Film recuperati fra sabato 18 e domenica 19 febbraio 2012, in quella che sarà quasi certamente la mia ultima sortita all’UCI Cinemas Porta di Roma. (Multisala Porta di Roma, non sei più lo stesso da quando l’UCI ha acquistato l’UGC Ciné Cité: quegli intervalli posticci per vendere i costosissimi popcorn proprio non si possono soffrire. Ridateci l’UGC. Intanto i biglietti sono aumentati da 8€ a 8,20€ e in sala 5, la più grande con la 4, allo spettacolo delle 19.30 di domenica di Com’è bello far l’amore c’era quasi l’en plein: nonostante le batoste, l’Italia deve ancora toccare il fondo.) Elenco in ordine decrescente di apprezzamento; voti su ★★★★. Un giorno parlerò anche de La talpa e di Millennium #1 di Fincher, fra le cose più notevoli viste di recente, ma ora non ho le forze.
War Horse di Steven Spielberg con Jeremy Irvine, Peter Mullan ed Emily Watson
Il miglior Spielberg da The Terminal (2004) — ancor più benvenuto dopo che Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno, uscito solo lo scorso ottobre, mi aveva lasciato del tutto indifferente. Tanto ammirevole come tecnico, il Nostro è limitato quanto a spessore strettamente intellettuale, specie quando si impone esplicitamente di spiattellarci il Messaggio Importante: da studioso dilettante di relazioni internazionali, ad esempio, ho sempre trovato Munich un pugno di mosche di disarmante banalità, ben riassumibile nell’incipit della relativa recensione di Gianluca Pelleschi, uno dei pezzi critici che più mi tengo stretti: «La vendetta è una brutta cosa e non risolve niente, anzi». Quando va bene, però, come in questo caso, Spielberg compensa tramite una ponderatissima, splendida e sincera spinta per le emozioni primarie. In War Horse, nel quale fa sfoggio impressionante di tutta la sua attenzione al dettaglio narrativo-visivo (ci si potrebbe costruire un campionario pressoché completo di storytelling), sposa A) il suo mirabile infantilismo familista-alieno (l’alieno in questo caso è il cavallo) di E.T. con B) i suoi film bellici. E gli si crede ciecamente sin dalla prima inquadratura, complice questo mirabile matrimonio tramite il quale i difetti di A vengono bilanciati dai pregi di B e viceversa. Ciononostante, se mi chiedete se preferirei rivedere questo o Com’era verde la mia valle sceglierei senza dubbio il secondo. Voto: ★★½
I Muppet di James Bobin con Jason Segel, Amy Adams e Chris Cooper
Dagli unici due con senno della compagnia Apatow, Jason Segel e Nicholas Stoller (co-sceneggiatori), arriva un omaggio che è una sequela senza sosta di gioiose trovate. Si cita una sola volta Julie Andrews ma se ne incarna perfettamente lo spirito: non c’è nessuna più classica e postmoderna di una che è allo stesso tempo Mary Poppins e un finto travestito polacco. Sarà segno degli attuali tempi bui che più volte io mi sia ritrovato da solo a ridere di gioia come uno scemo in sala. Non è strettamente questione di nostalgia, giacché io i Muppet non li ho mai conosciuti se non per Festa in casa Muppet che ci aveva fatto vedere la prof d’inglese alle medie (poi sì: sono un grande fan di Labyrinth): ma qui è come ritrovarsi di colpo negli anni ’70 — e in effetti, pensateci, nel 2012 non viviamo tempi migliori del ’73/’74. Dice bene Raffaele Meale: «I Muppet racchiude al suo interno, neanche troppo in profondità, un accorato e sincero elogio alla lentezza, al fuori moda, al desueto: non ha bisogno di rincorrere mode della contemporaneità perché lo show ha sempre vissuto in un’atemporalità dorata, non-luogo e non-spazio che trovano una propria motivazione e collocazione proprio nel loro essere al di fuori di tutto». Voto: ★★½
Paradiso amaro di Alexander Payne con George Clooney, Shailene Woodley e Amara Miller
Da Sideways Alexander Payne può esser visto, da chi voglia, come un imbonitore da sensibili feel-good movie, pregiato quanto stantio equivalente su pellicola di romanzi di vita superficialmente profondi per anime pie, con il necessario occasionale sollievo comico. Il sollievo comico può essere un imbonitore peggiore della più aperta mielosità. Se i feel-good movie sono questi, però, ben vengano. Payne riesce a narrare in maniera genuina alcuni aspetti della vita di relazione, immergendosi in momenti nevralgici ma sconfortantemente vicini al banale quotidiano. Il protagonista strano (qui un ricco privilegiato che rifiuta di vivere la sua ricchezza) attraversa il cuore dello spettatore, ne contraddice le aspettative (le Hawaii non sono un sogno) e ne punzecchia sia la sensibilità sia ciò che nutre di spiacevole. Lo spettatore ne esce sentendosi un po’ complice e un po’ scosso — più complice che scosso, ma fa nulla. Il perfido umanismo di Election, a mio avviso una delle opere imprescindibili degli ultimi anni ’90, rimane comunque un’altra cosa. Voto: ★★½
ACAB – All Cops Are Bastards di Stefano Sollima con Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini
Calati nelle tenebre, non possiamo condannare chi c’è sempre stato dentro, e quest’ultimo non può che rimanerci con ferito orgoglio. Non è giustificazionismo fascista: è (sembra essere, nel film — che è quel che conta) parte della realtà. Nel terzo atto la sceneggiatura viene fuori, assestando qualche raddrizzata enfatica di troppo in un film che altrimenti si limita a descrivere. Si abbraccia un punto di vista interno, privilegiando il personaggio di Favino su tutti, solleticando ma anche sfuggendo i qualunquismi politico-sociologici. Anni lontano dall’agghiacciante brasiliano Tropa de Elite. Voto: ★★½
In Time di Andrew Niccol con Justin Timberlake, Amanda Seyfried e Cillian Murphy
Andrew Niccol, regista e sceneggiatore di un altro film imprescindibile degli ultimi anni ’90 come Gattaca, rimane fedele alla sua filosofia distopica. Stavolta, anzi, più che ipotizzare una società indesiderabile propone una metafora della società che esiste già: è come se New Greenwich fosse la Germania e il ghetto fosse la Grecia. Fuor dalle preoccupazioni finanziarie più impellenti, è chiaro che tutto funziona come l’odierno sistema capitalistico con le sue masse derelitte. Nel corso dei suoi 109′ sembra spesso andare di fretta, e in definitiva non morde da nessuna parte. Voto: ★★
Hugo Cabret di Martin Scorsese con Asa Butterfield, Chloë Grace Moretz e Ben Kingsley
Il secondo omaggio cui ho assistito nel weekend non è un omaggio a un certo mondo come quello de I Muppet, che più che i personaggi glorifica — come scrive Meale — la loro filosofia, facendola propria: è un omaggio all’amore che l’autore dell’omaggio prova verso l’oggetto omaggiato. L’autore dell’omaggio, in altre parole, omaggia sé stesso. L’oggetto omaggiato è il cinema, principalmente attraverso la figura di George Méliès. Ovviamente, l’amore per il cinema (o il Cinema) è una cosa giusta, ma ha poca utilità volerlo ribadire, specie se lo si fa da Maestro e si vuol anche insegnare al pubblico che il cinema crea i sogni. Il pubblico lo sa già: i sogni chi fa cinema li crea e basta, non dice di starli creando, come l’illusionista non sottolinea a ogni passaggio quanto stia facendo magia. Sarà per colpa mia, ma il tanto decantato uso intelligente del 3-D io non l’ho affatto registrato. Voto: ★★
Com’è bello far l’amore di Fausto Brizzi con Fabio De Luigi, Claudia Gerini e Filippo Timi
Seduta davanti a me alla proiezione dell’ultimo lavoro di Fausto Brizzi c’era una famiglia in formazione completa: madre sulla sinistra, figlioletto e figlioletta al centro e padre sulla destra. Dei genitori responsabilissimi hanno deciso di spendere 40€ circa per portare i propri figli decenni a vedere questo film. La notizia del quale è che è bello far l’amore (amore, non sesso), se si è tristi marito e moglie che hanno amici pornoattori. Lo scambismo è bello solo quando è a due con tua moglie/tuo marito, rigorosamente al buio; essere scopamici è fighissimo, se poi dello/a scopamico/a sei anche innamorato/a. L’analisi socio-sessuale è seriamente questa, state tranquilli: non c’è nessun sottotesto ulteriore in quel buio. Voto: ★½








War Horse mi è piaciuto tantissimo…gli altri devo ancora recuperarli.
mia recensione qui:
http://firstimpressions86.blogspot.com/2012/02/war-horse.html