L’horreur à la frontière française: Parte seconda
[Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 12 febbraio 2009 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea. È una felice continuazione di un'allora parecchio acida discussione fra me ed Alessandro Baratti. I commenti che ne sono seguiti sono ora riportati nel corpo del testo. Buona lettura.]
Venuto in possesso del dvd, ho rivisto come promesso il film di Xavier Gens, che al tempo dell’uscita ha generato questo post e relativa discussione fra me e il buon (anche se adesso, se mai mi ha considerato, mi considera indubbiamente come feccia) Alessandro Baratti. Non è ovviamente di utilità a nessuno che io ribadisca adesso quello che sostanzialmente era il mio giudizio; mi interessa semmai tornare brevemente sulle sequenze d’apertura e chiusura, dato che su di quelle ci eravamo concentrati nel parlare della “critica sociale” — o sua mancanza — nel film. Non ho intenzione di dimostrar nulla con questo post, e di certo non che la lettura di Baratti sia indifendibile — au contraire, è indubbiamente quella giusta. L’interpretazione di un film, comunque, non corrisponde ad un giudizio di valore sullo stesso: se accetto la lettura di Baratti, non devo anche esser convinto che il film vi giunga in maniera eccelsa o anche solo interessante. Di certo, come capita il più delle volte per i film nei cui confronti sono stato particolarmente severo, la seconda visione ha attutito il mio giudizio; purtroppo, non lo ha cambiato — reputo ancora il film piuttosto velleitario, anzi grossolano. Cercherò di seguito di spiegare almeno parzialmente perché.
Nei commenti al post di cui sopra, Baratti parla della «rappresentazione delle forze dell’ordine (quasi sempre inguainate in uniformi nere, osservate in azione mentre percuotono e ammanettano i giovani rivoltosi e, soprattutto, posizionate nel posto di blocco finale in formazione marziale a braccio teso)». Ora, mi sembra necessario notare preliminarmente che, al di là del fatto incidentale che è improbabile che le forze di polizia indossino in qualsivoglia circostanza delle uniformi color fuxia, nel corso del film — apertura e chiusura escluse — ricorrono solo due circostanze nelle quali viene fatto riferimento all’attualità politica interna alla vicenda narrata. La prima è a dieci minuti dall’inizio, quando Tom (David Saracino) e Farid (Chems Dahmani) in fuga in auto verso la frontiera ascoltano alla radio (veniamo aiutati da una transizione dalla scena precedente su immagini di commento che riprendono i titoli di testa) del coprifuoco imposto dal governo uscente dopo i risultati del primo turno delle presidenziali e gli scontri parigini — «È meglio espatriare alla svelta: qui non si sa come va a finire», commenta Farid.
La seconda (a circa 27′) ha per protagonisti sempre loro due, stavolta nella loro camera nell’“albergo” dell’efferata famiglia, e subito prima che i problemi per loro inizino a farsi realmente seri: apprendono nuovamente degli scontri, ora al telegiornale, con le dichiarazioni sulle sommosse dell’attuale ministro dell’interno e futuro presidente. Ora è Tom a commentare: «Sono tutti fascisti: ormai siamo come negli Stati Uniti, eh, abbiamo anche noi il nostro Bush». Questi due momenti in queste due scene assommano a pochi secondi.
Andiamo ora alla sequenza d’apertura, che inizia con l’ecografia del bambino di Yasmine (Karina Testa), sulla sua voce over: «Mi chiamo Yasmine. Sono incinta di tre mesi. Una volta qualcuno ha detto che gli uomini nascono liberi e con gli stessi diritti: nel mondo in cui vivo io è tutto il contrario. Chi vorrebbe nascere per crescere nel caos e nell’odio? Avevo deciso di evitare a mio figlio quest’inferno». Qui, dopo un brevissimo flashforward sul volto della ragazza, partono i titoli di testa su un montaggio a episodi degli scontri parigini, frammisti a immagini della tornata elettorale e accompagnati da vari commenti radio. Vediamo immagini a mio avviso abbastanza ordinarie di scontri, con relativi nervosismi da entrambi i lati. In circa due minuti e mezzo vediamo (dovrò necessariamente essere riassuntivo con le immagini) un corteo:
Un ragazzo che affronta un gruppo di poliziotti, inizialmente riceve da uno di questi una manganellata, e poi viene spruzzato con un estintore:
Le manifestazioni che continuano ad essere affollate nella notte:
Una squadra di poliziotti che fronteggia — e poi carica — dei giovani che iniziano ad appiccare incendi:
Poi altre varie immagini su questa falsa riga, con la polizia fronteggiata dalla folla in rivolta che getta vari oggetti:
Poi gli arresti di qualche manifestante, che potrete capire non avvengono nel più quieto dei modi:
In un’inquadratura un agente intima col fucile a delle persone di rimanere in un edificio, si sente uno sparo (probabilmente off, ma l’impressione cercata è che il poliziotto in questione abbia sparato sugli interessati) e poi stacco sul nero dei titoli:
I pompieri all’opera sul finire della nottata:
Poi ancora manifestazioni e scontri, probabilmente la mattina dopo:
Ecco il simpatico cane che citava Baratti («Je bouffe du facho et je le chie»):
Poi ancora altri arresti:
Tutto questo per dirvi l’ovvio, ovvero che nella sequenza sui titoli di coda abbiamo delle manifestazioni, comprendenti incendi e qualche provocazione, con una folla non troppo pacifica, reazioni della polizia e arresti. Certo, innegabilmente quelli della Gendarmerie vestono di nero. O forse è blu? Secondo me è blu:
Ma in fondo poco importa: Gens ha stabilito, pare, che c’è un governo di estrema destra (seppur con un brevissimo commento over della radio) e che queste sarebbero milizie nazifasciste (si può intuire, oltre che dal cane osservabile col fermo immagine ancor meglio che con una seconda o terza visione, da due isolate grida «fascisti» e «bastardi» che si possono ancora udire a breve distanza). Altro, a parte il nostro generoso intuito e le dichiarazioni del regista cui dar fiducia, non ci è dato. Insomma: per stabilire che questa è una repressione fascista della polizia, e non viceversa una reazione di una polizia che fa semplicemente il suo lavoro, ci vengon dati pochi sfuggenti elementi. Ma si può comunque affermare che la polizia è sempre e comunque fascista, così tagliamo subito la testa al toro e annulliamo le possibili obiezioni.
Dopo questa sequenza abbiamo la fuga nel fuoco e caos dopo la rapina, con la polizia che anche comprensibilmente cerca di fare il suo lavoro inseguendo i ladri Tom, Farid e Alex (Aurélien Wiik) e rispondendo al loro fuoco. Per tutto il resto del film, fatta eccezione per i due momenti con Tom e Farid segnalati in precedenza, ed il finale di cui vado a dire, si parla — molto meno sottilmente — di più puri simpatizzanti, loro sì inequivocabilmente fascisti — anzi “reines Blut”-nazisti.
Nel finale in questione Yasmine fugge sconvolta in auto. E naturalmente riecco spuntar fuori l’espediente, magari un po’ rozzo, che più ha fatto comodo a Gens per segnalare la propria “critica sociale”, spesso ben più vaga e occupata a dipingere una comune famiglia di pazzi sanguinari: l’autoradio è accesa e ci riassume ciò che qualche anziano distratto può non aver udito l’ultima volta, ovvero che nel frattempo sono arrivati i risultati definitivi del secondo turno delle presidenziali, e che all’annuncio della riconfermata vittoria dell’estrema destra gli scontri sono ripresi peggio di prima. Il «blocco finale in formazione marziale a braccio teso» cui si riferisce Baratti sarebbe in queste ultimissime inquadrature prima dei titoli di coda:
Io non sono di certo un esperto in formazioni marziali, e magari neanche in quanto a saluti nazifascisti, ma da profano mi sembra di vedere qui dei poliziotti disposti alquanto casualmente, e uno solo di essi (terza immagine) che intima all’auto di fermarsi, come farebbe del resto qualunque comune vigile.
***
# alespiet: impareggiabile alberto, come arrampicata sugli specchi la tua gendarmesca pseudoconfutazione è capziosamente appagante. sul film torno soltanto dietro retribuzione (con comodo vaglia postale o altre formule di pagamento che preferisci). ma per fomentare la guerra tutta tua contro di me, ti informo che non ho limitato la lettura metaforica al film di gens: a mio avviso anche tony manero rappresenta una trasfigurazione cinematograficamente sTravolta di pinochet. buon divertimento e buone manganellate.
# Alberto Di Felice: Io non ho nessuna guerra contro di te, così come non ho nessuna guerra contro Calzoni, col quale mai ho neppure interloquito. Semmai, per quanto il termine sia inappropriato, contro questo film, e sulla sua “lettura metaforica” — che di certo è pane comune del far critica — troppo generosa in termini di giudizio finale.
# alespiet: guarda che non capire un film non è così grave né così insolito: per te sono io a non averci capito un’acca, per me è esattamente il contrario. a mio avviso tu perseveri nella miopia con punte di comicità involontaria e a tuo avviso io sovrainterpreto il film. e chi se ne frega non ce lo metti? cioè trovo un tantino preoccupante (per te) l’incaponimento cronico e il testardo tentativo di screditare le letture altrui facendo ricorso ad argomentazioni smaccatamente capziose (non che la capziosità sia un male, beninteso, solo il tentativo di gabellarla per oggettività lo è). poi respingo perentoriamente l’etichetta di critico che mi hai arbitrariamente appioppato: non sono iscritto a nessun albo, non vengo pagato per i miei scritti (almeno non sugli spietati) e, almeno personalmente, non ho alcuna pretesa di “far critica”. sicché sei pregato di raccogliere i cocci delle tue supposizioni. poi se tutto questo era un modo per fare cabaret, ebbene l’obiettivo è raggiunto.
rivendico infine tutta la libertà di fare “letture metaforiche” ogni qual volta mi sembri opportuno (vale a dire ogni qual volta il film, a mio avviso, lo pretenda), checché tutti gli alberti di felice di questo mondo pensino o pontifichino.
# Alberto Di Felice: Il “chi se ne frega?” è un qualcosa da dar per scontato, non ci sarebbe neanche da dirlo: mi sembra palese che a te possa o non debba fregartene nulla. Infatti, a quanto dici, te ne freghi, e fai bene. Comunque, non so se si è capito che non ci stiamo confrontando sul fatto che la tua lettura sia corretta o meno, cosa che è, ma sul fatto o meno che il film sia valido per ciò solo. È una cosa che ho scritto subito ad inizio post. Capisco che non c’è né la volontà né l’interesse, posto che ritieni o vuoi asserire che ho scritto solo cavolate, ma almeno capiamoci sulle basi. E chiamandoti critico non ti ho certo fatto un torto: tu di fatto analizzi criticamente film, tanto da trovarci metafore, e questa è indubbiamente critica, anche se l’etichetta potrà non piacerti.
# alespiet: c’è da dirlo eccome il “chi se ne frega?”, accipicchia se c’è da dirlo: scongiura un’infinità di ammorbanti polemiche. che tu ammetta la pertinenza della mia lettura mi insospettisce un po’, devo dire, perché nel post insinui a più riprese (con spie lessicali ironiche tipo l’”au contraire”) che si tratti di citrullerie belle e buone.
poi, tanto per contraddirmi (avevo premesso che sarei tornato sul film solo dietro compenso), trovo tu abbia travisato il mio punto di vista: per me frontière(s) è un horror cazzutissimo soprattutto per ragioni stilistiche, l’aspetto di critica sociale (che ritengo tratto distintivo e innegabile della nouvelle trouille tutta) è solo uno dei fattori del trattamento complessivo della materia ad avermi convinto. occhio, non ho mai sostenuto trattarsi di un’elaborazione tematica di particolare raffinatezza o complessità (nella recensione dico “Tostissimo, nonostante il carattere caricaturale, anche il taglio politico” e con la concessiva incidentale pensavo di aver chiarito la mia posizione in merito), ma perché mai, dico io, avrebbe dovuto esserlo? frontièr(e)s è un horror dalle venature politiche, non un trattato di politica irrorato di sangue. di fatto, inoltre, non mi pare suggerire astruse costruzioni allegoriche, ma associare apertamente e letteralmente (quindi di metaforico c’è ben poco a mio modo di vedere) la repressione poliziesca dell’incipit alle degenerazioni militarizzate della famiglia veteronazista. sicché mi tocca respingere entrambe le obiezioni: sia quella di aver fondato il mio questionabilissmo giudizio sulla sola componente politica, sia quella di aver effettuato un’indebita lettura metaforica.
ultima osservazione sull’etichetta incriminata: non basta abbozzare analisi (o pseudotali) per fare critica, mi sa che lo status di critico richieda riconoscimenti ufficiali tipo l’iscrizione all’albo o la remunerazione degli scritti. à mon avis, ça va sans dire…
# Alberto Di Felice: Alessandro, finalmente mi pare stiamo dialogando genuinamente. Ti rispondo prima sulla cosa meno pertinente, quella della critica: io, forse ingenuamente, valuto se uno sia critico da quello che fa, non dagli attestati che ha o dai soldi che prende. Uno per fare lo scrittore ed argomentare le proprie opinioni ed i propri gusti non deve avere un patentino. Ma se a te fa più piacere esser chiamato “spietato” che “critico”, va bene così. Per me nei fatti critico sei — e la cosa non è un insulto, perché si dà il caso che la critica sia arte assai nobile. E critico sono anch’io, checché ne dicano quelli iscritti in un albo o remunerati. Concedo comunque che sono un pessimo critico, come del resto molti fra i patentati.
Hai assolutamente ragione nel dire che sembro ridurre il tuo apprezzamento al film al solo dato metaforico che non è metaforico. Probabilmente è quello che ho fatto. Però il problema in una qualsiasi recensione è sempre che non c’è il tempo e neanche l’oggettiva possibilità per parlare di un film in punto di fatto quanto allo stile: per cui io leggo benissimo che tu parli di “tavolozza cromatica”, dei “registri della compostezza e dell’improvviso rigore formale”, di “elasticità stilistica e una potenza figurativa letteralmente esaltanti”, perché per quanto possano tentare di descrivere questi sono in effetti giudizi di valore. Se io penso che tutto quel che enumeri non sia affatto “letteralmente esaltante”, cosa posso dirti se non rispondere con un argomento dello stesso identico valore semplicemente negando il tuo giudizio? Sulla base degli argomenti non c’è modo di stabilire chi fra noi due ha “ragione”. Per entrare nel merito dovremmo fare un’analisi ben più approfondita, e lì potremmo confrontarci più sullo specifico.
Ti invito, per chiarezza, a tener presente che queste cose non sono attacchi alla tua recensione, che è scritta splendidamente, ma sono semplici condizioni di fatto che valgono per le recensioni scritte da chiunque, quindi anche le mie.
Qui mi son limitato (e chiamarla analisi, concedo, è anche troppo ed inesatto) sulle tracce più palesi della lettura politica, e ho provato (riuscendoci evidentemente molto male) a spiegare come mi sembra che il film rimanga molto debole sul punto. Le “spie lessicali” stanno molto semplicemente a significare questa debolezza.
# alespiet: continuo a ritenere “critico” un termine inappropriato se rivolto a me, quali che siano le ragioni semantiche adottate: credo che il mio nome basti e avanzi per chiamarmi in causa. che poi ci siano critici ufficiali di ogni specie e natura, questo è evidentemente altro discorso e su questo possiamo discutere, ma in linea di principio ritengo critici solo i professionisti, tutti gli altri sono liberi recensori (senza alcuna forma implicita di giudizio, sia ben chiaro).
alberto guarda che per me lo stile non si limita alla sola forma visiva. ogni mia riflessione sul cinema è volta ininterrottamente e perentoriamente a inficiare la validità della dicotomia forma/contenuto per sostituirla con la nozione di stile inteso come “trattamento complessivo della materia” (dalla stesura del soggetto alla postproduzione). nello stile rientra necessariamente la scrittura e l’elaborazione tematica. chiarito questo delicato punto di metodo, quello che a me convince di frontière(s) – e più in generale della nouvelle trouille tutta – è la frontalità dello stile, vale a dire la radicalità dell’approccio al genere (anche quando questo, come in ils o in saint ange, assume movenze sospese e rarefatte), radicalità che permette di affondare lo sguardo nell’orrore sviluppando contemporaneamente riflessioni sulla contemporaneità e soluzioni visive di inusitata incisività. ciò che mi ha esaltato, come vedi, è la potenza di fuoco dello stile di gens, non tanto e soltanto la conclamata rozzezza del taglio politico.
tu dici: ” Se io penso che tutto quel che enumeri non sia affatto “letteralmente esaltante”, cosa posso dirti se non rispondere con un argomento dello stesso identico valore semplicemente negando il tuo giudizio? Sulla base degli argomenti non c’è modo di stabilire chi fra noi due ha “ragione””.
qui secondo me siamo invece su un piano condivisibile ed è sulla base di questo che si può stabilire un autentico dialogo (ovviamente nessuno avrà mai “ragione” in assoluto, ma è cosa buona e giusta che questa fantomatica ragione non sia appannaggio di nessuno dei due). è solo per un malinteso senso del dialogo che si ritiene impossibile un confronto ad armi pari: tu dici perché ritieni deprecabile ciò che io reputo esaltante e così ci conosciamo meglio e chiariamo le reciproche idee di cinema. ogni discussione sensata sul cinema non può che portare ai presupposti: la sola cosa importante a questo punto è la fondatezza del gusto. soltanto a questo livello, a mio avviso, il dialogo può portare ad una riflessione utile (ed è a questo livello che si saggia la reale consistenza dell’interlocutore). io, per me, difendo ogni espressione cinematografica in cui avverta organicità e consapevolezza strutturale (l’unità dello stile) e tendo a disprezzare il riciclo inconsapevole delle formule ricevute (psicologismi vari, automatismi convenzionali, rimasticature ammiccanti). in una parola disapprovo tutto ciò che solitamente è definito come “intrigante”. e di intrigante frontière(s) non ha proprio un bel niente, visto che ha suscitato un’infinità di reazioni disgustate.
ripeto insomma che la lettura stilistica è la sola cosa che mi interessa, tutto il resto mi annoia e mi avvilisce, sicché in ogni mia riflessione lo stile è sempre (e sarà sempre) il nucleo del discorso, anche quando, per comodità di esposizione, parlo di “forma visiva”, “concept visuale” o “dettato visivo”. avere ragione non mi interessa, sostenere e difendere una concezione dell’espressione cinematografica sì. e ribadisco che la tua imputazione di “debolezza” nell’elaborazione della tematica politica per me è soltanto conclamata rozzezza, su questo sono più che disposto ad approvare le tue obiezioni.
quanto alle spie lessicali, infine, mi sembravano un po’ meno cablate sul film che sulla mia lettura, devo dire, forse mi sbaglio. se è così chiedo umilmente scusa.
# Alberto Di Felice: Innanzitutto torno a compiacermi per il tuo tono. Mi fa piacere che stiamo discutendo con calma e che abbiamo chiarito la mia intenzione di base. Ti ringrazio di questo.
Posso condividere molto di quanto hai scritto quanto quella che forse posso chiamare lettura olistica (ma forse ho scelto il termine sbagliato) quanto alla (vecchia e largamente da sorpassare se non sorpassata) dicotomia forma/contenuto. Credo che ne abbiamo parlato già, o almeno io ti ho letto — ad esempio nei commenti al tuo post su “Il Divo”. Però per parte mia lo stile filmico (contrapposto ad esempio alla forma drammatica) è cosa determinata e determinabile, e quindi parlare di “forma visiva” ha un’importanza abbastanza basilare, data la natura del mezzo: il punto è che in linea di massima non è generativo di significato di per sé, come non lo è la sola forma drammatica. Il punto nodale è che il mio giudizio estetico sul film (è bello/non è bello, è interessante/non è interessante) tende ad essere unico ed incondizionato, perché il significato (il trattamento complessivo della materia) si crea per associazione. Mi pare di intuire che nella sostanza convergiamo abbastanza.
Forse, a questo punto, ci tocca semplicemente accettare che questo particolare film (ad esempio, io ho molto apprezzato “Ils”, e tenderei a considerarli due film estremamente diversi, sebbene forse accomunabili in un filone) incontra in maniera diversa il nostro gusto, probabilmente anche solo “visivo”. Probabilmente la questione rozzezza/debolezza è la chiave — e considera che ci stiamo limitando alle sequenze iniziali e finali: se dovessi parlare di quel che c’è nel mezzo nella descrizione della famiglia credo userei da parte mia altri termini. Forse sarebbe interessante addentrarsi nel mezzo del film, ma temo che di contro potrebbe forse rivelarsi improduttivo. Occorrerebbe troppa pazienza da parte di entrambi, e confesso di non aver tempo da dedicare in questo periodo. Mi pare però che abbiamo raggiunto un qualche terreno d’incontro, fermo restando il giudizio divergente, e non è poco.
Quanto alle “spie”, mi pare chiaro che sono partito da quanto tu mi dicevi, perché nei commenti al vecchio post mi invitavi a trovare determinate cose in frangenti ben specifici del film, ai quali sono tornato. Non c’era assolutamente intento offensivo nei tuoi confronti.
# alespiet: guarda che il mio tono è simmetrico al tuo. resta il fatto che accetto la discussione solo a determinate condizioni: per me la libertà di criticare le opinioni altrui non è un diritto, ma un privilegio da conquistare sul campo.
sulla concezione dello stile ti sento eccessivamente bordwelliano per i miei gusti, ma è ok per me, l’importante è chiarire le proprie posizioni. la mia nozione di stile è invece connaturata al testo filmico ed è inscindibile da ogni sua fibra. ovviamente ciò vale per i film stilisticamente risolti, per gli altri tutt’al più posso parlare di stilizzazione (il che equivale a dire trattamento parziale o disomogeneo della materia).
neanch’io ho molto tempo da dedicare al film (tra l’altro le copie che avevo le ho distribuite a destra e mancina rimanendone sprovvisto), ma direi che siamo giunti ad una conclusione soddisfacente per entrambi, neutralizzando finalmente le insinuazioni screditanti.
un saluto e alla prossima

























24/08/2009 | 08:40
Ciao Alberto, ecco un altro paio di dichiarazioni di Gens che ribadiscono la politicità del fiilm:
“Ca se passe pendant les deux tours de l’élection présidentielle, où la droite et l’extrême droite sont au coude à coude. En même temps se produisent des émeutes. Une jeune maghrébine tombe alors enceinte en faisant en sorte que ça ne se voit pas trop dans sa famille. Ses potes réunissent de l’argent par des braquages pour qu’elle aille se faire avorter en Hollande. Mais ça foire et ils tombent sur une bande de néo-nazis cannibales, ce qui est en fait une allégorie politique et sociale de ce qui se passe au début du film… J’ai voulu parler de mon époque, du milieu dans lequel j’évolue, et je voulais me rapprocher du cinema de Romero des années 70, qui défendait des idées politiques et sociales à travers le cinema de genre”.
“le film est un film hommage, mais dans le fond, je parle des problèmes socio-économiques du pays. C’est ma lecture à la Romero de mon histoire”.
So che queste dichiarazioni extrafilmiche non cambieranno di una virgola la tua opinione, ma visto che hai rivangato la spinosa discussione…
Saluti
Ale