darkknightrises reckoninghardy Aurora Nolanis

In alto, Tom Hardy parla a Daria Bignardi: «Sono la tua resa dei conti, bella, ma in realtà tra me e te non ci sono relazioni. No, no».

Non ho voglia di scrivere di Il cavaliere oscuro – Il ritorno, che ho visto qui a Bruxelles lo scorso martedì e rivedrò nel weekend; quindi parlo di cose più futili, anche se alla fine mi ricongiungerò col film in oggetto. L’ultima risposta alla strage di Aurora che ho letto è quella di Matteo Bordone, che a sua volta prende spunto da Daria Bignardi. La Bignardi, a mio avviso, dice una cosa molto pacifica che dovrebbe essere condivisibile da tutti:

[L]a cultura corrente – videogiochi e film compresi – c’entra. È stupido dire che è colpa dei videogiochi almeno quanto è stupido dire che i videogiochi non c’entrano: non si capisce perché dobbiamo avere accettato l’influenza dei film d’amore nei pensieri, desideri e meccanismi amorosi di alcune persone, e di simili influenze da parte dei film violenti sulle inclinazioni violente di alcune persone è vietato dire.
Ma naturalmente c’è molto altro: frustrazioni, affermazioni di sé, debolezze, e persino patologie psichiche vere e proprie.

C’è però il problema che tale ragionamento lapalissiano (che un individuo è formato dalla cultura nella quale vive, il che in sé vuol dire tutto e niente, la cultura essendo tutto, appunto) va incontro a obiezioni più o meno a fin di bene, che però sminuiscono di netto cose piuttosto importanti. Il cinema, ad esempio: per me il cinema è una cosa dannatamente seria, e non ci sto a farmi dire da nessuno che tra me e il cinema «non ci sono relazioni».

Che non ci siano relazioni è ad esempio l’argomentazione, con quelle esatte parole, di Bordone per quanto concerne i videogiochi. Per spiegarmi posizioni come quella di Bordone credo si debba andare un po’ a ritroso, alle motivazioni. Partire dalle motivazioni fa notoriamente un pessimo servizio alle effettive argomentazioni, ma può aiutare a contestualizzare.

Il problema di partenza è che su queste cose non si ragiona nel vuoto filosofico, ma si deve purtroppo partire dalle petizioni di principio provenienti dal pensiero di destra, o semplicemente conservatore/bacchettone, quello notoriamente censorio che vorrebbe imbrigliare la creazione artistica nelle sue varie forme per scopi di controllo sociale: bisogna proteggere i nostri figli dalla violenza, dalle droghe, dal sesso e compagnia bella; ritirate i videogiochi, non distribuite o boicottate quel film, ma per il Signore salvateci!

(Il pensiero di destra trova espressione nella stampa svogliata di entrambi gli schieramenti, per di più; per non parlare insospettabilmente di celebrati pseudo-intellettuali di sinistra, secondo i quali — vedasi quel briccone del fortunatamente scomparso Jean Baudrillard — il povero Roland Emmerich sarebbe un diretto ispiratore di Osama bin Laden.)

Il fatto che tale pensiero sia un tantinello discutibile non dovrebbe però spingere per autodifesa a cadere in un altro atteggiamento coi paraocchi, che dovrebbe essere particolarmente spiacevole per chi voglia esercitare l’arte critica: il propagare la convinzione che i film, la musica e quant’altro siano solo intrattenimento, che in altre parole non vogliano dire niente. Io tengo a dire che ho familiarità con l’opera di Marilyn Manson e non per ciò ho massacrato i miei compagni di liceo; tuttavia, credo la mia vita e la mia personalità siano state influenzate a dovere da Marilyn Manson, così come da ogni singolo musicista che apprezzo e film che ho visto. C’è una forte relazione fra queste cose e quel che sono io, qualsiasi cosa io sia.

Tornando a noi. La grossolanità del pensiero conservatore vorrebbe un legame diretto fra violenza mostrata e violenza praticata; per cui la prima cosa su cui riflettere è il ruolo di Hollywood nel creare la strage («James Holmes sembra il Joker di Heath Ledger, anche lui ucciso guarda caso dal Cinema!»), non l’aiutino dato ai potenziali omicidi di massa dalla lascivia con cui si dà accesso alle armi negli USA. Se siete Fox News avete un disegno politico ben preciso che vi guida in questa direzione.

Anche il ricorso al puro fattore armi però serve a poco, ferma restando l’importanza della questione. Un avvocato di riferimento per i portatori liberi d’armi in America fa prestissimo a ricordarci come un paese dove le armi sono regolatissime come la Norvegia ha visto un massacro ancora peggiore giusto un’estate prima; anzi, il fatto che il massacro lì sia stato peggiore sarebbe una chiara dimostrazione che, se i cittadini presi come bersaglio avessero a loro volta avuto armi per difendersi, avrebbero posto fine all’incubo molto prima.

Il che ci riporta alla questione: cosa ha causato la strage? La risposta non può che essere — mi spiace per la trivialità — tutto e niente: come in parecchio di ciò che ci definisce come esseri umani, il comportamento di James Holmes sarà stato formato da vari fattori, nessuno dei quali spiega tutto da solo ma la cui combinazione è arrivata evidentemente all’effetto desiderato. Appunto perché nessun elemento ha necessariamente un legame diretto, ma è la combinazione a far di noi quel che siamo, non è detto che sistemando singolarmente uno di questi elementi si sarebbe avuto un risultato diverso; di converso, non si può neanche dire che di certo uno di questi elementi non abbia influito.

Così Holmes ha potuto comprare armi che non avrebbe dovuto poter comprare così facilmente; la sicurezza del cinema faceva evidentemente acqua; probabilmente la mamma/il papà di Holmes lo teneva troppo sotto la sua ala (o lo maltrattava) da bambino; probabilmente Holmes ha letto senza i necessari anticorpi critici i libri sbagliati durante le sue frequentazioni universitarie; probabilmente a scuola veniva maltrattato dai bulli di turno (o non veniva reciprocato dalla compagne desiderate) e quando ha visto il Joker di Ledger ha pensato che sarebbe stato bello vendicarsi di quei fighetti creando un po’ di caos in città. Vai a sapere.

Per dirci che al contrario no, i film e la violenza nei film non c’entrano nulla di nulla neanche di striscio (tralascio il ragionamento sui videogiochi, sia perché i videogiochi non mi interessano sia perché credo nel loro caso entrerebbero in causa ragionamenti ulteriori e diversi), Bordone costruisce uno straw man argument, un argomento fittizio, andando a raschiare sotto quella che crede essere un’idea comune alla base del post della Bignardi: «l’idea per cui a noi non piacerebbero le storie violente, che sarebbero un’eccezione rispetto alla norma, dove invece la violenza non sarebbe necessaria, prevista, cercata da persone adulte e con la testa sulle spalle».

E Bordone, essendosi costruito dal vuoto questo argomento indifendibile, ha la vita facile — ma commette un altro letale fraintendimento — nel dire che non è così, che da sempre quel che rende le storie interessanti è — come sa qualsiasi sceneggiatore, per il quale quello che segue è il termine centrale del proprio lavoro, se è un lavoro ben fatto — il conflitto. Noi ricaviamo piacere, dolore e quant’altro dalla giustapposizione di spinte contrastanti espresse nelle linee di racconto che seguono i personaggi e/o l’azione. Va però aggiunto che a sua volta il conflitto non è importante o di valore in sé ma lo è in quanto (e per come: Joker è solo un personaggio, e ci sono modi infiniti di dipingerlo) riflette e mette i dubbio valori personali, affettivi, culturali, sociali e politici; ed è necessario aggiungere anche che questi valori esistono sempre in un determinato luogo e in un determinato tempo.

Il conflitto è parte innata dell’essere umano, ma non si crea e riproduce automaticamente e nelle medesime forme ovunque: è determinato — tenetevi forte — dalla società specifica nella quale un dato essere umano, in un dato tempo, è immerso. E, quel che più mi interessa, è determinato anche dal mezzo nonché dalle modalità e forme (in quel mezzo) entro cui è espresso: leggere di azioni violente non è cognitivamente come vedere azioni violente su uno schermo; leggere di (o vedere su uno schermo) azioni violente che vengono descritte in toni di gloria è diverso dal leggere di (o vedere su uno schermo) azioni violente che vengono invece problematicizzate.

Quest’ultimo punto rende incidentalmente evidente il fraintendimento operato da Bordone: «conflitto» non è un sinonimo di «violenza», mentre Bordone li usa in maniera interscambiabile. Woody Allen è sempre in conflitto, e ci piace appunto per questo (lo so, ad alcuni di voi non piace — o, come so alcuni di voi pensano, al contrario di noi fanatici, non vi piace sempre!), ma non sempre decide di far ammazzare qualcuno.

«L’omicidio di massa ha a che fare più con la psicopatologia che con la sociologia, più con la carenza di diagnosi e terapie che con la crisi di valori», scrive Bordone. Bisognerà convenire, specie perché c’è quel riferimento alla «crisi di valori» che ci fa tanto pensare a qualche discutibile politico centrista o qualche ancor più discutibile sociologo di Rai Due. Il fatto è che Bordone non sfida un argomento della Bignardi che dice che la strage di Aurora non è opera di un pazzo (la Bignardi parla esplicitamente di «patologie psichiche»): implica, andando più a fondo, che i film non c’entrano mai. Non val la pena parlare di come modellano le persone e la società, perché non c’entrano nulla. Mai con i pazzi, probabilmente mai con le persone normali, ammesso ce ne siano. Insomma non condizionano il nostro carattere, i nostri gusti, la nostra personalità (compresa quella degli psicopatici: anche loro ne hanno una, e in genere non ci sono nati ma qualcosa — più di una cosa, certo — è successo nella loro vita per farla diventare com’è), le nostre convinzioni morali e politiche.

Probabilmente sto creando un argomento fittizio a mia volta, anche se non lo vedo contraddetto da quanto leggo; in ogni caso, varrà ben la pena di precisare. Bordone concede che la cultura «in genere c’entra sempre», ma appunto perché c’entra sempre, pare, non varrebbe neanche la pena di discuterne. Il cavaliere oscuro o qualunque altro film non può avere alcuna influenza apprezzabile su James Holmes come su chiunque altro, perché la violenza è connaturata all’essere umano e c’è quindi in gioco qualcosa di più grande.

Seguendo tale logica, gli unici modi per far critica cinematografica avrebbero a che fare con le qualità «puramente artistiche» di un film, e sarebbe superfluo se non ridicolo parlare delle implicazioni morali e sociali di un film, di un regista o di determinate tendenze. Un film non è un fatto culturale ma semplicemente un prodotto che si consuma senza troppe conseguenze psicologiche. Quando si parla di Il cavaliere oscuro non bisogna parlare di che visione del mondo ci offre, solo di quanto ritmo ha o di quanto male/bene sono montate le scene d’azione. Purtroppo questa è una convinzione molto diffusa, e che si avvicina a rendere la pratica critica in sé — la riflessione sul portato umana e sociale degli artefatti culturali — del tutto irrilevante. Non mi preoccupa perché «mette in pericolo i nostri bambini» o «crea mostri»: mi preoccupa perché svilisce a un livello decerebrato ogni discorso e  ogni tentativo di analisi.

Da quando ho iniziato a leggere di cinema ho sempre incontrato gente convinta di essere indifferente alle implicazioni morali-sociali di un film, che si professa capace di poter giudicare un’opera solo per le sue qualità estetiche, che trova anzi ogni tentativo di giudizio morale inevitabilmente un giudizio, semplificando, sulla letteratura (la sceneggiatura, meglio, sempre confusa con la letteratura come non fosse qualcosa di precipuamente cinematografico) e non sul cinema. Chiunque la pensi così sta solo reprimento l’incontrovertibile verità che egli stesso in ogni sua parola su un film — anche solo nel dire «Questo film spaccatutto è una figata» — sta esprimendo un giudizio morale-politico oltreché estetico sull’universo morale-politico-estetico di detto film.

Con ciò vengo infine a Il cavaliere oscuro – Il ritorno, che finora è rimasto in sottofondo. Mi perdoneranno quelli che lo conoscono e che lo reputano un semplice troll, ma io torno sempre con enorme piacere a leggere Armond White, vecchio critico-intellettuale contrarian di destra che essendo per di più nero è un ossimoro vivente; capita sempre che il tizio fornisca pugni assestati anche quando fallisce totalmente i propri giudizi rispetto ai miei (nel caso in esame ha detestato il film, che non detestando io ho trovato, sintetizzando per chi conosca le mie stelline, da due stelline e mezza — ossia una stellina in meno, o parecchi gradi sulla scala del potenziale capolavoro, del precedente).

White ha scritto un lungo articolo due giorni fa nel quale, pur mettendo in un unico calderone film diversi (il calderone è dovuto ai suoi giudizi spesso falliti di cui sopra), ribadisce che sì, i film hanno un portato culturale e condizionano come le persone pensano, vedono il mondo e prendono le proprie decisioni. Dovrebbe essere scontato ma mi trovo qui a doverlo ribadire. Bisogna entrare poi nel merito e vedere quali visioni sviluppa il singolo film, volontariamente o meno.

Come non vanno confusi «conflitto» e «violenza», non bisogna ignorare le sfumature di contenuto: non tutta la violenza è uguale, né lo sono tutti i buoni sentimenti. Una commedia di Woody Allen ha effetti molto diversi da una commedia di Luca Miniero. E la violenza in Christopher Nolan non è la stessa di Zack Snyder, che non è la stessa di Michael Cimino: pensare sia tutta violenza dello stesso stampo (leggete: sia tutta visione del mondo, o «conflitto», dello stesso stampo) e sia tutta ugualmente indifferente equivale a pensare sia tutta malefica e corruttrice.