detachment kaye <i>Detachment – Il distacco</i> di Tony Kaye

Col distacco emotivo del titolo, il supplente Henry Barthes (Adrien Brody) arriva in un liceo disagiato di New York; nella sua vita non ha nulla di rilievo e il suo lavoro è passare da una scuola da incubo all’altra per mantenere quel tanto d’ordine che basta fin quando non arriva il prossimo insegnante di ruolo. I suoi colleghi non sono messi meglio, a cominciare dal preside (Marcia Gay Harden) che per mantenersi il posto deve implementare la politica «No Child Left Behind» passata sotto Bush Jr., i cui strumenti sono test standardizzati dal dubbio valore che tutto il corpo insegnante detesta. Qual è il senso dell’insegnamento, in mezzo a tutta questa disperazione?

È la domanda che attraversa tutto il film, e la risposta è che in effetti è tutto insensato. Non che l’insegnante si disinteressi del suo gregge; anzi, per quel che può cerca di elargire le necessarie lezioni di vita passando per il programma di studio, secondo la regola che vuole la scuola e l’istruzione come veicolo di elevazione sociale attraverso la cultura. Ma pur facendolo, Barthes sa di star semplicemente tamponando una situazione disperata, dalla quale nessuno dei coinvolti — decisamente non lui — potrà mai elevarsi. Tanto vale attenersi burocraticamente alle regole e lasciare che chi può esserne salvato, se qualcuno può, si salvi da solo. Barthes è un nichilista nel profondo, ma fin tanto che può si comporta come un idealista perché è così che bisogna fare.

Oltre che coi suoi studenti, che eventualmente finisce per conquistare (ma senza entusiasmi), fa così anche con una prostituta ragazzina incontrata una sera per caso, sull’autobus che prende tutti i giorni per spostarsi. Sorta di Iris di Travis Bickle in Taxi Driver, Erica (Sami Gayle) diventa la ragazzina da salvare per Barthes; ma tale è il distacco dell’uomo che anche qui non vorrà prendersi nessuna responsabilità in prima persona. Al contrario, dato che lui da solo non può cambiare nulla, Barthes si riaffiderà alle stesse istituzioni impersonali di cui è parte e se ne laverà le mani. Altra figura che Barthes condivide con l’immaginario cinematografico è quella del nonno malato (Louis Zorich), che ricorda la madre di padre Karras ne L’esorcista; ma anche nel suo caso il senso del dovere è tutto di superficie, il coinvolgimento personale (per non dire conflitto interiore) quasi nullo.

Senza una trama definita se non vari frammenti sovrapposti, il film di Tony Kaye, tornato a una certa limitata visibilità a quattordici anni da American History X, è un delirante flusso di coscienza nel quale le frasi e azioni di plateale dimostrazione si sprecano. Si conclude poi con un colpo di scena del peggior sensazionalismo. È però salutare se messo di fianco sia al tipico prodotto con lo stampino «Se credi, puoi», sia al naturalismo proletarismo edificante de La classe di Laurent Cantet: qui non c’è nessuno che crede in una società perfetta, neanche implicitamente.

2stars <i>Detachment – Il distacco</i> di Tony Kaye

Detachment | 2011 | Stati Uniti | drammatico | durata: 1h37’ | regia: Tony Kaye | interpreti: Adrien Brody, Sami Gayle, Marcia Gay Harden, Christina Hendricks, James Caan, Lucy Liu | sceneggiatura: Carl Lund | uscita italiana: 22 giugno 2012