Esempio di giornalismo permeato da spicciola sociologia massmediatica. Giovanna Grassi sul Corriere ci spiega, prendendo spunto da due recenti film (Easy A e Trust), quanto Internet sia cattiva:
Le accuse sono sempre più diffuse e a Hollywood circola anche una battuta spiritosa, che prende spunto dal grande successo di pubblico (oltre che di critica) che ha avuto nelle scorse settimane il film The Social Network: questi copioni sono riusciti «a conquistare tutti gli anti-social-media». Inutile dire che è il tema è sentito anche al di là del cinema. Una forte eco è stata generata per esempio dal suicidio del ragazzo che, ritrovatosi online in un amplesso gay, si è gettato da un ponte: sono in tragico aumento le storie di giovanissimi che si uccidono o entrano in terapia psicoanalitica a causa dei fatti e misfatti provocati dal web.
Il triste fatto di cronaca richiamato è questo. La colpa, ovviamente, viene addossata genericamente al «web» (leggi in pratica, nel 2010, «la società»), non ai due responsabili. Giorni fa, Matteo Bordone elucubrava su questioni simili, in relazione ad altri tristi recenti fatti di cronaca italiani.

target di riferimento: over 60 lettori del Corriere, digiuni di Internet. Di solito questi pezzulli sono scritti da chi non naviga tutti i giorni. O meglio, naviga sì, ma non chatta, non ha idea del mondo delle chat. A queste persone consiglierei «Troie» (Slut) di Dennis Cooper, una realistica novel sul mondo della chat.
Si ha necessità di dare la «colpa» alla società perché il mondo commerciale capitalistico lavora sui gruppi non sull’individuo.
A TUTTI piace la Nutella, TUTTI amiamo l’i-phone, come facevamo prima di Kinder bueno?
Lavorare con l’individualitò è pericolosissimo per le aziende, ma anche per i goversi.
«kentus concas, kentus berrittas» recita un detto sardo. «cento teste, cento cappelli».
Occorre che di testa ce ne sia una sola, che ami il cioccolato, i bambini e gli animali.
Non siamo affascinanti, interessanti, come individui, ma in quanto appartenenti a un gruppo: i cinebloggers, i fighetti, gli intellettuali di sinistra, i conservatori liberali, i 30 something, i ggiovani, i geek, i nerd, quelli per NYC, e quelli per Parigi.
Siamo ansiosi di appartenere a un gruppo, la solitudine non ci piace, bariamo sulle nostre preferenze per non essere esclusi. Se le proclamiamo siamo snob, asociali.
I giornali che devono vendere notizie a un target appetito dai pubblicitari non possono permettersi di trattare le individualità, devono trattare il gruppo. Vendibile, smerciabile, fatturabile.
Noi italiani siamo fatti così, siamo tombeur des femmes (Silvio Berlusconi). Ma anche no.