Michael Clayton, non tra le nuvole
Stasera ho rivisto, doppiato (felice di dire, per una volta, che questo è uno di quei doppiaggi che è un piacere ascoltare, nonostante qualche scelta affrettata di adattamento), Michael Clayton di Tony Gilroy. È un film ordinatissimo e scarno che soffre però, come del tutto usuale con gli americani, della necessità di chiudere il cerchio narrativo (qualcuno direbbe che è anche la sua forza) e di farlo in una certa direzione: il protagonista del titolo alla fine trova redenzione e — facendosi beffe di tutti gli intrighi visti finora, il che significa che Gilroy (anche sceneggiatore) ha giocato un po’ sporco — fa un bel discorsetto ad una spaurita Tilda Swinton. Le cose sono sistemate, insomma: la giustizia trionfa. Come a chieder scusa di questa netta risoluzione, saprete tutti a questo punto, il film termina con un lungo primo piano di Clooney pensoso in taxi, che si dirige verso un luogo e futuro incerto. Finale aperto, sembrerebbe: oppure solo una bella idea per chiudere. E come sarebbe stato se, invece e per chiudere in maniera diversa, avessero infine vinto i cattivi? Avreste gradito di più se Clooney, il suo silenzio comprato indirettamente per soli 80.000 $ e una garanzia di tre anni, se ne fosse tornato alla sua vita di spazzino del crimine bianco? La mia risposta è sì: avrei gradito di più. (I tre cavalli del prologo seguito da flashback con reprise li avrei anche esclusi dai giochi, ma ultimamente i cavalli sembrano spuntare come funghi a simbolizzare una presa di coscienza: l’ingiustamente lodatissimo Fish Tank dell’inglese Andrea Arnold, ad esempio, ha copiato spudoratamente la trovata del cavallo imprigionato dal bel Garage di Leonard Abrahamson, ma nessuno se n’è accorto.)
Eppure riguardare Clayton mi ha fatto riflettere. La prima volta che l’ho visto, ovviamente, non avevo ancora visto Tra le nuvole; e nel film di Reitman, in un ruolo niente affatto lontano, Clooney se ne torna da bravo a fare «lo spazzino» (qui pulisce i problemi legali di grandi aziende, lì elimina i dipendenti sgraditi licenziandoli). Reitman e Sheldon Turner, quanto a scrittura, hanno più coraggio: in un film incentrato sull’assenza di una vita di affetti e sull’uso delle vite altrui come incolore materia prima per la propria (i paralleli sono forti), non ci impongono un ritorno sulla retta via — pur solleticandolo tramite i personaggi interpretati da Anna Kendrick (prototipo della brava ragazza di provincia tutta famiglia e lavoro) e Vera Farmiga (possibile partito per mettere finalmente la testa a posto) — ma mettono il loro protagonista Ryan Bingham di fronte alla realtà di ciò che è stato finora. La realtà, cosa che non si addice alle risoluzioni con redenzione care al cinema, è dannatamente difficile da cambiare.
È per questo che il vero personaggio che conservo di questo film è Arthur Edens (Tom Wilkinson, come al solito superbo). Credo sia perfettamente possibile trascorrere l’interezza della propria vita convincendosi che il lavoro sporco che ci si è scelti sia in fondo sopportabile, che sia facile distogliere lo sguardo dalle sofferenze inflitte sulla carne della gente difendendo i carnefici. Vuoi che per proteggere il benessere costruito con la propria carriera di avvocato, non si possa chiudere un occhio su un po’ d’acqua cancerogena? D’altronde il mondo non è immacolato: tutto l’inquinamento in giro non viene dal nulla, anzi fa bene all’economia, tutti i soldi generati non emanano dall’aere, qualcuno il lavoro infame deve farlo. Credo anche sia possibile arrivare ad un punto in cui se ne ha abbastanza: basta poco, ad esempio innamorarsi di una ragazza appartenente ad una delle tante famiglie che bevono l’acqua cancerogena che tu sostieni per voce dei tuoi clienti non esserlo. Arthur quindi impazzisce, si denuda come si conviene ai convertiti che rinunciano a tutti i propri averi e abbraccia l’Amore. Ma, dato che si è nel mondo reale, lo fanno fuori.




