treeoflife piano Malick, von Trier, Hitler

Uscito in 113 sale, che direi essere un buon numero per un prodotto di difficile fruizione, comunque la si voglia pensare, l’ultimo lavoro di Terrence Malick può ora essere liberamente analizzato. Per farlo a dovere ci vorrebbero probabilmente un’altra visione (ma questo lo dicon tutti: questo è un film troppo complicato per provare a darne un giudizio adesso!) nonché un’indagine filosofica per recuperare i cui strumenti mi sarebbero richiesti giorni dei quali non dispongo; e probabilmente, una volta recuperati, il film non mi piacerebbe affatto sembrandomi ancora più un casino. Intanto la mia reazione, per quel che è, è disponibile sulle pagine di Cine Zone, assieme alla mia professione di fede sul mistero Mel Gibson sotto forma di recensione di Mr. Beaver.

Dopo Cannes, possono fioccare le disquisizioni della più ampia platea, polarizzate come comprensibile attorno agli estremi di estasi e odio. Io devo fermarmi nel mezzo, nonostante freddamente dovrei propendere più per l’odio: dopo un finale del genere, che coniuga tutto il peggio dell’estetismo più a buon mercato con la genericità confortante e vuota di un paradiso che accoglie tutti indifferentemente (lo sciagurato Sean Penn — si trova in questo film per svogliata grazia, non ha nulla di nulla da fare ed è di certo una delle ragioni del mio potenziale astio — ha sofferto tutta una vita e ha detestato il babbo Brad Pitt, ma alla fine, sai com’è, lo perdona e assolve …perché tanto l’universo e la Storia, o Dio, sono più grandi di noi, suppongo), riesco a capire i fischi dei presenti a Cannes non meno di come riesco a capire Hitler nel suo bunker: penso di capirli come persone, non sono buoni ma capisco molto di loro e ne provo un po’ di pietà.

Per puro spirito di polemica, vi rimando a Elisa Battistini:

Al di là degli esiti davvero deludenti del film di Malick, vien da chiedersi che senso abbia la società della comunicazione se non riesce a distinguere un atto linguistico impulsivo e sciocco come quello di von Trier da un atto registico ponderato, inutilmente dispendioso e malefico come quello di Malick. E condanna il primo mentre plaude il secondo, magari con una bella Palma (speriamo di no). La differenza sostanziale è che, magari, Von Trier sarebbe uscito a cena con il [Führer] e si sarebbe pure divertito. Ma a Hitler non sarebbero piaciuti né Antichrist né Melancholia. Perché in entrambi i film c’è, al fondo, la convinzione che la natura sia il male di cui siamo vittime. E nessuna redenzione, nessuna, verrà a salvarci. E non c’è niente da ridere.

Von Trier sta realizzando opere cupe, deprimenti. Ma è, come Nietzsche (uno che dal nazismo fu solo strumentalizzato) un esploratore devastato dalla ricerca della verità. Malick, invece, la verità l’ha sempre trovata facilmente. Ma mai come in questo film. Dove, in un apologetico finale, tutti sono felici di comprendere la bella necessità dell’ingiustizia. Lasciateci soffrire, di fronte all’ingiusto. Di fronte alla morte, di fronte al dolore. Malick neppure la sofferenza, ci lascia. Ci condanna a morire e vuole pure che ne siamo felici. Se volete un film davvero profondo sul dolore e sull’impossibilità umana di comprenderlo, su Giobbe e sull’accettazione, si consiglia di rivedere senza sosta un film misterioso e profondo: A Serious Man dei fratelli Coen.

Per sapere se la Battistini stia esagerando dovrei far domanda per un programma di ricerca sui rapporti fra Nietzsche e Heidegger nel cinema dei due. Ma per pigrizia preferisco pensare ad altri film che a mio avviso, e anche piuttosto nettamente, come quello dei Coen hanno più da dire.