anotheryear wight Sviluppo di personaggi o di legami con lo spettatore

In due commenti alla recensione di Gabriele Niola di Another Year su ScreenWeek, tale Settantaquattro tuona:

I temi trattati sono sicuramenti offuscati dalla bruttezza e dalla imbarazzante lentezza del film. Quando un’intera sala di un cinema passa la maggior parte del film a denigrare ogni singola scena, insofferente di dover ancora rimanere seduto sperando che finisca al più presto, forse il regista non è riuscito molto nel suo intento. […] Sarebbe un po[’] presuntuoso pensare che il problema sia lo spettatore.

Senta a me, Settantaquattro: sarà senz’altro presuntuoso, ma non bisogna mai sottovalutare la capacità degli spettatori di non capire cosa effettivamente stiano guardando. Non è affatto raro ci si faccia piacere o si detesti un film per i motivi sbagliati; ancor meglio, che conti più l’idea di cosa un film dovrebbe essere rispetto a ciò che è. Spessissimo è esattamente quello che succede. In un commento seguente, tale Alessandro continua:

Non per infierire, ma [… l]a sensazione diffusa era di una paziente e rispettosa “sopportazione” rispetto a quanto veniva proiettato ed una sottile delusione nei confronti di Mike Leigh…. ben altre erano le attese. Il film era stato presentato come una commedia malinconica ma pur sempre commedia, e questo probabilmente ha spinto quattro spettatori ad alzarsi e ad andare via a due terzi del film. […] [N]on è un film corale quando pretenderebbe o sembrerebbe esserlo; le relazioni tra i protagonisti e la famiglia sono puramente funzionali, di scopo, non legate alla costruzione o all[o] sviluppo di [p]ersonaggi o di legami con lo spettatore.

Funzionali, di scopo. Bingo! Come dimostrano gli orari di pubblicazione, la mia recensione del bellissimo film di Mike Leigh è stata scritta prima di leggere queste osservazioni, e cade a fagiuolo. Forse perché ricordavo le reazioni dello scorso giugno nel post-Cannes in mezzo agli — come li chiamerò da oggi in poi, indubbiamente con presunzione — «spettatori del volgo».

Sempre su Cine Zone, il peggior sito italiano di cinema, potete trovare altre mie inutili parole su ulteriori uscite recenti come Parto col folle, The Green Hornet e Il discorso del re. Su quest’ultimo, mi sono accorto rileggendo (la cosa sarebbe esilarante, se qualcuno me l’avesse fatta notare) che insieme a tutte le altre nomination agli Oscar non ho citato le più importanti: film e regia. Perché voglio sforzarmi di credere che nessuno voglia considerarlo, ovviamente; come saprete, purtroppo, c’è il serio rischio che i miei sforzi di ottimismo siano mal riposti.