haywire soderbergh <i>Knockout – Resa dei conti</i> di Steven Soderbergh

Per Steven Soderbergh l’umanità non è mai stata una bella cosa, e la vita è sempre stata una bastarda lotta per non farsi fregare — possibilmente, per fregare gli altri prima che siano loro a fregare te. Perché tu, si spera, sei più sveglio e sai sfruttare tutto il resto (ovvero, quando il caso lo richiede, sai benissimo fare a meno). Questa filosofia è molto ben in mostra in Haywire, un metodico thriller sceneggiato da Lem Dobbs, già con Soderbergh ne L’inglese e cosceneggiatore di The Score di Frank Oz e Dark City di Alex Proyas. In molti non l’hanno mai digerita, o è meglio dire che non hanno mai digerito Soderbergh in quanto tale.

Il Nostro ha presso gran parte dell’onesta e intollerante cinefilia la fama di esser sempre stato un benestante, viziato, ricco primo della classe, il cui unico gusto consisterebbe nel costruirsi tramite i suoi mezzi da primo della scuola di cinema una falsa aura autoriale, atteggiandosi a scompositore di generi (in)degno tributario-omaggiatore delle lezioni europee. In altre parole, un supponente, pomposo ciarlatano, se non addirittura l’anti-Cinema.

Chi scrive non ha mai accumulato tutto questo astio verso il poveretto, il cui unico difetto è di essere fin troppo competente (in senso strettamente tecnico, in tecnica che purtroppo al giorno d’oggi non si vede più granché: «competente», se non «della stramadonna», oggi è al massimo il Joss Whedon di The Avengers, ahi noi) per non poter stare sulle scatole ai più. Il senso del cinema di Soderbergh, che non ha mai toccato vette altissime ma a mio avviso non è mai mancato di interesse, mi sembra talmente esplicito da lasciare che i detrattori si definiscano da soli: è un po’ inconseguente accusare di esser vuoto qualcuno che fa del vuoto (di significato, di scopo alto, di bene sommo al di là delle circostanze impellenti) il perno di ogni sua opera.

La competenza è evidentemente un fatto connaturato al suo carattere, e si declina sia in una naturale antipatia (o almeno nella capacità, involontaria o meno, di trasmettere antipatia agli altri, evidentemente) sia in un’attenzione alla procedura come essenziale punto focale. Gli interessa solo quella, in effetti, perché non si affeziona — né ci fa affezionare, peccato mortale secondo le predefinite regole di scrittura/ricezione standard del pubblico — ai personaggi né crede nessuno di loro possa davvero salvarsi né tantomeno salvare il mondo. Le cose accadono secondo un meccanismo guidato purtroppo da nessuna bonaria mano dall’alto, quindi volentieri senza senso, il quale è il più delle volte (specie quando non sono in gioco gli Ocean’s) lento e macchinoso: le esplosioni sono poche o nessuna, le scazzottate e gli inseguimenti rigettano montaggi scriteriati e roboante supporto musicale. Soderbergh è un pedante, e bisogna essere probabilmente dei pedanti per non lasciarsi annoiare.

In questo caso, dovrebbe essere chiaro che se volete qualcosa in stile saga Bourne, 007 o Mission: Impossible fareste meglio a rivolgervi altrove. Per quanto tutte e tre queste saghe rappresentino mediamente ottimi esempi di cos’è un buon cinema d’azione/spionaggio, il fascino di un giocattolino come Haywire consiste proprio nella sua fondamentale differenza stilistico-filosofica rispetto a loro. Non ci sono né il «fine a sé stesso» del film di genere né l’affiorare più o meno palesato di una grande dichiarazione poetica sull’identità, il nostro immaginario postmoderno o quel che volete: la dichiarazione poetica, se vi va bene prenderla e non vi annoia troppo, è che tutto quest’affannarsi è «fine a sé stesso», e che tuttavia non resta che far fuori gli altri se vogliamo continuare a cavarcela.

2.5stars <i>Knockout – Resa dei conti</i> di Steven Soderbergh

Haywire | 2011 | Stati Uniti, Irlanda | azione, thriller | durata: 1h33’ | regia: Steven Soderbergh | interpreti: Gina Carano, Ewan McGregor, Michael Douglas, Michael Fassbender | sceneggiatura: Lem Dobbs | uscita italiana: 24 febbraio 2012