Un mio precedente post (al quale non linkerò onde preservare per quanto possibile l’anonimato dei coinvolti) ha prodotto osservazioni di stile per via di messaggio privato. Il mio errore sarebbe stato quello di riportare su questo blog quelli che erano commenti su pagine Facebook, cosa che — dicono — non si fa. Al che, io mi limito molto semplicemente a riportare quanto ben visibile nelle note privacy di Facebook stesso:
Pensaci bene prima di pubblicare qualcosa. Proprio come qualunque altra informazione che pubblichi sul Web o invii tramite e-mail, le informazioni che condividi su Facebook possono essere copiate e condivise nuovamente da chiunque sia in grado di visualizzarle.
Con questo, per quanto mi riguarda, chiudo la faccenda. Ancor più perché, badando al sodo, i commenti in questione non avevano contenuto strettamente personale e non ponevano, mi sembra, nessun problema di riservatezza di quanto scritto. L’idea che si pensi, nella seconda metà del 2011, che quel che si scrive su Facebook rimanga rigorosamente un affare fra pochi ristretti amici mi suona un po’ curiosa, se non ingenua, se devo dirla tutta. Ma visto che, a quanto pare, la cosa dà comunque fastidio, quel post sarà l’ultimo di tal fatta.
La questione interessante, tuttavia, rimane, nella misura in cui i coinvolti sono, fra le altre cose, blogger di cinema. I messaggi che mi sono giunti, in particolare, lamentavano che io mi riferissi a loro non con i rispettivi nick bensì con nomi e cognomi.
Nick #1 osserva:
Come mai quando fai un link al mio blog (mi arrivano dei trackback automatici) utilizzi il mio nome e cognome? Cioè, ovviamente il mio nome non è segreto, per carità, ma i miei post e il mio blog sono firmati [Nick #1] e mi aspetto che io venga citato altrove come tale (non per niente tu sei l’unico che mi abbia mai citato usando nome e cognome, e mi sono sempre chiesto perché).
Noto però che se si va nelle info del blog di Nick #1 si può leggere chiaramente che tal blog «è un blog di [nome e cognome]». Perché se Nick #1 scrive a chiare lettere che il blog è di una persona con un nome e cognome precisi dovrebbe aver noia a vedere tali nome e cognome citati in relazione al suo blog? Nick #2, da parte sua, osserva:
Quando scrivo di cinema sul mio blog, nei commenti di altro blog, ecc. io sono [Nick #2]. […] Anche questa cosa a te sembra incomprensibile e strana visto che hai un blog che si chiama col tuo nome.
Non è questione di riservatezza, è questione del gioco del cinema, del fatto che quando si parla di cinema indossiamo la nostra maschera e ci rilassiamo, divertendoci ad essere qualcun altro.
Questo credo sia lo spirito degli Avatar e questo accade in tantissimi forum, anche esteri, dove appassionati (di giochi, di fumetti, di cinema, di musica) discutono tra loro. Alcuni si conoscono di persona e conoscono i loro reciproci nomi.
Questo non impedisce loro di chiamarsi con gli Avatar quando sono nel forum. Questo è lo spirito con cui sono nati i blog di cinema e la connection.
Altrimenti non vedo per quale motivo si debbano usare e si usino gli Avatar, se non per giocare e fare un bagno di irrealtà.
Per me gli avatar — più precisamente, i nickname — sono sempre stati un semplice mezzo di autenticazione che permette di usare un determinato servizio, abbinato a una password. Se voglio acquistare un biglietto sul sito di Trenitalia ho uno username e una password; se voglio accedere a Splinder ne ho un altro paio. Non c’è altro verso, per il momento: nickname e password servono per questioni pratiche, anche quando se ne vorrebbe fare volentieri a meno. Non ci sono necessariamente implicazioni filosofiche dietro, né tutti utilizzano i nickname allo stesso modo quando queste potrebbero esserci.
Chi attacca implicazioni filosofiche alla propria identità «da avatar» dovrebbe, secondo me, dimostrare una ferrea coerenza. Uno spirito ascetico, anche. Non è facile, lo so. Ma, ripeto, siamo nella seconda metà del 2011 e non credo nessuno di noi, adulto e vaccinato e blogger di cinema, possa permettersi di far l’ingenuo. Non siamo primi adolescenti indifesi che postano foto imbarazzanti a caso in bacheca.
Cosa succede quando un nickname viene abbinato a un nome reale? Nello specifico, ad esempio, cosa succede quando sul proprio profilo Facebook si linka al proprio blog? O quando dal proprio blog si fa il salto a scrivere per un sito, rivista, etc. firmandosi Marco Rossi? Si pretende forse che chi legge (amico, conoscente o sottoscrittore) non possa fare il salto logico e cominciare a parlare di quel blog come “un blog di [nome e cognome]”? Sarebbe un po’ contraddittorio e irragionevole. Avete rinunciato al vostro nickname come unica fonte identificativa, ragazzi: mi spiace. E fatico, in realtà, a capire perché dovreste dispiacervene.
Rinvio a, e cito abbondantemente, un vecchio editoriale di Massimo Mantellini:
l’etica del nickname è non solo vecchia di oltre un decennio, ma rappresenta ormai un giardino spoglio e poco frequentato. Nascondere la propria identità dietro un nome di fantasia è il residuo storico di una idea che era un tempo saldamente condivisa (quella che in rete valessero più le parole delle facce e che su tale nuova scala di valori si potesse costruire un mondo meno imperfetto di quello fino ad allora noto) ma poi gradualmente superata dalla constatazione che Internet non sia più un circolo ricreativo dove si va a rappresentare una parte di se stessi differente da quella reale ma che incarni, banalmente, una quota organica della nostra identità sociale.
[…]
La tutela della privacy è certamente sacrosanta e vale forse la pena ricordare che Internet ci ha fornito strumenti inediti e potentissimi per tutelarla, ma certe affermazioni, anche se apparentemente di buon senso, hanno purtroppo una sola concreta spiegazione: sono fatte da persone che rifiutano Internet come parte integrante della nostra identità individuale.
E su queste tematiche oggi Facebook sembra essere diventato il nuovo bersaglio sul quale focalizzare l’attenzione. L’alcolizzato cocainomane che uccide a colpi di mannaia la moglie lo ha fatto, secondo i media impazziti, per una sola ragione: perché la moglie ha mutato il suo status su Facebook tornando single. L’eco mediatica di queste e altre stupidaggini non può non avere un immediato riscontro istituzionale.
Il Garante della Privacy negli ultimi mesi ha individuato una serie di punti di debolezza della nostra privacy online: prima ha inneggiato ad un diritto all’oblio degli utenti dei motori di ricerca, quasi che il pagerank avesse una anima e dovesse decidere di caso in caso cosa evidenziare e cosa no con la «diligenza del buon padre di famiglia». Poi ha focalizzato la sua attenzione sulle piattaforme sociali e solo qualche mese fa dichiarava al Corriere della Sera che l’uso di YouTube e dei social network «può determinare in futuro, specie nel momento dell’accesso al lavoro, rischi anche gravi per giovani e giovanissimi, che spesso usano queste tecnologie con spensieratezza e inconsapevolezza».
È certamente vero: eppure questa attenzione così insistita ha qualcosa di paradossale. Viviamo in un mondo nel quale soggetti terzi maneggiano quotidianamente tonnellate di nostre informazioni personali al di fuori del nostro controllo: le banche sanno tutto di noi, il marketing disattende qualsiasi norma imposta, le aziende vengono fin dentro le nostre case a presentarci i propri prodotti non richiesti ed il Garante della Privacy, come un tipo strano che raccoglie margherite sotto il bombardamento, si preoccupa delle nostre pratiche di rete. E come lo fa poi? Insegnandoci la magia del No index nelle pagine web? Invitando le scuole a sensibilizzare gli studenti sulle buone abitudini in rete? Macché. Francesco Pizzetti ci suggerisce di sceglierci un nickname e con quello navigare felici fra i marosi.

Concordo con te sul discorso dei nickname e degli avatar, ma c’è gente a cui piace giocare pur sapendo che un nick non lo rende certo un’altra persona nè tantomeno non rintracciabile.
Più complesso il discorso Facebook.
Può verificarsi il caso che un tuo contatto abbia deciso di condividere con te e altri (ma non con tutti) alcune informazioni/commenti. Sebbene complicato (ma nemmeno troppo) tocca a te verificare cosa può essere ripubblicato e cosa no.
Io di solito, se il materiale è protetto ma mi serve, chiedo il permesso di pubblicarlo comunque.
tempo sprecato. io avrei detto: «fatemi causa». aggiungendo magari un’offesa alla fine, tipo coglioni o imbecilli.
Augurandoti un buon Natale e un felice anno nuovo, invito te e i tuoi visitatori a votare i migliori film e attori del 2011. Come blogger di cinema, ti ricordo di votare anche la sezione specifica.
I MIGLIORI FILM DEL 2011