Il precedente post di questo blog risale al 25 febbraio, le mie ultime recensioni pubblicate su Cine-Zone (Non lasciarmi, Frozen e Sucker Punch) alla fine di marzo: lo iato da queste date a oggi segnala che il Vostro Affezionatissimo è stato molto occupato. Me ne scuso. Nel frattempo questo spazio continua ad esser visitato, anche se in buona parte — il che mi inquieta — da persone che cercano informazioni su come dar sculacciate.

Il ritorno a qualcosa che assomiglia alla vecchia forma è segnalato dalle recensioni de Lo stravagante mondo di Greenberg (in ritardo ma obbligatoriamente, data l’indecorosa stellina e mezza del mio collega Signorelli) e Un perfetto gentiluomo pubblicate proprio oggi sempre su Cine-Zone. Ma non preoccupatevi: c’è possibilità che il prossimo mese mi veda nuovamente assente.

La mia lista di visioni settimanali è calata drasticamente: arriva un punto nella vita di ogni uomo (o donna) in cui si comprende che non si avrà più modo di mantenere la sana abitudine di vedere almeno un film al giorno, se mai la si è avuta. Ciononostante, non ho ovviamente smesso del tutto col vizio. Di seguito, per mancanza di argomenti più interessanti da trattare, qualche sparsa e breve considerazione sulle uscite cinematografiche recenti da me recuperate, in ordine di gradimento. Come il gradimento, anche la qualità dei miei interventi andrà calando.

habemus papam Riassunto dallo scorso marzo

Habemus Papam di Nanni Moretti

Mi è parso in realtà un’opera non molto definita, o forse meglio non abbastanza dirompente: Moretti punta forse a un cupo ritratto da un lato del potere e dall’altro della condizione umana. Per farlo sceglie un soggetto potenzialmente esplosivo, ma lo gestisce con un umorismo molto sobrio, talvolta deformato nell’incubo, decidendo di costruire il film come un lungo anticlimax: scelto dal potere, l’uomo-Papa si scava dentro e si ritira progressivamente nelle sue camere oscure, anche uscendo allo scoperto e rivelandosi al mondo, perché ormai né il mondo né la salvezza promessa risultano afferrabili.

Pare così consegnarci la sconfitta totale del singolo, pur concedendogli la dignità della sua ammissione d’impotenza, ma con essa anche quella della stessa Autorità, resa nulla da una semplice, umana ammissione di debolezza che le toglie il suo ruolo salvifico: il volto della Chiesa si raggela e indietreggia quando il Papa fugge all’inizio, e una volta che crede di averlo riportato a sé egli fugge specularmente di nuovo.

Il non esser dirompente di tutto questo sarebbe potenzialmente un pregio, ma mi sembra esser molto il superfluo che ci gira attorno. La cadenza episodica non giova all’esplorazione del dramma del neo-Papa francese (Michel Piccoli), né tantomeno rivela troppo la reclusione del Moretti psicanalista in Vaticano, sebbene ci regali occasioni di riso. Ciononostante, fra i visti (e anche i non visti) in questo periodo, rimane il film più fecondo e interessante.

source code Riassunto dallo scorso marzo

Source Code di Duncan Jones

Dopo Moon, che sospetto abbia così esaltato molti per il suo contrasto con la produzione attuale di fantascienza, piuttosto che per il suo effettivo valore, Jones continua con la sua poetica dell’uomo-soldato solitario mercificato per il bene dell’umanità con una produzione da fresco promosso: budget sestuplicato, belle star e distribuzione planetaria. Non mantiene però nulla dello stile letargico del precedente, confezionando di contro un più concitato ed efficiente (soli 93′) thriller fantascientifico che gioca con scatole esplosive e narrative.

La promozione è stata meritata e rispetta le aspettative della direzione. Di nuovo grande, eccessivo entusiasmo per un abile prodotto dal poco effettivo spessore a favore di un buon meccanismo. Ma precisiamo, vi prego, che — nonostante quel che dica Jones nelle interviste — Ricomincio da capo non c’entra un bel nulla e nell’esigua novantina di minuti l’affair con la stimatissima Michelle Monaghan non ha tempo di decollare. (Jake Gyllenhaal ha solo 8 minuti ogni volta, direte voi, ma l’abilità sta lì.)

limitless Riassunto dallo scorso marzo

Limitless di Neil Burger

Polpettone per un po’ interessante che poi arriva alla siringa nell’occhio di Polifemo (vedere per confermare), ma senza riferimento alto. Non si sa cosa Burger voglia dire, anche se sembra indubbiamente affascinato dall’adrenalina offertagli dal soggetto. Sulla stessa falsariga mi pare ci avesse già provato Taylor Hackford con Keanu Reeves, Al Pacino e Charlize Theron quattordici anni fa: la versione con Bradley Cooper, Robert De Niro ed Abbie Cornish par fatta per suonati. Secondo Gabriele Niola, galvanizzato, «Limitless merita una visione per come sia [congiuntivo esortativo?] un segno ulteriore dell’ingresso (finalmente!) in una nuova fase della fantascienza (questa volta il termine è proprio da intendere in senso letterale), quella dell’era di internet, in cui la tecnologia e il modo in cui l’uomo è visto in relazione ad essa sono figlie del digitale»: ma con internet, in senso e stretto e lato, questo film non c’azzecca.

next three days Riassunto dallo scorso marzo

The Next Three Days di Paul Haggis

26 minuti in più dell’originale francese, tutti riempiti con un primo fallitissimo tentativo da MacGyver di Russell «Cinghialone» Crowe, finito in vomito, e soprattutto con tanta confusione ideologica. Haggis crede sia utile intorbidare le acque dello spettatore: Elizabeth Banks è innocente, come crede il marito, o è forse colpevole? Ed è forse giusto che il marito, una volta suggeritogli il dubbio dalla stessa consorte, persista ugualmente nel suo folle piano? Nell’originale il marito non aveva dubbi, e neanche noi: qui dobbiamo aspettare i momenti conclusivi perché venga chiarito l’arcano. Ignoro per quale motivo; ma per il resto il prodotto di genere thriller/giallo/azione — cosa che l’originale non era — è competentemente confezionato. Se Haggis continua così, sarà ufficiale che Nella valle di Elah è stato solo un felice incidente di percorso.

fast five Riassunto dallo scorso marzo

Fast & Furious 5 di Justin Lin

Circola voce sia il più esaltante della serie. A memoria non mi pare di aver mai visto neppure il primo, ma potrei sbagliarmi. Ad ogni modo, convengo con chi ne ha gioito, aggiungendo: questo è il miglior film d’azione da tempo immemore a questa parte, per quanto concerne idiozia, maschilismo e truzzaggine. Data l’irricevibilità di questi tre elementi, capirete che il mio pollice è verso. Ciò detto, sì: Gal Gadot non spiace neanche a me.

scream 4 Riassunto dallo scorso marzo

Scream 4 di Wes Craven

Mi ritrovo, un po’ scoraggiato, senza alcunché di buono da dirvi sul quarto capitolo di una saga da me molto stimata, anche nel sottovalutato terzo. Craven sembra aver finito le cartucce, e lo segnala già il prologo meta³ col quale parte: probabilmente son stato distratto, probabilmente — come suggerisce Stefano Selleri — quel prologo nei primi dieci minuti ci descrive «l’horror non come fuga dal reale, bensì come chiave di lettura del quotidiano». Anche fosse, la chiave di lettura horror proposta mi pare senza ispirazione, nonché francamente sciatta: abbiamo a che fare, dal punto di vista strettamente meccanico, con le sequenze di squartamento peggio dirette da Craven. Questa decostruzione svogliata sfocia in un bell’ultimo atto, purtroppo mal combaciante col resto; quest’ultima, comunque, non è una novità.

red riding hood Riassunto dallo scorso marzo

Cappuccetto rosso sangue di Catherine Hardwicke

La Hardwicke aveva potenziale, specie dopo il fortunato primo Twilight, la cui distanza dai successori è sempre più pronunciata, per sfornare il serpeggiante racconto di una Cappuccetto rosso ben dentro la sua adolescenza di donna, con tutte le sue belle pulsioni messe a bada dal villaggio e fatte ora sbocciare dal lupo. Si aggiunga la promessa di una sceneggiatura nelle mani di David Johnson, già fattosi notare in positivo per l’ottimo Orphan di Jaume Collet-Serra. Purtroppo la pellicola scivola fragorosamente e il giochetto d’indizi e voglie finisce per sembrare preso a forza dalla copertina di un romanzetto Harmony con licantropi.