In alto: Vittoria Puccini si strugge guardando nel vuoto che si apre davanti al suo computer, mentre un avvolgente carrello di quel birbone di Gabriele Muccino si premura di riprendere per bene la scritta «Gabetti» che campeggia sul desktop, prima di farci vedere frontalmente colei che ha sostituito Giovanna Mezzogiorno nel ruolo di Giulia in Baciami ancora, seguito de L’ultimo bacio. È solo uno dei ripetuti casi di finanziamento con spot che si ripetono lungo il film, nel quale potete venire a conoscenza di alcune informazioni essenziali, ad esempio sulle agenzie immobiliari frequentate dalla borghesia capitolina o sugli yogurt con fermenti speciali da essa stessa ingurgitati. Fortunatamente nel momento in esame, parte di un montaggio ad episodi (ce ne son tanti, con tanta bella musica), la Puccini non può né parlare né ansimare né urlare né correre nell’euforia (possibilmente, sotto una pioggia battente) come fanno un po’ tutti nel resto della metratura. Soprattutto, ecco, ansimare: saprete benissimo che nei film di Muccino si ansima sempre per darsi un tono, cosa nella quale il fratello Silvio non ha eguali.
Il titolo in esame è stato il mio recupero della serata casalinga da medio-ventenne momentaneamente a casa con babbo e mammà appena trascorsa: ho assecondato la mamma, che non voleva vedere «Ballarò» col babbo, e ho visto con lei questo polpettone che le è piaciuto molto, essendo indistinguibile dalla buona fiction che guarda sempre in tv. Potevano saltar fuori da un momento all’altro Manuela Arcuri e Gabriel Garko. Per quanto mi riguarda, questa è spazzatura alquanto maleodorante, se non fosse che riesce ad essere molto spassosa a tratti, a volte persino volontariamente: pensate a Giorgio Pasotti con per acconciatura un putrido sorcio arancione in testa, che ha generato in me ad ogni apparizione e battuta a lui rivolta il necessario pensiero «Tagliateli» (spasso non volontario); o il povero Pierfrancesco Favino, che incarna il perfetto esempio del mammone fascista non cresciuto (spasso volontario). (Vota Fini, ci rassicurano lui e gli altri; ma non diciamo idiozie, ché lui vota sicuramente La Destra.) Favino apprende il tradimento della moglie, e la vuol subito ammazzare: ma il tutto avviene rendendocelo simpatico, con una spassosa vignettina comica nella quale viene preso dagli amici come un buon ubriaco da salvare. D’altronde lui sarà pure fascista (lo siamo tutti, no? Che sarà mai…), ma è pure tanto umano. Ah, c’è di mezzo comunque una pistola, che un Claudio Santamaria come al suo solito esagitato (ma tanto qua lo son tutti) porterà fino al culmine della tragedia. Perché un bel lutto, dopo qualche corsetta sotto la pioggia battente, è la morte sua.
Suppongo ci sia un modo molto semplice per difendere questo lavoro mucciniano. Ecco qui Paolo D’Agostini su Repubblica:
[Un film] non cambia il mondo ma può dare grandi emozioni, e allora non bisogna mai perdere la disponibilità a emozionarsi. Qui si parla di Gabriele Muccino e del suo Baciami ancora. Di un regista che fa larghissimo appello, altrove e anche in questo film, alla forza dei sentimenti e delle emozioni. E fa bene, se questa è la sua vocazione. Anzi: è ammirevole il suo lanciarsi senza paracadute, il suo esporsi senza pudore, il suo sfidare anche il ridicolo. Così si fa, se si vuole prendere di petto i sentimenti, che fanno battere il cuore ma sono anche ridicoli. […] Muccino è un po’ così: non racconterà Grandi Cose ma le ovvietà che racconta le sa raccontare.
Già: le emozioni e le ovvietà. Chiaramente mi risulta ben difficile invidiare D’Agostini, che a quanto pare si è emozionato («grandi emozioni», addirittura). (Come al solito, non v’è traccia di motivazioni. La motivazione si rintraccerà forse nel fatto che D’Agostini chiama il regista «Gabriele»? Un caro amico.) Insomma, mi sento di riassumere: siamo tutti fascisti, ansimiamo molto, e in fondo siamo tutti molto buoni. La prossima volta però voglio anche la Arcuri e Garko.

