Mereghetti ha commentato giorni fa, data la cattiva accoglienza a Venezia del film di Philippe Garrel Un été brûlant: «viene il dubbio che l’omologazione di stili e di forme che ha già conquistato il cinema commerciale stia contagiando anche i festival, con il rischio che si riducano a passerelle promozionali per i titoli in uscita». Non posso dire quanto l’analisi sia apprezzabile; dalla mia esperienza con i recuperi di pellicole presentate ai festival, in ogni caso, azzarderei che la percentuale di prodotti interessanti ai festival non si possa poi presupporre troppo distante da quella dei titoli in uscita; così come non ignoro che gli stessi film presentati ai festival producano — e non da ora — a loro volta una certa «omologazione di stili e forme» (i film che si dicono non senza ragione, appunto, «da festival»). Per come ho capito la questione, tuttavia, il punto non è l’omologazione nella selezione bensì l’omologazione dei gusti del pubblico, anche critico, specie dato che questo pubblico critico ormai comprende oltre alla stampa tradizionale folle molto più folte. Da questo pezzo si sviluppa una discussione sul profilo Facebook dello stimato Francesco Petrucci fra il pocanzi detto, Michele Favara e Francesco Chignola. Reagisce Chignola:
Il «problema» tra virgolette per me (a parte tutto questo rancore nei confronti di altri recensori o di quello che pensano o di come lo esprimono, personalmente penso che abbiano il diritto di esprimerlo come io ho quello di ignorarli e di non leggerli), è che secondo voi — dico voi perché Petrucci e Favara su queste questioni diventate un ortro ;) — Garrel è l’esempio ideale di un cinema «diverso, di nicchia, difficile» quando invece forse, e dico forse!, potrebbe essere solo l’esempio ideale del cinema che preferite voi. E che fate benissimo a difendere, ci mancherebbe! Ma se vi dà tanta noia che veniate additati negativamente come «il pubblico di Garrel», perché fare la stessa identica cosa parlando di «pubblico mangiapopcorn»? Secondo me, e sottolineo secondo me, staremmo tutti meglio se tornassimo a parlare soprattutto dei film e non così spesso del fatto che gli altri non ne sanno parlare oppure del fatto che siamo tutti delle capre perché preferiamo andare a vedere Nolan piuttosto che Garrel.
Convengo sull’opposizione poco rigorosa fra pubblico d’élite e pubblico popcorn, nella misura in cui può limitarsi a un discorso snobbistico; ciò detto — e qui, scherzando ma non troppo, nego quanto afferma Favara — non nasconderei il fatto che gran parte del pubblico generico, ma anche di chi scrive di cinema, è in effetti costituita da «esseri inferiori». Mi permetto di dissentire, però, nella misura in cui ho deciso di dedicare il presente blog a «Cinema, Film e Critica». Parlare — anche spesso — di come gli altri scrivono di cinema e film (i concetti, almeno in lingua italiana, sono distinti: il primo è quello che altri scrivono con la maiuscola, l’arte cinematografica, la pratica, teoria e storia del far cinema; i secondi sono i singoli esemplari, le singole opere più o meno valide) è interessante quanto parlare dei film stessi, sebbene possa sembrare esercizio sterile perché — come si lamenta prontamente di fronte alla pratica — portato avanti da chi: 1. Non ha nessuna autorità per criticare quello che scrivono gli altri; 2. È mosso solo da rancore o invidia verso chi è più bravo, bello e famoso. Entrambi sono argomenti ad personam, in quanto tali invalidi. Somigliano agli argomenti (che, a rigore, non sono argomenti) che potete leggere spesso mossi dal lettore comune di fronte a una recensione negativa, blaterando che chi l’ha scritta è un aspirante regista fallito che sta solo buttando giù la propria bile dovuta al successo raggiunto dai realizzatori, loro sì persone che producono e son belle. Io, belli, non ho mai voluto fare il regista, sebbene mi sia dilettato non meno dei ragazzini di Super 8 (ma con meno valori produttivi).
L’argomento «È inutile criticare la critica: se non ti piace tale critico, non leggerlo» è debole quanto l’argomento «È inutile criticare i film: se non ti piace tale regista, ignoralo». Io non lo ignoro e scrivo dei suoi film, perché i brutti film non mi piacciono. Ritengo di avere buoni motivi per non essermeli fatti piacere e cerco di esplicarli; quel che scrivo, da granello di sabbia, entra nel discorso culturale, per misero che sia, ed è teoricamente in dialogo con quel che han scritto altri. Si può discutere sull’importanza concreta di quel che viene scritto, modesta dato che il riscontro al botteghino è determinato da molte cose, solo l’ultima delle quali è il responso critico, latamente inteso. Ma quello che si scrive e come si scrive (soprattutto in quei pochi luoghi che effettivamente godono di seguito: i giornali più letti, i siti e blog con più traffico) conserva una sua importanza, facendo parte dell’ambiente culturale e sociale in cui i film vengono ricevuti, apprezzati o detestati.
Anche un misero post su un blog viene letto da qualche decina di persone, le quali possono decidere se vedere un film o meno in base a quanta autorità riconoscono all’autore del post. Seguire un determinato critico (su qualsiasi medium), per abitudine o affinità di gusti, abitua a come quel critico si esprime e pensa. Poi magari non si è d’accordo, ma non è improbabile — la cosa dipenderà chiaramente dai propri anticorpi critici generali e dalla propria formazione culturale — non si assorbano quei modi di esprimersi e pensare. Se si legge solo che un film è «noioso» mentre un altro è «fresco», è dura farsi venire in mente che ci siano altri e più pregnanti modi di pensare.
Se altri scrivono cavolate su un film, che lo riteniamo valido o meno, è utile prendere quelle cavolate e mostrarle come tali: non (o non tanto) per far vedere che chi le ha scritte è un idiota (sebbene, certamente, ciò non è da escludere), ma perché smontando le cavolate si parla del film secondo i suoi giusti meriti e/o demeriti. Il senso del discutere le recensioni o i pezzi altrui è questo. Si tratta di discutere dei singoli film ma anche di quali siano i modi accettabili e utili di scrivere criticamente di cinema.
Farlo genera alcuni problemi. 1. Per i più, è semplicemente soporifero: c’è un universo di persone che non sono già in partenza interessate a leggere recensioni, figuriamoci a leggere recensioni di recensioni; 2. Anche chi è interessato (magari anche occasionalmente) a leggere recensioni potrebbe non amare quel che sembra un poco carino tirarsi i capelli fra primedonne; 3. Chi è citato quale dicente cavolate tende a essere infastidito; 4. C’è — specie fra i professionisti (di cinema, ché in altri ambiti si è un po’, ma solo un po’, meno suscettibili) della carta stampata — una regola d’etichetta che suggerisce di non criticare (non direttamente, almeno) i colleghi, per il quieto vivere (tu non critichi me e io non critico te, così possiamo continuare a scrivere entrambi cavolate impunemente: tanto quel che scriviamo son solo opinioni, una vale l’altra).
Questi problemi si possono affrontare nei seguenti modi: 1. Di chi non legge già in partenza possiamo non preoccuparci; 2. Chi è interessato a leggere recensioni dovrebbe essere aiutato (nella pratica) a capire che leggere recensioni di recensioni può illuminare aspetti di un film come se non meglio di una recensione propriamente detta; 3. La vita, cari miei, è dura e nessuno ti regala niente. Fatevene una ragione; 4. L’omertà non è una bella cosa.

Sono diventato buddista. Non amo più, come un tempo, quindi, parlare contro.
Ma questo tuo post è davvero notevole, Alberto.
Sono convinto che con i dovuti modi. «Duri con il problema, morbidi con le persone», argomentare contro una recensione, o, anche, a favore della stessa, confutandone le premesse e/o le conclusioni, nel primo caso, ed allargandone ed arricchendone, in qualche modo, l’ambito o gli oggetti, nel secondo, può essere davvero un’operazione, oltre che intellettualmente appagante in sé, anche molto utile per mettere in evidenza pregi, meriti, o difetti e demeriti, di un film e dell’opera cinematografica complessivamente considerata.
Alla fine è spesso questo, quello che tentiamo, a volte anche con fatica, di fare.
Con stima.
Rob.