The Tree of Life, viva il cielo, ha riportato in vita un po’ di dibattito sul cinema. O più esattamente bisogna dire — e forse sono io ad esser stato distratto — che era da un po’ che gli animi non si scaldavano così tanto. La discussione, più che dal film, però, è stata generata dal pezzo di Elisa Battistini sul Fatto Quotidiano, nel quale la Battistini si lascia sfuggire che secondo lei è evidente il film abbia elementi …vagamente nazisti. Come pensavo, la Battistini ha esagerato, e la storia sul nazismo mi sembra avere poca presa oltre un estemporaneo collegamento con le dichiarazioni di Cannes 2011 del povero von Trier (lo so che per alcuni di voi è solo un imbroglione!). Si sa che, per necessario corollario dell’incontrovertibile legge di Godwin, il primo che propone un paragone col nazismo ha perso la discussione: la Battistini dunque non può difendersi, s’è sparata dritta al piede, ha fatto una mossa da sconsiderata. Pressata dalle critiche, oggi ha prodotto una vera e propria recensione.
Tuttavia, quanto è seguito al suo primo post mi sembra più dire di quanto poco si stia parlando del film piuttosto che di quanto la Battistini sia un’«incompetente» (su cinema, filosofia e tutto lo scibile, credo!), come buona parte degli indignati è subito corsa a concludere. (Per la cronaca, lasciando perdere questo episodio e guardando alla sua produzione storica: io penso che se ogni quotidiano italiano avesse un critico al suo pari, saremmo un passo verso la redenzione.) Perché del film, sapete, è difficile parlare: si dice sia troppo complicato, troppo profondo, non racchiudibile. Come dice tale John Trent nei commenti alla recensione nel blog di Francesco Chignola (entusiasta di un film «irrisolto, ma mai e poi mai irresoluto»), «al mondo c’è il cinema, e poi ci sono i film. “[The] Tree of Life” è cinema». Son parole pesanti.
Anzi, si argomenta a piacimento, non è neanche cinema: è oltre, è sinfonia, o forse poesia, o forse tarda filosofia continentale (gli americani che provano a far filosofia continentale generano sempre sconcerto), insomma cercare di metterlo a parole è riduttivo, bisogna sentirlo. Malick non è per tutti, Malick è molto più intelligente della Battistini, per questo non può esser compreso. Come la pensereste se qualche estimatore di un film che a voi non è piaciuto, per motivi che provate a spiegare, per quanto magari totalmente erronei, vi venisse a dire che è un capolavoro e portasse a proprio sostegno questi argomenti? Io, al minimo, non sarei granché convinto.
Prima o poi, c’è da averne fede, qualcuno verrà fuori con una qualche lettura interessante che tenti effettivamente di spiegare qualcosa. Non necessariamente tutto — il che è sempre impossibile, non solo per Malick — ma almeno qualcosa in maniera più o meno coerente. Perché finora predomina il dubbio, il non potersi cimentare con l’immensità (data per assodata: posizione intellettualmente equivalente a quella di chi considera The Tree of Life una truffa) di quest’opera: il dubbio è una gran cosa, sempre utile, a patto di vivere in persone in grado di darsi, alla fine, le giuste risposte. O quantomeno di capire che domande si stanno ponendo.
Dopo questo tergiversamento sterile sulla dicotomia domande/risposte, che ignora che ora bisogna solo consigliare di andare a vederlo e non si ha tempo di rifletterci più di tanto, torno a chiedervi, appunto: come riconciliare la supposta immensa complessità di questo film con l’orrenda vista di Sean Penn riunito all’umanità-tutta-cum-famiglia («Volemose bbene che ’r monno è ’na bbrutta bbestia!») su una spiaggia visibilmente tratta da uno spot Garnier? Non è una bassa provocazione: lo chiedo e vorrei un’onesta risposta.
[Illustrazione: «Garnier Tree of Memories. Print advertisement for Garnier and Leo Burnett»]


Devo dire che questo, insieme al pezzo «Sviluppo di personaggi o legami con lo spettatore» è stato di utilissima lettura per me dal punto di vista della comunicazione.
Nel secondo pezzo citato difendi un tuo amico sul contenuto delle sue recensioni abbiamo già più volte discusso e che tu hai sempre graziato (cosa che non avresti fatto se non fosse stato un tuo amico). E la cosa la capisco benissimo, gli amici si difendono anche quando scrivono pezzi irricevibili su The History boys o Shortbus (citati non a caso visto che incorrono nello stesso spiacevole errore del pezzo della Battistini che più che di cinema si occupa di ideologia — fondamentalmente è un’atea che esce incazzata dal cinema).
In questo pezzo poi, predi in giro Kekkoz e i suoi commentatori e po sfacciatamente metti un commento alla sua recensione del film di Malick sperando di richiamare pubblico al tuo pezzo usando il richiamo del suo blog. Fantastico.
Con una abilità da ricercatore — io farei lo stesso se scrivessi pezzi come i tuoi — se un film non ti piace sei pronto a scovare una recensione che lo stronchi con eleganza e bravura.
Siccome mi pare il tuo un approccio «americano», occorrerebbe in un buon pezzo sentire l’altra campana, senza prevenzioni. Mettere su una recensione positiva, confrontare le visioni di due critici.
Spaziare fa bene. Io cerco di farlo. In questo modo incappo nelle recensioni di film come Shortbus o The History boys e cerco di capire perché si possano scrivere certe cose. Poi conosco un po’ il critico e capisco perché il sesso lo disturbi.
Esattamente come la spiritualità di Malick ha disturbato gli atei duri e puri. Sconvolti (anche la Battistini) dalla potenza indubbia delle immagini, ma incattiviti col regista perché alla fine qualche dubbio nelle loro granitiche certezze lo ha insinuato.
Vivaddio si parla di cinema? Non credo. Si tratta di soliloqui tra chi ha amato il film, chi lo ha detestato e chi lo ha detestato ma fa finta di non farlo (e comunque alla fine non resiste e lo prende in giro).
Mi trovo travolto dalla veemenza, direi anzi dalla granitica certezza di questo tuo commento. Il quale però parte da presupposti che mi sembrano indifendibili:
1) Il post «Sviluppo di personaggi o legami con lo spettatore» non difende Niola (che è adulto e sa parlare per sé: la sua recensione non la cito neanche, mentre cito due commenti che parlano del film), semmai difende il film di Leigh;
2) Visto che ti sei fissato con questa idea assurda che io faccia in qualche modo comunella (credo tu abbia sognato di sana pianta mie difese alle sue stroncature di «The History Boys» e «Shortbus», due film tra l’altro che dovresti sapere essermi piaciuti) col povero Niola — che pregherei di manifestarsi per difendere il suo e il mio buon nome! — voglio attirare la tua attenzione al post «Riassunto dallo scorso marzo», dove lo cito (lui, non i commentatori) per dire che ha torto! E poi l’hai letta la recensione di «The Tree of Life» di Niola, quella in cui scrive che «Tree of life è un film altissimo che lavora dentro lo spettatore. Malick c’è riuscito ancora»? Dai, dalle una letta!
3) Credi io stia prendendo in giro Chignola e i suoi commentatori;
4) Credi io abbia detestato il film e non voglia ammetterlo;
5) Credi che il citare un post (di Chignola o di Niola che sia) altrui abbia lo scopo di guidare traffico al mio blog.
Quest’ultimo punto in particolare, a maggior ragione perché ci conosciamo anche di persona, non pensavo proprio di meritarmelo. Ma la vita è dura e nessuno ti regala niente! (O forse semplicemente, Francesco, non sai che WordPress fa i pingback in automatico.)
Visto che sono indifendibili, non li difenderò.
Sul punto 5 però vorrrei precisare, visto che temo dei essermi spiegato male. In realtà la mossa comunicativa cui mi riferivo era andare sul blog di kekkoz e commentare il suo post. Non lasciando un commento, ma posando un link al tuo post. Un po’ come se io andassi sul blog della Battistini e anziché commentare il suo post lasciassi solo il link a un pezzo che ho scritto su di lei. In questo modo userei il traffico de Il fatto quotidiano, superiore al mio, per catturare qualche lettore del Fatto e portarlo sul mio blog.
Probabilmente sono vecchia scuola e non so se tra i geek funziona invece diversamente. Ma ho sempre trovato strano quel comportamento di chi legge un post su un blog altrui e anziché lasciare un commento, come tutti gli altri lettori, lascia un link al proprio blog. Che altre ragioni avrebbe costui se non di indirizzare i lettori di quel blog popolare al suo blog?
Buona giornata.
Esattamente, non hai capito: io non ho postato nessun commento. Lo fa WordPress in automatico quando si cita un altro blog su piattaforma WordPress– Chiamasi «pingback».
Ah bene, grazie per la spiegazione. Il pingback raggiunge straordinariamente il suo scopo.
A livello personale trovo deprimente (per me) questo tuo atteggiamento: credevo fossimo arrivati a conoscerci un minimo, ma qui sembri parlare astiosamente con un totale estraneo, del quale non potresti avere meno considerazione. Mi dispiace molto, ma ripeto: la vita è dura.