Antonio Dini su Il Post, in un esempio di quanto siano cattivi, senza storia e scemi questi americani, e servi provinciali noi italioti, ci descrive gli arcani segreti dietro al termine «font»:

Un bel giorno di venticinque-trent’anni fa, infatti, un signore di cui la storia non ci ha tramandato il nome, si è trovato di fronte un problema: doveva tradurre dall’inglese le stringhe di testo per la localizzazione di un nuovo sistema operativo. E doveva farlo di corsa perché doveva essere tutto pronto entro metà 1984. Si trattava del Macintosh, il nuovo computer creato da Apple, e bisognava tradurre in italiano una serie di termini alquanto bizzarri (“File”, “Edit”, “Copy”, “Paste” e soprattutto “Font”, i set di caratteri che erano contenuti dentro una “valigetta” digitale).
Già gli informatici americani avevano fatto una scelta riduzionista e deciso che il termine corretto era “font”, non typeface, e neanche l’alternativa “fount”, anch’essa molto usata nelle tipografie d’oltreoceano. Il nostro traduttore probabilmente ignorava buona parte di questa storia e comunque decise di non decidere: il termine non si prestava facile all’orecchio di chi non lavorasse immerso nel gergo dei tipografi americani, e quindi lasciò tutto così com’era. Font divenne così font. Dopotutto, anche computer è una parola che deriva dall’inglese, pur esistendo più di un equivalente in italiano.
Il nostro uomo scelse anche di risolvere nel modo più semplice il problema (da lui ignorato) del genere della parola. Font in inglese è neutro e l’italiano solitamente introduce nella lingua i termini neutri con il maschile.

Rimane da stabilire come mai si dica la privacy, la net economy o la password, come altri termini neutri (come d’altronde sono i sostantivi inglesi, vivadio) declinati al femminile. Forse perché quando diciamo «font» pensiamo «carattere» (maschile sia, allora), quando diciamo «privacy» pensiamo «riservatezza», quando diciamo «economy» pensiamo «economia», quando diciamo «password» pensiamo «parola d’ordine» (e femminile sia, allora). Quelli dell’Accademia della Crusca l’han spiegato meglio di me. In ogni caso, Wikipedia spiega molto bene che:

In typography, a typeface is a set of one or more fonts, in one or more sizes, designed with stylistic unity, each comprising a coordinated set of glyphs. […] The term typeface is frequently conflated with font; the two terms had more clearly differentiated meanings before the advent of desktop publishing. The distinction between font and typeface is that a font designates a specific member of a type family such as roman, boldface, or italic type, while typeface designates a consistent visual appearance or style which can be a «family» or related set of fonts.

Ora, dopo l’avvento del desktop publishing, per quanto riguarda il desktop publishing l’uso e le convenzioni terminologiche consentono l’uso del termine «font» (o «font face» o «font family») per intendere «typeface». Non è un complotto, non è richiesta ignoranza o servilismo, e non c’è bisogno di indignarsi. Basta saperlo.