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L’horreur à la frontière française: Parte prima

[Questo articolo oltremodo odioso è stato originariamente pubblicato il 13 novembre 2008 nella vecchia versione del presente blog, non più in linea. Ne è nato uno scambio un po' stizzito con Alessandro Baratti, riportato ora nel corpo del testo. Fortunatamente, la nostra discussione è proseguita mesi dopo su binari più piacevoli e proficui. Buona lettura.]

Pare esserci molto entusiasmo, complice forse anche la vittoria di Frontière(s) all’ultimo Ravenna Nightmare Film Festival, per l’ultimissima ondata di horror francese. Non per nulla dico io: la nuova “certa tendenza del cinema francese” (anzi, citando Jean-François Rauger e Isabelle Regnier su “Le Monde”, «une certaine manière de rivaliser avec le cinéma hollywoodien» — almeno finché i registi interessati e chi altro assieme a loro non ricevono offerte utili a trasferirsi sulle colline californiane, ovviamente) fila che è una bellezza, sembra, dal punto di vista produttivo. (Mi manca un panorama completo della produzione, comunque, ragion per cui non posso affatto dirmi un esperto; non sono neanche un appassionato, ma ho ad esempio molto gradito Haute tension e Ils.) Per gli amanti del “cinema di genere puro” dev’esser, non c’è dubbio, qualcosa di cui deliziarsi. Senonché, nello specifico, la scorsa settimana — altro film del quale non ho scritto — ho visto il Frontière(s) in questione, e l’ho trovato molto semplicemente — quel horreur! — un’accozzaglia di cavolate.

frontieres jorris lefebure Lhorreur à la frontière française: Parte primaNon ne ho scritto, dicevo, ma la mia misera stellina su Cine Zone dovrebbe essere abbastanza chiara a riguardo. Ad esempio: mal ho sopportato l’emulo di Erich Priebke (Jean-Pierre Jorris) che funge da patriarca nazista e se ne va in giro con la sua bella Walther d’ordinanza a blaterare di “reines Blut”. Non che io voglia ridurmi a parlare a mo’ di battuta da bar dei personaggi in quanto tali (ma anche sì: ogni tanto rilassarsi fa bene), ma mi attivo quando sento dire che tale individuo starebbe a «trasfigura[re] il razzismo sotterraneo della Francia contemporanea in rigurgito veteronazista e aberrazione domestica (il patriarca farneticante che militarizza la famiglia), cogliendo l’occasione per sciorinare una fascinazione per l’uniforme e i cerimoniali che profuma di soave derisione della Gendarmerie Nationale» (Alessandro Baratti su “Gli Spietati”). In poche parole, saremmo dalle parti dell’horror indipendente (rivale alle majors hollywoodiennes) migliore, quello bagnato di sporca critica sociale, anziché dalle parti dell’esercizio artigianale (magari pregevole, ma io fatico sempre a lasciarmi impressionare dalla vuota artigianalità; Baratti ci informa, «esaltat[a] da un reparto tecnico semplicemente prodigioso») fatto per divertirsi basandosi su ben noti meccanismi e omaggi da fan bambinone — o almeno, saremmo da entrambe le parti. Saremmo, riassumendo, dalle parti dell’horror, per riprendere ancora Rauger e Regnier, che mira «à représenter une extrême violence et à s’interroger sur l’obscénité de celle-ci». Cosa diversa, insomma, dall’ultimo giocherellone (e a mio avviso, ben più artigianalmente divertente) Neil Marshall di Doomsday, par exemple.

Giacomo Calzoni su “Sentieri selvaggi” ci va giù ancor più duro e, sorpassando in pratica Baratti senza mettere la freccia, va oltre:

Forse dietro tutta la violenza e il sangue che Gens mette in scena si nasconde qualcosa di più, ma non tutti sembrano pronti (o desiderosi) di cogliere il sottotesto che sta dietro il film. Sottotesto che non è quello politico che sembrerebbe emergere dal plot, contestualizzato in una realtà soggiogata da un regime para-fascista: no, Frontiers non è questo, per fortuna. Frontiers è in realtà un grido disperato, non di allarme ma di resa: è la presa di coscienza di una sconfitta globale e non limitata a un contesto unitario, che riguarda quindi qualsiasi individuo. Un film che si arrende all’orrore che dilaga inarrestabile, e dinanzi al quale non si può far altro che alzare le braccia (come nell’ultima inquadratura) e prenderne atto; un viaggio angosciante negli abissi della follia, e quindi del mondo, di questo mondo, il nostro, nel quale si fugge da un orrore solamente per poi sprofondare in un altro più grande, senza possibilità di evasione.

Calzoni ha dunque deciso di prendere la cosa ancor più alla larga: il film di Gens sarebbe un’allegoria di tutto il mondo, anzi — deduco — dell’olocausto di tutta l’umanità. Beh, con un po’ di modesto impegno astrattivo, sempre utile, questa è una cosa che si potrebbe adattare a qualsiasi discreto horror, per rimanere all’horror; diverso è il caso, mi sento di dire, di un film come The Mist, dove effettivamente l’aspetto allegorico viene confortato in maniera specifica ed individuabile (la cosa, sosterrei, sarebbe in qualche modo applicabile ad esempio anche a Ils, o ancor meglio all’ottimo Hostel di Roth — almeno il primo). Ma parlare in questi termini molto aleatori di Frontière(s) (d’altronde Calzoni pone tutto inequivocabilmente nella forma del dubbio: «Forse», dice, forse), francamente, sarà pur lecito ma non mi convince affatto. Forse è un esercizio intellettuale troppo “ardito”, e al contempo un bel po’ risaputo. Per come la vedo io, ha inquadrato meglio il film Andrea Fornasiero su Film TV dicendo che «[t]ra l’incubo degli zotici sadici di Non aprite quella porta, le torture di Hostel e la ferocia femminile di The Descent (che però Gens ha visto solo in seguito), Frontiers, più che lo schiaffo in faccia al cinema francese immaginato dal regista, è un’opera derivativa la cui rabbia è smorzata da personaggi prossimi alla caricatura». Di nuovo ai personaggi: lo so, non è bello. Ma ancora, non lo è neanche pensare che questo Erich Priebke trasfiguri alcunché.

***

# alespiet: Secondo me ci hai ragione. Ma non capisco perché, anziché scrivere un post diarroico senza neanche avvertirmi, non mi hai cazziato direttamente sul mio blog. Ma, in fondo, chi se ne impippa? E’ ok per me. Saludos.

# Alberto Di Felice: Ma sul tuo blog ti avevo già manifestato tutta la mia sincera contrarietà.

# alespiet: Magari una segnalazioncina di smerdata imminente ci stava.
In ogni modo non contesto che tu non abbia colto le evidenti analogie nella rappresentazione delle forze dell’ordine (quasi sempre inguainate in uniformi nere, osservate in azione mentre percuotono e ammanettano i giovani rivoltosi e, soprattutto, posizionate nel posto di blocco finale in formazione marziale a braccio teso) e della nazifamiglia. Questo non mi interessa, fa parte del diverso modo che abbiamo di vedere i film (il che è ragione di intima e reciproca soddisfazione).
Ciò che mi amareggia (ma neanche più di tanto a dire il vero) è che tu tenda a squalificare (e in qualche modo a dileggiare) chi la pensa in modo diverso da te.
Secondo me tu il film l’hai visto una volta soltanto e anche parecchio sfavato, ti suggerisco di rivederlo e prestare attenzione al modo in cui sono rappresentate le forze dell’ordine, soprattutto nel prologo e nell’epilogo, mi sa che qualche dubbietto ti viene.

La buona giornata

# Alberto Di Felice: Mah, sempre se questa la consideri una smerdata: sicuramente è un post “polemico” sul film, per di più ben modesto data la mancanza di reali argomenti da parte mia (d’altronde sul film non ho scritto nulla), e non più che diarroico. Per di più, l’idea di questo post mi è venuta del tutto estemporaneamente dopo aver letto il pezzo di Calzoni e ormai cinque giorni dopo aver letto e commentato da te.

Non so quale sia il “diverso modo che abbiamo di vedere i film”. Sì, indubbiamente io il film l’ho visto una volta sola (non che sia un reato, anzi sarebbe una cosa anche ampiamente normale, anche se sarebbe sempre preferibile scrivere almeno dopo due visioni: saprai benissimo che non sempre il tempo lo concede — io poi, ripeto, del film non ho neanche scritto se non per dire perentoriamente in due righe che l’ho trovato una vaccata); sul “parecchio sfavato” non so dirti, ma mi sento di contraddirti — beh, almeno sul “parecchio”, magari “un tantino sfavato” va meglio. Il problema del film, ad ogni modo, non l’ho visto di certo nel modo in cui sono rappresentate — per quel poco, molto poco, che sono “rappresentate” — le forze dell’ordine.

# alespiet: Concordo sul “ben modesto”.

Sulla diversità di visione:

1- La nouvelle horrorvague francese (vedi “A l’intérieur”) a mio avviso è politica (come del resto altre produzioni del cinema francese più o meno contemporaneo, vedi “Ma 6-t va crack-er” e “De l’amour” di Jean-François Richet e “Le cercle de la haine”).

2- Non mi lascio sopraffare dall’irritazione di fronte a rappresentazioni caricaturali, se queste sono inserite nei codici di genere e arpionate dalla narrazione ad altri segmenti filmici (che non si rilevino marcatissime analogie tra i nazifreak e i nazigendarmi per me è pura fantascienza, ma del resto sono avvezzo abituato alla miopia generalizzata).

3- Le forze dell’ordine sono rappresentate “meno poco” e meno significativamente di quanto tu non ricordi: anche un cane (”Je bouffe du facho et je le chie”) si accorgerebbe che sono dipinte come milizie nazifasciste.

4- Queste le dirimenti dichiarazioni di Gens (che ha girato “Hitman” con la EuropaCorp per ultimare le rifiniture di “Frontière(s)”: Le cinéaste a eu l’idée de ce film suite à un événement politique : la présence de Jean-Marie Le Pen au second de tour de l’élection présidentielle en 2002. “J’ai alors pris conscience de l’extrême gravité de la situation et c’est quelque chose qui m’a fait intimement peur”, se souvient Xavier Gens. “Je voulais essayer de retraduire cette angoisse à travers un scénario. Etant un grand fan de films de genre comme Massacre à la tronçonneuse, je me suis dit que le meilleur vecteur pour traduire cette histoire serait de faire une métaphore de cette angoisse à travers la fuite d’une bande de jeunes, tous représentatifs de la jeunesse d’aujourd’hui. Mais tout en essayant d’échapper à cette nouvelle politique, ils finissent par tomber dans le piège d’une idéologie encore plus douteuse.”

5- Secondo me il film non ti è piaciuto (legittimo), non ti sei preoccupato di dialogarci (un po’ meno legittimo) e fai lo sborone con chi la vede diversamente da te (risibile).

Detto questo, ti saluto, ho sempre meno voglia di spiegarmi, spiegare e comunicare con chicchessia.

Bonne journée

# Alberto Di Felice: Ah, ma tu ti stai riferendo a diversità di interpretazione, ma direi più di giudizio, su questo specifico film — il che era in partenza scontatissimo — non ad un più generico “diverso modo che abbiamo di vedere i film”, come avevo erroneamente capito io, del tipo che uno li guarda con la testa e l’altro con altre parti anatomiche meno carine. (O forse sì.) Ma questo era appunto scontatissimo: per te il film è una riuscitissima ed entusiasmante metafora politica (non ho ancora visto gli altri titoli che citi, ma un film dovrebbe anche reggersi da solo), mentre per me — se pur lo voleva essere — ai fatti non è molto più che un inseguimento di vaccate formulaiche. Gens, poi, può dir quel che gli pare: non è che se Moccia — scusa il paragone irriverente — viene qui a raccontarmi di quanto aveva intenzione di fare una metafora profonda sui giovani d’oggi in “Scusa ma ti chiamo amore” io mi metta a dargli molto retta.

Sicuramente il film non mi è piaciuto: può essere che io non mi sia preoccupato di “dialogarci” (accusa che, comunque, si può rivolgere sempre e a chiunque non la pensi come si vuole), o può essere che in effetti faccia schifo. Al momento, dati i rispettivi argomenti, c’è poco modo di scoprirlo. Magari lo riguarderò, anzi a questo punto credo che dovrò. Se poi parlare, con tutto l’atteggiamento “ben modesto” che vuoi, di quel che scrivono altri è fare lo sborone (mi piace pensare che spiegare e comunicare — e anche polemizzare, nella misura in cui aiuta a spiegarsi e comunicare — dovrebbe essere lo scopo della critica), allora chiudiamoci pure tutti a casa nostra. Non c’è nessun bisogno di prenderla sul personale.

# alespiet: “…allora chiudiamoci pure tutti a casa nostra”. E non rompiamo il cazzo agli altri.

Addio.

# Alberto Di Felice: Ah, ecco…

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