Home is where I want to be
Pick me up and turn me round
I feel numb — born with a weak heart
I guess I must be having fun
The less we say about it the better
Make it up as we go along
Feet on the ground
Head in the sky
It’s O.K. I know nothing’s wrong … nothing

—Talking Heads, «This Must Be the Place»

wallstreetmoney douglas Wall Street   Il denaro non dorme mai di Oliver Stone

Se non fosse per un finale che sembra appiccicato come un post-it, a mal congiungere i diversi fili dell’intreccio, l’ultimo film di Oliver Stone sarebbe una curiosissima elaborazione del disastro finanziario dei tardi anni ’00. E, come film mainstream e forse purtroppo, non solo. Nel discorso di presentazione del suo libro «Is Greed Good?», Gordon Gekko (Michael Douglas) riassume in pochi minuti come l’avidità — dell’accumulazione immediata e facile, dei manager come del consumatore-tipo — abbia nutrito il meccanismo speculativo poi scoppiato nella più recente bolla: è un’efficacissima lezione nella quale è condensata la vera storia, che potete trovare diversamente ma ugualmente ben esposta qui, nella quale ancora l’evanescente si sostituisce al reale in economia.

Il film mostra il dipanarsi della crisi successiva al latte versato con una cupa concitazione: la negoziazione fra Bretton James (Josh Brolin, ancora con Stone dopo W.) e Louis Zabel (Frank Langella, visto per poco ma indelebile) ed il successivo suicidio di quest’ultimo in metropolitana, afferrati il New York Post ed un sacchetto di patatine, sono secchi ed implacabili. Intanto Jake Moore (Shia LaBeouf), giovane mosso da saldi principi ed una visione di politica energetica pulita e proiettata verso il futuro, si allea col vecchio Gekko che tenta di risalire la china. (A quanto dice, mettendo il mondo in guardia dai falsi idoli che un tempo lui stesso inseguiva; più in avanti, scopriremo, perché il lupo non perde il vizio.)

Nel momento in cui la vendetta di Jake contro Bretton James per il suicidio del capo e mentore Zabel si salda con le aspirazioni di riscalata sociale di Gekko, padre della fidanzata designata del ragazzo, Winnie (Carey Mulligan), Wall Street – Il denaro non dorme mai diventa però anche e soprattutto l’ennesimo film sulla famiglia ed i valori americani. Jake vuol costruirsela, mentre Gekko vorrebbe ricostruirsela: e, da parallelismo necessario, voglion farlo entrambi con la stessa persona, fidanzata/figlia. Ovviamente questo implica che entrambi siano costretti (?) a mentire: Jake tace il proprio coinvolgimento con il padre che Winnie detesta; Gekko muove le pedine costruendosi fiducia (da padre che torna ammettendo le sue colpe ma non senza fierezza, come nel dialogo fuori dalla cena pensata per farli riavvicinare) per poi non resistere al vecchio spirito da squalo. Non resiste neanche Jake, per il quale Gekko e la fidanzata servono anche a trovare i soldi per finanziare la futura bolla delle energie pulite.

Non è quindi un caso che il tutto si concluda con quel finale appiccicaticcio, da film delle feste, nel quale si ringrazia la propria buona fortuna per le capre ed i cavoli concessici dal Creatore; sui titoli di coda, la riunita famiglia felice festeggia il futuro piccolo Gekko, e le bolle continuano a vagare nell’aere come se i genitori/nonni stessero insegnando ai piccoli come soffiarne di più grandi nel grande Central Park. E non a caso l’accompagnamento è il vecchio pezzo dei Talking Heads, presente anche nel film dell’87, eletto qui a definitiva melodia naïf di chi vuole mantenere i piedi in terra e la testa per aria, in fondo divertito che non ci sia nulla di sbagliato. Che l’avidità sia buona o meno non ha importanza: l’unica cosa rilevante è che regge l’intero gioco, e non se ne sa fare a meno.