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Chéri di Frears

cheri frears Chéri di FrearsRaramente nel cinema di lingua inglese — e nel cinema odierno in generale, fatta rigorosamente eccezione per colleghi francesi (in Francia è ambientato, tra l’altro e come ampiamente segnala il titolo, Chéri) — si trova il vivo distacco di Stephen Frears. Quando lo si trova potrà non esser nuovo, ma fa sempre la sua figura. Preciso: “vivo” perché in ogni caso dedito alla crudeltà delle cose umane; “distacco” perché rattristato dall’eleganza in cui queste ultime, nelle vicende descritte, si trovano immerse. Lo stacco fra le pulsioni perverse e lascive della ricchezza, posseduta o agognata, e la sporcizia ingrata della povertà ne è la materia: in Chéri, il tutto è vissuto fra un’attempata e pur sempre splendida donna di mestiere (Michelle Pfeiffer) ed il figlio (di una meno avvenente collega, Kathy Bates, ma anagraficamente ipotizzabile come suo mancato) amor perduto che è destinato a scivolarle fra le dita (Rupert Friend).

Sicuramente un film che fa parlar meno del precedente The Queen, dal quale si distanzia per somigliare più ad un misto fra l’antecedente (sempre sceneggiato da Christopher Hampton — che di Frears ha scritto anche il mio suo film preferito, Mary Reilly) Le relazioni pericolose ed il penultimo Lady Henderson presenta, altro particolarmente delizioso pezzo d’epoca con le vecchie volpi Judi Dench e Bob Hoskins. Lì la protagonista era una vecchia ereditiera che nel mezzo della seconda guerra mondiale decideva di aprire a Londra un teatro nel quale finiva per metter su degli spettacoli di “nudo artistico”, raccattando belle figliole della povera campagna inglese, affinché i giovani soldati in partenza per il fronte potessero avere la certezza di vedere almeno una donna nuda prima di morire; sembra una commedia, e lo è, ma con le cose facili qualcuno si ferisce sempre. La Léa di Chéri, arrampicatasi coi suoi servigi fuori dal fango, svezza in maniera poco meno casta il giovin figlio di una dama di rango simile al suo; ognuno dei due, a suo modo, non saprà uscire dalla miseria da cui è partito.

Mi indigna un po’, pur non sognando di sovrastimare la pellicola in questione (le preferisco, ad esempio, il similmente “minore” Lady Henderson), che film che dimostrano il gusto che si vede qui possano venir ridotti a scialbi esercizi d’arredo come si potrebbe fare con la media produzione televisiva BBC, gloriosa sigla che pur è qui finanziatrice. Il buon Francesco Chignola, ad esempio, usa parole che potrei pensare riguardo a La duchessa, dicendo che questo è un film «vecchio e soporifero, inutile più che davvero dannoso»; Stefano Selleri trova che «Frears sembr[i] preoccupato solo di creare una piacevole illustrazione dello script: le immagini scorrono eleganti, ma anche totalmente depurate di ogni possibile fremito, glaciali e asettiche».

È ovvio controbattere che lo siano volutamente, come pure Selleri concede, ma è anche una risposta che difficilmente soddisfa chi si è annoiato. Non mi tolgo dalla testa che chi cerca “fremiti” e “brividi” sta evidentemente cercando dalla parte sbagliata. Come mi capita spesso, finisco a proposito per citare il sempre prezioso (anche quando prende sonori e proverbiali granchi) Roger Ebert (mio corsivo, per chiarezza di traduzione): «I momenti più emozionanti alla fine accadono fuori campo, e vengono raccontati dal narratore (Frears stesso). È così che dovrebbe essere. Alcune cose non succedono alle persone. Succedono di loro».

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3 commenti a questo articolo

UnoDiPassaggio scrive:
13/09/2009 | 19:06

Qualcosa mi dice che, semmai lo vedessi, condividerei il tuo parere (e forse andrei anche oltre).

souffle scrive:
14/09/2009 | 22:53

è una mia prossima visione. Mai avrei pensato che il tuo preferito fosse Mary Reilly. I miei sono Rischiose abitudini e Le relazioni pericolose. Non si può dimenticare la Close davanti allo specchio.

Alberto Di Felice scrive:
15/09/2009 | 09:05

souffle: In realtà di Frears ce ne son molti che ancora mi mancano: ad esempio, prima de “Le relazioni pericolose” di suo non ho visto nulla, e rimedierò presto. Ma “Mary Reilly” l’ho visto in tenera età e da allora non ha più finito di inquietarmi.

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