riferimento a genericissimi concetti non basta. Le scelte non sono state fatte “ed amen”: le scelte sono state fatte per dei motivi e di quelli (o meglio, di come le une sono fatte per gli altri) bisogna parlare.

Pickpocket83: Stai dicendo che non dimostro abbastanza fedeltà “alla famiglia”? Gulp!

honeyboy scrive:
09/10/2009 | 23:24

psicanalisi?? lol (che poi quale? lacaniana? per l’amor del cielo! al limite jung…)
(considero critico solo chi è pagato per farlo, poi ognuno la pensa come vuole, io scrivo prevalentemente altro, ma mi piace ogni tanto scrivere un post sul cinema. il mondo sarebbe pieno di critici allora)
non commetto nessuna fallacia argomentativa (sento odor di Eco ^^) nè ti minaccio (e non voglio nemmeno il tuo scalpo, nonostante la verve), mi era venuto solo in mente un bel discorso di Derrida sul tuo uso delle virgolette, il che non ci azzecca nulla con il nostro discorso, era una divagazione tanto per (speravo si fosse capito, ma amen)
cosa ci sarebbe nebuloso nella contaminazione? sul vocabolario (o anche il vocabolario è una autorità alla quale non posso rivolgermi? ^^) la defizione appare chiara e semplice
contaminazione totale significa semplicemente che il genere del film non è definibile, o anche questo è poco chiaro? il concetto di genere è utilizzabile? quello di struttura?
tutto ha una struttura, anche le recensioni o il biglietto di auguri che ricevi al compleanno
il problema è che fin quando ti interessarai ai motivi delle scelte non arriverai a nulla, perché vedi quelli possono anche dipendere da mancanza di budget, da una imposizione della produzione, da una necessità etc… tutte cose delle quali me ne sbatto molto allegramente, il punto sono i risultati di quelle scelte, non i motivi
ma usando la logica “classica” (che ha regole feree, del tipo che se devi dimostrare che una cosa non no è una cosa ti servono un po’ di passaggi) scopriamo che il tuo ragionamento fa acqua, perché definire un significato implica definire un significante, e non ci può essere una funzionalità del significante rispetto al significato, il significante genera il significato, non viceversa, e il viceversa è tautologico (lo scopo del significante è proprio quello di significare!), quindi irrelevante da definire. tutto questo per dire che il contenuto del significato è nuovamente il significato, quindi che senso ha definirlo (mi riferisco alla tua definizione del “contenuto del significato”, che è come dire “a me mi”)?
le classiche induzione, deduzione e abduzione vanno benissimo in matematica (con la logica matematica ho avuto a che fare ed è una gran rottura di coglioni ^^) o nella filosofia delle macchine (almeno prima della cibernetica), con il cinema è come tentare di dipingere un quadro con una chiave inglese (la metafora è nebulosa? devo spiegarla?)
ti restituisco gentilmente il “vago”, qui il vago sei tu, non io, non le teorie che tu pensi io utilizzi (ma dai, la psicanalisi era proprio grossa, ne so proprio poco di psicanalisi!)
mi sembra di cominciare a perdere tempo

honeyboy scrive:
09/10/2009 | 23:30

(il primo viceversa intende “il significante è generato dal significato”, il secondo “il significato è generato dal significante”, rileggendo mi sono accorto che era poco chiaro, seppur probabilmente corretto nella forma)

Pickpocket83 scrive:
09/10/2009 | 23:31

Famiglia? Quale famiglia?

Mi attengo a quello che leggo nel tuo post. Se trovi che i cineblogger dicano cose scontate in modo scontato mi chiedo perchè continui a leggerle. Evidentemente senti che la tua dimensione è quella della critica esercitata attraverso altri canali. Più “scientifici”. Perfetto: percorrili. Il cineblogging è un’altra roba. Se cerchi come requisito aprioristico rigore analitico e metodo critico nel mondo del cineblogging sbagli strada in partenza. Troverai degli ottimi giovani critici che usano i loro blog come una vera e propria palestra. Potrai trovare alcuni blogger che si sforzano (con grande attenzione, spinti solo dal loro gusto personale) di conoscere e per quanto possibile applicare teorie e metodi di analisi filmica. Molti altri invece non coltivano per nulla questo aspetto. Io per esempio, per quanto possa valere la mia testimonianza, non sono interessato a nessuna forma di “critica” cinematografica. Amo il cinema. Mi piace scrivere di cinema. Mi piace leggere di cinema. Mi piace trovare una qualche luccicanza in quello che leggo. E mi sforzo (forse riuscendoci solo una volta su mille) di metterla in quello che scrivo. Tutto questo per dirti una sola cosa: le generalizzazioni e gli apparentamenti lasciano sempre il tempo che trovano.

Mi dirai che se scrivo di cinema, faccio necessariamente critica cinematografica. Non credo. Si può anche scrivere di cinema vagabondando nel cinema, senza alcuno scopo analitico. Rimanendone allucinati/stregati/spaventati. A me interessa esattamente quel genere di vagabondaggio-esplorazione. La scrittura di cinema come diario di (un) viaggio.

Un’ultima cosa. La retorica del “Volemose Bbene” è ridicola almeno quanto quella (opposta) del gagliardismo dalle fiammeggianti tonalità polemico-provocatorie-a-tutti-i-costi.

Alberto Di Felice scrive:
10/10/2009 | 00:53

honeyboy: Forse non ne sei al corrente, ma semiotica e psicanalisi (specie lacaniana) hanno un bel po’ in comune. Metz ad esempio ci ha giocato a ping pong. Ma è tutto dato per scontato, per accumulazione progressiva e libera e sregolata associazione di idee, quindi è facile dimenticarselo!

Ora, io sono senz’altro in grado di comprendere il significato delle parole che scrivi: comprendere il combinato disposto di “contaminazione” e “totale” non è così difficile. Cos’è che è nebuloso? Semplicemente il fatto che non hai portato il minimo esempio di come la “contaminazione” sia “totale”, ammesso sempre che lo sia (e io non direi che lo è: mi interesserebbe semmai studiare come i diversi generi vengano usati, omaggiati e/o deviati): l’hai solo affermato. Per di più poco dopo nel tuo post affermavi in aggiunta che tanto “ormai tutto è contaminato”: una definizione che è tanto larga da abbracciar tutto, questo film e l’universo mondo, è una definizione poco utile.

I motivi, al cinema, si ricavano con molta approssimazione dai risultati: se si sceglie una determinata inquadratura (posti tutti i vincoli del caso) piuttosto che un’altra lo si fa in partenza per ottenere un determinato effetto piuttosto che un altro (a meno ovviamente che non si proceda a caso); poi noi guardiamo l’effetto e possiamo ragionevolmente attenderci — a meno di non credere nel caos totale o nell’irresponsabilità dei realizzatori — che le scelte di messa in scena siano state adottate per ottenere quell’effetto. Poi puoi dire “significante” e “significato” quanto ti pare, ma la cosa non cambia di una virgola: usi un “significante” (scelta) per ottenere (funzionale a) un “significato” (effetto). Riformula pure, senza molto sforzo, la mia frase come “il significato può essere il più variegato”, e hai risolto.

Le classiche induzione, deduzione e abduzione, grazie al cielo, sono l’ABC di qualsiasi ragionamento: non si può improntare nessun testo argomentativo di alcun genere se non le si rispetta. Se all’università avessi raccontato che per scrivere un paper potevo buttare quelle tre bambine in acqua mi sarei beccato sonori schiaffi e pessimi voti. Non sono mie opinioni, ecco.

Pickpocket83: Sono molto d’accordo con te, e mi occorre specificare. Innanzitutto ti invito a notare che, se sembro chiamare in causa l’intera galassia, in realtà faccio riferimento solo ad alcuni esempi: uno è quello di Domenico. Io, visto che ci siamo e giusto per fare due nomi, mica ho parlato di quello che hai scritto tu, o il mio amico Roberto Bernabò (del quale pure, devo confessare, poco mi è piaciuta la reazione al commento del povero Bolo). Il mio riferimento esplicito a Domenico, tra l’altro, parte giusto dall’episodio che ha avuto per protagonista proprio il celeberrimo Bolo. Perché leggo anche roba che mediamente trovo scontata? Beh, perché “Amo il cinema. Mi piace scrivere di cinema. Mi piace leggere di cinema. Mi piace trovare una qualche luccicanza in quello che leggo”. Si dà il caso io mi interessi a come si parla di cinema; mi interessa capire e spiegare perché credo certi modi di parlare di cinema non vadano bene. Credo che se si parla male di cinema si vede male il cinema: chi parla male pensa male. Non sono su un piedistallo, non avendolo neanche: cerco di capire inter pares. I “canali” mi interessano molto relativamente, perché come dici anche tu dello stesso “canale” ognuno fa quel che vuole: c’è gente che ha blog che hanno valore critico nullo e siti di cinema che non valgono un calzino del miglior blog. Ragion per cui non condivido il fatto che “il cineblogging è [necessariamente] un’altra roba”. Quindi sì, mi occorre specificare che generalizzare è sbagliato; mi scuso del fatto che possa esser sembrato io l’abbia fatto. (E io purtroppo son ben poco “gagliardo” — riconosco tuttavia di esser altamente antipatico.)

Non necessariamente se si scrive di cinema si fa critica. Se mio fratello scrive su Facebook (anche quello è un canale) che “G-Force” è una figata sta “parlando” di un film, ma chiaramente non sta facendo critica. Però se qualcuno si propone di analizzare — in vario modo — un film, si pone in terreno a mio avviso diverso.

honeyboy scrive:
10/10/2009 | 09:59

(perché secondo te non avrei letto cinema e psicanalisi di Metz? ma non era quello il punto, come al solito… il punto è che non trovo la psicanalisi utile all’analisi cinematografica, al limite all’analisi della reazione spettatoriale, alla quale posso anche interessarmi ma nemmeno tanto
dire che quelle tre bambine sono la base di ogni argomentazione vuol dire essersi fermati a parecchi anni fa. quando si parla di uomo, e il cinema è un prodotto della tecnologia la quale è a sua volta un prodotto dell’uomo ci sono diversi gradi di verità. l’induzione è fallace in questo campo (ma non voglio affrontare un discorso sulle gestalt, e nemmeno su popper e i vari fallimenti che hanno avuto certi criteri logici al di fuori delle scienze, ci si può facilmente documentare). forse ti converrebbe approcciare la fuzzy logic, se non lo hai già fatto.
l’interpretazione è labirintica, questo è il mio credo.
continua pure ad applicare tu dei modelli sbagliati a cose che hanno a che fare con la vita, continua a semplificarti le cose, se ti fa piacere)
(questo commento serve in realtà a dire che accolgo il consiglio di molti, di lasciarti perdere, e questo sarà il mio ultimo commento ad un tuo post
perciò, addio)

Pickpocket83 scrive:
10/10/2009 | 10:09

@ Alberto Di Felice:
“Povero” Bolo, giusto. Un ignoto che piomba su un blog e vomita nell’anonimato più completo una filippica di insulti farneticanti mi sembra degno della massima commiserazione.

“Credo che se si parla male di cinema si vede male il cinema: chi parla male pensa male.”. E’ qui il punto. E’ questo determinismo assolutista che trovo assurdo. Parliamo sempre di un “male” che è male “per te”. Non stiamo compilando una cartella contabile. Stiamo parlando di cinema e di scrittura. E di come ognuno di noi si relazioni con queste due cose. Male? Bene? Hanno senso questo tipo di discorsi? Passo e chiudo. By.

Alberto Di Felice scrive:
10/10/2009 | 10:50

honeyboy: Cercare il consiglio altrui (specie se di molti!) ed ascoltarlo è buona cosa. Beh, quantomeno può esserlo. L’importante è non esser convinti che “diversi gradi di verità” (cosa sulla quale non posso che esser d’accordo, tra l’altro: induzione ed abduzione mica ti danno certezze assolute) voglia dire “nessuna verità”. Grazie per aver commentato e, visto che è così, addio anche a te.

Pickpocket83: Più che degli “insulti” di Bolo (aver da ridire su delle espressioni usate, come nel suo primo commento, è un insulto solo se si è iperprotettivi), mi preoccuperei di quelli (conditi da sufficienza da dotti da seminario — del tipo “Perdona Bolo, Signore, perché è un ritardato”) che sono seguiti. Certo che questo tipo di discorsi hanno senso: vai a chiedere ad una maestra delle elementari se pensa si debba insegnare ai suoi alunni che scriver chiaramente non abbia senso. Poi certo: tutto è relativo (!). Bye.

Pickpocket83 scrive:
10/10/2009 | 13:25

E ovvio che hanno senso. Hanno senso se fatti in una scuola, tra gente che ha accettato di stipulare con altra gente (i maestri) uno scambio e un rapporto docente-discente. Io mi domandavo (e me lo domando ancora) che senso avesse farli qui, questo tipo di discorsi. E che senso abbia che li faccia tu a noi, a me. O comunque ad altri blogger. A meno che tu non consideri questo blog un’aula di scuola elementare, i blogger come alunni di scuola elementare in grembiulino e te come maestra della suddetta scuola elementare. Se è così avvisaci, che compriamo almeno i libri di testo.

Ciao

Alberto Di Felice scrive:
10/10/2009 | 13:54

Pickpocket83: No: hanno senso ogni volta che si vuol ragionare, capire e discutere. Non occorrono maestri, ma pari in grado di ragionare gli uni con gli altri. A proposito: il tuo è un argomento ad hominem, ed in quanto tale è inutile che io risponda. Se un discorso ha senso, ha senso: non diventa vero o falso a seconda di chi lo fa.

Roberto Bernabò scrive:
12/10/2009 | 17:10

Devo riconoscere, visto che sono stato nominato ;), che effettivamente il mio commento a Bolo non era carino.

Ma perché il primo commento di Bolo era carente nell’argomentazione.

Il mio secondo commento io lo trovo ironico. Magari, caustico, ma per me era giusto così.

Nel merito dei contenuti delle ragioni di Bolo non entro. Ritengo, personalmente, e di questo cerco di farne una regola universale, che a casa d’altri ci si debba sempre comportare con una certa educazione.

Sarà che l’anno prossimo compirò 50 anni, ma entrare in una discussione, a casa d’altri, ponendosi come l’unico depositario della Verità sul Cinema (io personalmente brancolo nel buio delle mie strampalate teorie), la trovo una pratica che cerco (nei limiti del possibile, ovvio, se uno mi offende non sempre offro l’altra guancia, lo ammetto), sempre di evitare.

Non intendevo, però, giuro, essere poco carino, e l’ho anche chiarito in un commento successivo.

Probabilmente sarò stato frainteso, amen.

Se vieni nel mio blog, ad esempio, trovi dei commenti di Marco Bellentani, che è in genere caustico, ma ci si rispetta, ed io li accetto. Vediti anche quelli (notevoli devo dire) al post su Antichrist di Lars von Trier.

Secondo me quello è un buon modo per discutere pur avendo idee diverse.

C’è, effettivamente, un confronto arricchente. E che arricchisce, anche, i contenuti del blog, peraltro.

Trovo corretto, e chiudo, in una discussione, essere magari anche duri nell’argomentazione, ma senza mai offendere il nostro interlocutore, e mantenendo una certa flessibilità verso il merito dell’opinione altrui, che magari ci offre un ampliamento di prospettiva.

Se ho offeso Bolo, mi pento e mi dolgo … ma si vede che me le ha tirate di bocca certe parole.

OFF TOPIC

Ho dovuto leggerti su CineZone per capire se il film ti era piaciuto ;)

Ti piace la mia nuova header?

Rob.

Alberto Di Felice scrive:
12/10/2009 | 18:56

Roberto Bernabò: Ciao Roberto. Mi fa piacere tu sia intervenuto. (Sì, l’header mi piace!)

È dura non esser d’accordo con quel che hai scritto. Conoscendoti di persona, so perfettamente che non avevi cattive intenzioni. Io — essendo più giovane, spocchioso ed avventato di te — ho forse una visione un po’ più lasciva di ciò che è “educato”. E, ti giuro, non vedo maleducazione nel primo commento di Bolo. Ma questo per un semplice motivo: se non si è ipocriti (passami il termine), quando in casa propria si accettano i commenti non argomentati del genere “Grande post!” si devono accettare in egual modo i commenti non argomentati del genere “Pessimo post!”. Nel mondo migliore possibile, ovviamente, è preferibile in entrambi i casi — beh, diamine, in tutti i casi — argomentare.

Roberto Bernabò scrive:
12/10/2009 | 19:06

Molto spesso, però, consentimelo, dietro “grande post” (che io in genere non scrivo mai se non argomentandolo), c’è però un post nel blog di chi te lo scrive.

Un po’ come dire: “Ciao, mi piace quello che hai scritto, se vuoi sapere come la penso passa da me”.

Sulla presunta educazione di Bolo, vatti a leggere il significato del termine “bolo” su wikipedia … ehm … e poi immaginati da quale prospettiva quel tipo scrive.

E’ vero, lo ammetto, abbiamo concezioni dell’educazione diverse … ma che vuoi fare … io mi considero un uomo del millennio scorso … che cerca di stare al passo con i tempi.

Non è detto che ci riesca sempre ;-)

Un caro saluto.

Rob.

Alberto Di Felice scrive:
12/10/2009 | 19:42

Roberto Bernabò: Sai che la pratica di chiamare gli altri sul proprio blog tramite il commento che ricorda che esisti non mi piace neanche un po’? Il commento serve per commentare, se si ha qualcosa da dire: anche cose sbagliate, ma diamine qualcosa da dire!

Dea Silenziosa scrive:
16/10/2009 | 02:10

Caspita però…come è già capitato un’altra volta, mi hai portato in alcuni link con dei botta e risposta di quelli che ti prendono e ci resti mezz’ora per leggerteli fino alla fine :D !!!

Dea Silenziosa scrive:
16/10/2009 | 02:15

PS- Che dire: io ce lo vedo in tutto e per tutto, Tarantino che ride entusiasta al telefono e dice ‘fantastico facciamolo!’ Beato lui che ormai può fare (quasi) tutto.
E comunque…non ho ancora mai sentito che c’è un genere di film di cui non sia entusiasta: viene in Italia e dice che i film di Banfi- Fenech anni 70 erano fantastici, per Leone ha un’adorazione, e qui mi genufletto pure io… Adora i film orientali e wuxia… (pure io, se sono ben fatti) , ovviamente gli horror… che altro?

Alberto Di Felice scrive:
16/10/2009 | 02:30

Dea Silenziosa: Mmm… Se hai tempo, tutto quello che c’è in questo film (per rimanere a questo film, eh, anche se sicuramente in eccesso) lo trovi qua:

http://www.scarecrow.com/2009/09/25/before-they-were-basterds/

Acciderbolina.

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