nytimes 08032011 Business e design del giornalismo online

Il destino della stampa ai tempi di internet interessa tutti noi, ma finora non ci avevo pensato in termini di aspetto dei siti dei maggiori quotidiani e riviste. In un articolo molto discusso di ormai più di due settimane fa, Andy Rutledge ci offre questa prospettiva dissezionando l’aspetto del sito del New York Times (in alto, la pagina politica di oggi) per suggerire quali sarebbero i cambiamenti necessari per renderlo più leggibile universalmente sui vari supporti (crescentemente, del mondo mobile: smartphone e tablet) direttamente dalla pagina web anziché utilizzando apposite applicazioni. I suggerimenti sono direttamente visibili nel redesign proposto da Rutledge (per apprezzare meglio, visitate l’articolo):

nytimes rutledge Business e design del giornalismo online

L’idea è piuttosto semplice: si basa sulla presentazione il più sequenziale possibile delle notizie, rimuovendo la cascata di menù di navigazione che attualmente affollano la pagina principale e quelle delle varie sezioni. Oltre alla sequenzialità, che allontana il modo di leggere in rete da quello di sfogliare con gli occhi le pagine di un quotidiano fisico, vengono eliminati i riassunti dei singoli articoli mantenendo solo titolo, autore e data/ora di pubblicazione. È un’idea che risulta molto gradevole anche a me, che non ho nessuna difficoltà a orientarmi sul portale NYTimes.com così com’è; purtroppo è un’idea che presuppone l’accesso solo tramite abbonamento, con pressoché totale eliminazione delle pubblicità che al momento (e, presumibilmente, nel futuro) sono ancora una parte importante del modello di business (solo parzialmente per abbonamenti) del sito.

Non è infatti solo di design che parla Rutledge, perché le sue idee riguardano più in generale quale futuro si meriti la stampa di qualità in rete:

  • I titoli dovrebbero descrivere, informare ed essere d’impatto. Dovrebbero fare da traino al giornale.
  • Non esistono «edizioni». Le notizie sono tutte globali. Dire «Edizione globale» ed «Edizione locale», eccetera, non ha senso. Menù di navigazione e filtri dovrebbero essere razionali e facili da usare.
  • Non ci sono notizie «più popolari». Ci sono le notizie e ci sono i pezzi d’opinione e le due cose si escludono a vicenda. La popolarità di un articolo non dovrebbe trovar spazio sui siti di notizie ma solo sui social media. Le notizie non sono i social media. Se lo sono, non sono notizie.
  • Quelli che fanno giornalismo di bassa qualità evitano di stare sul mercato giornalistico e si concentrano invece sul campo dei commenti popolari e dei pezzi d’opinione.
  • L’informazione di qualità è preziosa. Quindi deve avere un costo. L’informazione di qualità è solo per abbonamento. Si paga per avere informazioni utili. La fuffa, quella è gratis.
  • L’informazione di qualità ha bisogno di una presentazione di qualità, senza quella palata ridicola di marketing che distrugge l’esperienza di lettura. Quel che la rende possibile è che si paga per il PRODOTTO.
  • Gli svantaggi in termini di esperienza di lettura pur di ricevere un prodotto gratuito creano un sistema inefficiente, che ditrugge al contempo gli incentivi per un modello a pagamento.
In poche parole, molto del design minimalista di Rutledge dipende dal suo affidamento nella filosofia «a pagamento». Ma non è affatto sicuro che questa filosofia sia quella che nei fatti creerà introiti per i colossi dell’informazione: è magari più probabile i soldi arriveranno da esperimenti pubblicitari. In effetti, è vagamente stupefacente e contraddittorio che la sua proposta, che nasce dalla volontà di adattare le notizie al mondo degli smartphone e dei tablet (che predilige un flusso sequenziale e cronologico paradossalmente …da social media, meno un’organizzazione ragionata e gerarchica — ossia, editoriale — dei contenuti), si basi su una concezione chiusa del giornalismo che potrebbe venir dritta dal secolo scorso. Per una critica più approfondita, rimando a Joshua Benton.