Nella discussione (molto breve: non sarebbe stato male un bel saggio che si prestasse meno a facili risposte) impostata da Goffredo Fofi su L’Unità circa il «fallimento» del DAMS, mi interessa poco la parte relativa alla non-spendibilità lavorativa dei corsi di laurea: dopotutto, ribadire la stretta inutilità dei corsi umanistici nel mercato del lavoro non illumina nessuno. Trovo più pungente il commento conclusivo:

Ma c’è un secondo aspetto della questione: che tipo di cultura hanno diffuso e prodotto i Dams?
Lo confesso: ho una forte idiosincrasia nei confronti dei laureati dai Dams, e occupandomi di cultura e spettacolo sono stato obbligato a conoscerne tanti. Faccio un esempio: al festival di Venezia il pubblico dominante sono loro, e ridono quando c’è da piangere e viceversa, battono le mani quando c’è da fischiare e viceversa. Schiavi delle ultime mode, hanno gusti “barbarici” che non vanno oltre la superficie del vistoso e del finto-nuovo. Una sottocultura imbarazzante e deprimente, di cui ritengo sia responsabile un ceto pedagogico che ha semplicemente sostituito alle pedanteria dei vecchi professori di estetica una involuta ma “artistica” allegria cresciuta su se stessa, figlia di quei teorici dei Settanta che esaltavano il nuovo e si avvoltolavano fuori sincrono nelle proprie chiacchiere. Un copiacciaticcio imbarazzante che riscosse il massimo successo sulle pagine dei giornali letti dagli intellettualini ahimé “di sinistra”. Ahiloro, le mode passano, e il nuovo si fa vecchio in un lampo, e i guru di allora sembrano dei personaggi preistorici. D’accordo, il mondo ha girato in un’altra direzione, ma se il mondo li ha fregati loro hanno dato un bel contributo a fregare (senza sforzo) tanti altri. Su questo, nessun’autocritica mai, nessun ripensamento, nessun convegno che prenda di petto le cose e rifletta su ieri oggi domani, nessun libro-inchiesta dei tanti giornalisti che saltano su tutto. Ci si dovrebbe guardare in faccia, e non sarebbe una bella vista.

Non sullo stesso argomento, ma a suffragare l’inutilità intellettuale di un simile progetto, mi è balzato subito in mente un consiglio di David Bordwell, uno dei pochi a prender di petto le cose contro l’involuzione delle «chiacchiere» in ambiente cinematografico-universitario:

Lo scorso anno all’Ebertfest ho moderato una tavola rotonda composta da circa una dozzina di critici. Uno studente del pubblico disse di voler diventare anche lui un critico cinematografico. Anziché consigliargli di impiegare i suoi sforzi in qualcosa di più remunerativo, come vendere articoli di elettronica rubati, i partecipanti lo incoraggiarono. Questa forma di altruismo, nella quale si aiuta qualcuno a diventare proprio concorrente, è paurosamente comune nelle arti.

Un moderatore non può parlar molto, per cui non ho potuto rispondere. Quel che avrei voluto dire è: lascia perdere l’idea di diventare un critico cinematografico. Diventa un intellettuale, una persona per la quale contano le idee. Leggi di storia, scienza, politica e arte in generale. Sviluppa le tue idee e vedi che scintilla generano in rapporto al cinema.

All’università e nella vita studia tutto, insomma, ma non pensare che basti studiar cinema nei luoghi deputati per capirci davvero qualcosa.