Alessandro Pezzella, ricercatore al dipartimento di chimica organica e biochimica presso l’Università Federico II di Napoli, pare convinto che le università esistano — o, peggio, debbano esistere — nel vuoto pneumatico:

Se un laureato del meridione di Italia non trova occupazione nel giro di pochi mesi è colpa del corso di laurea frequentato o della scarsa offerta di lavoro presente nel territorio? […] Oppure, in una terra da sempre afflitta dalla disoccupazione, non è maggiormente probabile che un giovane diplomato, pur non essendo pienamente motivato, si iscrive comunque all’Università per cercare di ottenere un titolo migliore e dopo un anno abbandona gli studi? E poi, in un tessuto sociale ricco e produttivo non è più facile per le Università ricevere finanziamenti da enti pubblici e fondazioni di vario tipo per i servizi agli studenti, migliorandone il rendimento?

Relativamente al punto b) bisogna poi ricordare che quasi tutti i fondi europei sono rivolti a temi di ricerca di carattere tecnico/scientifico (il VII programma quadro) e ciò avvantaggia maggiormente le Università a vocazione tecnologica come i Politecnici, penalizzando quelle “generaliste” e danneggiando irrimediabilmente quelle specialistiche a vocazione umanistica.

Da quanto detto emerge come i parametri utilizzati […] riflettano non solo dal [sic] comportamento più o meno virtuoso delle Università, ma anche il contesto socio-economico in cui esse operano. La conseguenza naturale della scelta di questi parametri è stata che Atenei che operano in società ricche e produttive hanno avuto maggiori finanziamenti, mentre quelle che operano in un contesto socio economico più debole sono state ulteriormente penalizzate.

Il che, sembra, è sconvolgente.