shame mcqueen <i>Shame</i> di Steve McQueen

Uno di quei film che dividono, in questo caso a cominciare da me medesimo. Per tre quarti lo definirei una delle indagini psicologiche più impietose e vere mai realizzate. Il soggetto, se leggete in giro, è la dipendenza sessuale: ma questo è toccar solo la notoria punta dell’iceberg. Il regista, che come saprete ha il nome del tutto casuale di Steve McQueen, ha detto giustamente che «tutti possono identificarsi nella dipendenza dal sesso, perché tutti fanno sesso. All’alcol o alla droga si può in una certa misura rinunciare, ma col sesso bisogna vivere». E in realtà il sesso (vero o surrogato) è l’unica cosa che funziona più che decentemente nella vita di Brandon Sullivan (Michael Fassbender. So che non sarete d’accordo, ma per onesta oggettività devo affrontare e prender posizione nella questione che da mesi è dibattutissima: lui personalmente nonché tutto il film si mangiano Ryan Gosling e tutto Drive in un boccone), un medio agiato professionista di New York (non sappiamo in che campo) che rimorchia con facilità, si ciba di pantagrueliche dosi di porno online e si masturba (più di una volta al giorno) in bagno al lavoro. Non sarà un tipo per il quale provare ammirazione, ma ha la sua vita: potrà soffrire di dipendenza da sesso, ma nella dipendenza ha un suo solitario equilibrio. Intervengono però due fattori di rottura: 1) Nel suo appartamento irrompe e si stabilisce la sorella minore sbandata Sissy (Carey Mulligan; anche lei si mangia il suo personaggio nel film di Refn); 2) Brandon inizia a interessarsi alla collega Marianne (Nicole Beharie), e potrebbe essere qualcosa più del sesso.

McQueen, co-sceneggiatore con Abi Morgan (autrice dello script di The Iron Lady sulla Thatcher anch’esso di fresca uscita), dirige con un elegante sguardo: per lo più sono quadri statici della miglior tradizione baziniana, così come studiati movimenti di macchina (non solo la carrellata notturna per far jogging, ma anche quel carrello che quasi non noti), e ogni tanto qualche subitanea quanto giustificata «sferzata» (vedasi il febbrile montaggio di dettagli col quale Brandon si libera del materiale pornografico). Non giudica il suo personaggio (o almeno non sembra giudicarlo: su questo, di più in seguito), anzi ne compone l’agire, complice la sopraffina prova di Fassbender, di molti onesti dettagli: sono questi dettagli che ne fanno, alla faccia della dipendenza, un personaggio normale, comune. Più che American Psycho mi è venuto in mente il personaggio di Tom Cruise in Eyes Wide Shut di Kubrick, altro studio dell’insopprimibile ricerca del sesso come mise en abyme del proprio inconscio di genere e sociale: non c’era nulla di patologico nel dottor William Hartford ma, data la sua normalità, di patologico c’era tutto.

I problemi di Shame iniziano appunto qui, laddove nel quarto finale dall’indagine psicologica impietosa ci trasferiamo quasi nel campo della parabola di messa in guardia. Non è abbastanza da rovinare la potenza del film, perché il film stesso fa ammenda, ma ci manca poco. In Kubrick la fine del viaggio era un liberatorio dialogo matrimoniale, nel quale la moglie (Nicole Kidman) risolveva tutto con un «dobbiamo scopare»; in McQueen, invece, sotto la pelle del film duro e vero che ho descritto finora si insinua pian piano un poco gradevole accenno di sguardo morale e punitivo. Per quanto mi riguarda, il senso della pellicola termina quando (SPOILER in arrivo) Brandon, incapace del sesso quando questo implica una vera relazione, torna alla sua vecchia condizione approfittando, nella stessa stanza della défaillance, con la stessa vista sull’Hudson, di un’altra delle prime donne capitategli sott’occhio, prostituta o meno. Il film, però, decide di continuare e scendere fino al petto nella tragedia: il rifiuto di entrambe le forme d’affetto che erano intervenute nella vita di Brandon porta a un eccesso ancora maggiore, e a questo corrisponde il castigo nella forma di una quasi morte. E in questo versante, laddove prima c’era stato un uso parco della soundtrack, prediligendo il suono diegetico, la colonna sonora di Harry Escott viene fatta esplodere.

Attraversati le lacrime e lo struggimento, in compenso, ci ricomponiamo e si ripresenta una scena in metropolitana, un bivio. Si chiude con finale aperto: forse la discesa nella tragedia ha cambiato Brandon, o forse no. Dal gioco di Fassbender mi sembra più probabile intuire — perché così mi piace, forse — che Brandon si ributti, col che l’unità stilistico-morale del film sarebbe preservata. Ma lasciando (è solo qui la furbizia di cui alcuni parlano) l’incertezza, McQueen ha leccato un po’ i piedi a quella parte di pubblico che è orgogliosa di definirsi bacchettona — e probabilmente è solo un suo problema.

3stars <i>Shame</i> di Steve McQueen

Shame | 2011 | Regno Unito | drammatico | durata: 1h41’ | regia: Steve McQueen | interpreti: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie | sceneggiatura: Abi Morgan, Steve McQueen | uscita italiana: 13 gennaio 2012