svuotano menti uni In Italia si insiste

Oscar Giannino, qualche giorno fa, perplesso e con le idee chiare su riforma ed università:

Di fatto, gli studenti hanno fatto proprio e ripetuto il mantra del no ai tagli all’Università – spariti, ma che importa – e il no dei ricercatori all’idoneità entro tre anni o della massima protrazione di un altro triennio dei loro contratti, perché se a quel punto l’idoneità non si è ottenuta allora si va a casa. Come e perché gli studenti facciano causa comune con chi nell’Università insegna e chiede ancor più che in passato risorse da destinare solo a chi lavora negli Atenei, invece che destinate alla qualità dell’offerta formativa per chi l’Università la frequenta, questo per me è contraddizione e mistero.

[…]

Ma la destra sbaglia, se risponde tornate a casa a studiare. Una sana destra avrebbe dovuto esser presente dall’inizio e naturalmente, nelle università. Per mostrare che il primo avversario è il docente che prende tutto per sé, e il secondo il politico che se lo tiene amico e lo accontenta. Per scandire che i Paesi che spendono di più sono quelli che hanno le Università libere di pagare quanto vogliono, perché assumono i migliori che ti faranno guadagnare di più se riesci a laurearti con loro. Per chiedere più borse di studio per soli risultati ottenuti, e non per i numerini dell’ISEE che sono figli della truffa fiscale iperstatalista e nemica dell’individuo e dei suoi meriti, tipica del nostro Paese. È un particolare non secondario, per la politica italiana degli anni a venire.

Un commentatore, giustamente, osserva che la destra in esame non è in alcun dove in avvistamento. Più tardi, Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano, individua quello che da anni io — come tutte le persone che sanno — so essere il vero problema:

Nell’ultimo anno la rassegna stampa della Camera dei deputati ha catalogato soltanto 17 articoli di giornale che includono le parole chiave “didattica”, “studenti” e “università”. Il tema sembra appassionare poco anche gli economisti che, dai siti di discussione più liberisti come Chicago Blog al centrosinistra del Lavoce.info, dibattono sempre più di governance degli atenei e ricerca che di didattica, di come valutare gli atenei invece che gli studenti. Traduzione empirica: ha davvero senso stanziare risorse per borse di studio in base al merito se poi, perfino nella (relativamente) efficientissima Bocconi i voti agli esami li decidono spesso assistenti neolaureati che magari non hanno neppure seguito le lezioni in aula? E perché all’estero si usano da anni lavori di gruppo, valutazione in itinere (che contiene l’abbandono) e progetti individuali mentre in Italia si insiste con gli stessi esami orali o scritti impostati come trent’anni fa?