moonrise kingdom anderson <i>Moonrise Kingdom</i> di Wes Anderson

«Tornare bambini», in un film di Wes Anderson, non ha i toni di riscoperta della meraviglia e della purezza di cuore che si associano normalmente all’espressione. I film coi quali si torna bambini sono il più delle volte anche film per bambini, o al massimo ragazzi; che tali film possano avere la potenza innocente di un E.T. non cambia questo fatto. Guardando adesso quello che fra i film di Anderson più si avvicina al film per bambini, invece, la nostra innocenza (il nostro alito di libertà contro le mille imposizioni del mondo) riemerge e subito si fa amarezza: siamo in una fantasia di come un’avventura della nostra infanzia avrebbe potuto trasformare le nostre vite, anzi tutto il mondo, in un posto migliore (in una società migliore), e rimaniamo alla fine con un quadro di un luogo per sempre perduto alla marea, un’insenatura scomparsa sull’isola fittizia di New Penzance, un nuovo nome che è appena comparso ed è già solo un ricordo, un vuoto — quel mondo che potrebbe essere è sparito.

Finché dura in questo film, però, è una sincera meraviglia. Dalle loro case di bambole o pupazzi, nelle quali ogni colore è diluito e le geometrie ferree, adulti e bambini si schierano ognuno nella propria posizione, ognuno con i propri dubbi, miseri egoismi e paure, per poi riunirsi in un insieme di dimensioni bibliche nel quale l’amore sbocciato fra Sam (Jared Gilman) e Suzy (Kara Hayward) può esistere e una nuova armonia cooperativa è venuta in essere fra le varie parti della catena sociale — alcune delle quali avevano a cuore il benessere dei ragazzi, altre delle quali credevano solo di averlo a cuore e altre ancora volevano semplicemente imbrigliarli.

È l’idea che ha Anderson di un nuovo contratto sociale, fondato su una ritrovata solidarietà dei sentimenti e delle aspirazioni, la cui dichiarazione più esplicita in senso politico si è vista nel suo precedente, fantastico Fantastic Mr. Fox (quelli che lì erano i perfidi imprenditori agricoli qui diventano «Servizi Sociali», nome quasi proprio impersonato dalla solita splendida Tilda Swinton).

In questo suo nuovo contratto il ruolo centrale è una rifondata idea di famiglia, al centro della quale abbiamo qui uno dei triangoli più sottili e fruttuosi mai dipinti: quello fra i genitori di Suzy, i pressanti avvocati estraniati l’uno dall’altra nonché dalla figlia Walt (Bill Murray) e Laura (Frances McDormand) Bishop, con lo sceriffo della polizia dell’isola, il capitano Sharp (Bruce Willis). Fra Sharp e Laura, lo si intuisce di sfuggita in poche sequenze, c’è una tresca. Sharp è ferito, disilluso, non pensa di poter recuperare la propria vita; i Bishop si sono persi di vista e sono piombati nella mania del controllo (dei figli come dei risultati delle loro cause: si parlano volentieri come fossero in aula da legali di parti opposte). Loro più di tutti hanno bisogno di una rifondazione, nella quale ci sarà spazio sia per una famiglia tradizionale sia per una nuova, diversa famiglia. Alla fine dei conti, nonostante qualcuno possa temere per la tenuta, il raccolto sarà di lì in poi migliore e più abbondante per tutti.

Questa voglia di cambiare il mondo, ricominciando da quello che abbiamo e trovando fra di noi il modo di venire a nuovi patti che meglio possano realizzarci, non importa quanto essi non vengano riconosciuti dall’autorità prefissata, trova come sempre in Anderson una forma geometricamente infusa di molteplici e precisi dettagli: oggetti, forme planimetriche, profili e primi piani, un esplodente uso concettual-espressivo dei colori, dei costumi, degli arredi, degli effetti e della colonna sonora (i suoni come le musiche). Sempre segnalando la vera scoperta delle cose, il loro essere collegate, coniugando senza eguali il bello della scoperta di tali connessioni e la mestizia dell’associata comprensione del mondo. È uno stile nel quale non c’è solo cura formale ma soprattutto il segno di personali fissazioni, timori e pulsioni di esorcizzarli.

Anderson incornicia la narrazione nella metafora degli strumenti e dell’orchestra. La «Young Person’s Guide to the Orchestra» di Benjamin Britten isola gli arrangiamenti per i singoli strumenti e poi li ricompone nella sinfonia finale, come si riuniscono i personaggi del film; allo stesso modo, «Noye’s Fludde», sempre di Britten, contrappunta la creazione della nuova pace in questo piccolo microcosmo animal-sociale fino all’apice della tempesta. E viene da rammaricarsi che qualcuno possa pensare sia solo una metafora delle inquadrature «precise» del compositore-orchestratore Anderson, piuttosto che una proposta per una nuova palingenesi fra uomini.

3.5stars <i>Moonrise Kingdom</i> di Wes Anderson

Moonrise Kingdom | 2012 | Stati Uniti | commedia, drammatico, romantico | durata: 1h34’ | regia: Wes Anderson | interpreti: Kara Hayward, Jared Gilman, Edward Norton, Bruce Willis, Bill Murray, Frances McDormand | sceneggiatura: Wes Anderson, Roman Coppola | uscita italiana: ND