harrypotter deathlyhallows doubles Harry Potter, Scott Pilgrim e la serialità

Dopo averci spiegato (con una bella esclamazione da rivista di costume per signore milanesi timorate: «Bambini, astenersi!») che l’ultimo Harry Potter e i doni della morte – Parte I non è un film per bambini (invece, se fossi bambino, per quanto mi riguarda io lo vorrei decisamente vedere), Paolo Mereghetti ci spiega come funzionano gli Harry Potter al cinema, ed in particolare il più recente fra loro:

[P]erché il settimo episodio ha avuto bisogno di un «doppio programma»? La ragione va cercata — suppongo — nello straordinario successo della saga letteraria specialmente presso un pubblico di adolescenti, un pubblico cioè più analitico che sintetico, dispiaciuto se nella riduzione si perdono particolari o personaggi che si sono impressi nella loro fantasia.

Non a caso questo (ma gli adolescenti, lo sapete benissimo da soli, sono anche quelli che vanno all’università e magari vivono ancora da mamma e papà) è un pubblico che si appassiona molto volentieri alla serialità sui vari supporti, nei quali l’analitico predomina sul sintetico: romanzi, fumetti, videogiochi, serie televisive, etc. Il cinema, di contro, è un’arte nella quale predomina la sintesi, da un punto di vista prima narrativo e poi — conseguentemente — linguistico.

Non è affatto facile per molti accorgersi di questa differenza essenziale. Accade in particolare che stilemi televisivi vengano travasati al cinema per ricevere notevole successo commerciale, e — quel che più mi deprime, venendo da «quelli che dovrebbero capirne» — consenso presso la comunità critica di professionisti e non. Penso, in particolare allo Star Trek di J.J. Abrams, appunto un tizio che dalla tv viene e a quello standard produttivo si limita.

Francesco Chignola, ancora su Harry Potter, osserva però più in positivo:

Tra i Potter diretti da Yates, quindi, questo è decisamente il meno anonimo, e quindi in qualche modo è il più interessante. Ma per una ragione che potrebbe trovare più delusioni che entusiasmi nel pubblico, una motivazione legata strettamente a ciò che effettivamente accade in questo lasso di tempo: poco o niente. O meglio: gran parte del film è impiegata a risolvere questioni che attengono ai rapporti tra i tre protagonisti, intenti nel frattempo a spostarsi di nascondiglio in nascondiglio. Il senso è chiaro: risolvere issue [sic, my God] personali prima di tutto, per poi buttarsi a capofitto nel finale “vero” e nella battaglia definitiva con Voldemort. Ma la figura che ci fa questa prima parte è quella di una lunga, lunghissima premessa, piena di attese (talmente insistite da includere in una scena una sorta di autoparodia) che forse si poteva tagliuzzare qui e là e che, come fa notare giustamente Gabriele Niola, non si capisce come possa interessare una generazione (o più in generale una platea) che si autoproclama iperattiva e ipercinetica.

Il citato Niola osservava più in dettaglio:

Fermo restando che i fan della saga, cioè i fan che vengono dai libri, desiderano unicamente confrontare le proprie fantasie con quelle della Warner e ritrovare il piacere delle storie lette con in più il beneficio di immagini, poco importa di quale qualità, non ci si può non interrogare su quanto questo successo mondiale assicurato abbia quelle caratteristiche solitamente imputate al cinema «noioso».
Lento, dilatato, dotato di un’azione mal diretta e poco importante, ripiegato fino allo spasmo sull’intimismo dei personaggi, quest’ultimo Harry Potter farà uno sfacelo di soldi grazie a quella medesima fascia di pubblico che poi dice, e continuerà a dire, che i film di Takeshi Kitano sono noiosi.

O, più esattamente, quella fascia di pubblico che Kitano neanche sa chi sia. Per di più un Kitano non è affatto «lento, dilatato, dotato di un’azione mal diretta e poco importante»: è più che altro un film, cinema, non deve render conto di nient’altro. E se anche dovesse farlo, se ne infischierebbe. (E direi anche che l’azione, quando c’è, non è diretta affatto male.) I film e le fasce di pubblico, quindi, non sono per nulla uguali: il pubblico delle pellicole tratte dalla saga della Rowling, ad esempio, è solo parzialmente (direi: non molto) coincidente con quello dei film «iperattivi e ipercinetici» come può essere uno dei concorrenti del weekend di Potter (si fa per dire: uno è uscito in 500+ sale, l’altro in appena una settantina): Scott Pilgrim vs. the World, un film che per Chignola, sempre pronto ad entusiasmarsi per le ultime raccomandazioni, è addirittura “uno di quei film per i quali bisogna inventare nuove definizioni”.

È un pubblico molto più ampio, che comprende bambini, adolescenti e anche i più adulti, mentre Scott Pilgrim difficilmente appassionerà chi ha (molto) più di trent’anni. Se in Harry Potter si trova la serialità dei romanzi, in Scott Pilgrim si trova principalmente quella dei cartoni, dei videogiochi e delle serie: sembra qualcosa che potrebbe andare in onda su MTV in puntate da venti minuti. Entrambi attraggono un pubblico (anche se non lo stesso pubblico) che più che dal cinema è attratto dalla forma della serialità: che ci sia una catena commerciale di successo o meno (Harry Potter lo è, Scott Pilgrim è stato un mezzo fiasco), e che quindi ci siano più episodi o meno.

[Intanto, di nuovo dall’ultima volta su questo blog, su Cine Zone trovate le mie recensioni di Quella sera dorata di James Ivory, Mammuth di Gustave de Kervern e Benoît Delépine, Animal Kingdom di David Michôd, The Social Network di David Fincher, Noi credevamo di Mario Martone e, in linea con questo post, Scott Pilgrim vs. the World di Edgar Wright.]