a perdre la raison lafosse <i>À perdre la raison</i> di Joachim Lafosse

La nera cronaca suggerisce a Joachim Lafosse, con i suoi due co-sceneggiatori Thomas Bidegain (già con Jacques Audiard ne Il profeta e De rouille et d’os) e Matthieu Reynaert, una prospettiva per inquisire le relazioni di potere del nuovo patriarcato dell’era multietnica. I realizzatori se ne infischiano di essere politicamente corretti, e anzi del politicamente corretto portano alle estreme conseguenze una dichiarazione di rigetto totale; la programmaticità della dichiarazione viene sconfitta dalla sua potente secchezza.

Il 27 febbraio 2007 a Nivelles, nel Brabante Vallone a sud di Bruxelles, la quarantunenne insegnante belga Geneviève Lhermitte uccide nella casa di famiglia i suoi cinque bambini, di età fra i 3 e i 14 anni, avuti dal matrimonio con il marocchino Bouchaïb Moqadem. I cinque bambini e la coppia vivevano sotto lo stesso tetto col medico Michel Shaar, da trent’anni padre putativo di Moqadem e marito bianco (cioè ai soli fini della naturalizzazione) della sua sorella maggiore.

La madre che uccide i propri figli, fra i tabù più «contro natura» concepibili, prende forma nel modello di multiculturalismo europeo, quello nel quale le capitali del continente sono inondate di carne halal, i vecchi europei sono ben felici di mangiarsela e i maghrebini non saprebbero a chi altro venderla. Tale vecchio europeo, figura oppressivamente dominante la scena, è qui interpretato dal come al solito giunonico Niels Arestrup (il personaggio del medico belga è rinominato André Pinget), il quale riforma la coppia dominato-dominatore de Il profeta con Tahar Rahim (Mounir, preso sotto la sua ala da piccolo). In mezzo a loro, crescentemente isolata fra uomini e sperduta dal punto di vista identitario, è la Murielle di Émilie Dequenne, esordiente 13 anni fa come protagonista del Rosetta dei Dardenne.

Inizia come una storia d’amore e pian piano si incunea verso il mostruoso epilogo. È l’epilogo del nucleo familiare in quanto tale: della sua violenza implicita, della sua costruzione asservitrice della figura della donna come moglie e madre. È una negazione dello stesso concetto di «istinto materno», opposto al quale c’è il «gesto contro natura»: di istintivo non c’è nulla, par dire Lafosse, e in Murielle non c’è stato un corto circuito che ha bloccato il suo «stato naturale», bensì una scelta, mostruosa quanto si vuole per lei stessa, ingenerata direttamente da una precisa condizione — non naturale, ma socialmente costruita.

È anche l’epilogo della coesistenza armonica fra culture sullo stesso suolo: il buon samaritano belga è in realtà un tiranno, l’amore marocchino si fa tiranneggiare in vista solo della possibilità di trasformarsi a sua volta in tiranno non appena quello vecchio che l’ha addomesticato (o si è illuso di farlo) sarà morto. Ci si fa la guerra, tenendo d’occhio ogni centimetro quadrato, per avere il predominio del poco terreno disponibile: conta solo il terreno europeo, non le lontane terre un tempo coloniali, ed è una guerra totalmente maschile fra opposti egoismi.

2.5stars <i>À perdre la raison</i> di Joachim Lafosse

À perdre la raison | 2012 | Belgio, Lussemburgo, Francia, Svizzera | drammatico | durata: 1h50’ | regia: Joachim Lafosse | interpreti: Niels Arestrup, Tahar Rahim, Émilie Dequenne, Stéphane Bissot | sceneggiatura: Thomas Bidegain, Joachim Lafosse, Matthieu Reynaert | uscita italiana: ND