È finalmente arrivato il giorno italiano di Avatar. In tutti i cinema, a ogni dimensione. Il Vostro Affezionatissimo ci tiene a darvi una sua opinione informata avendolo visto due volte: la prima — della quale vi ho già reso conto — in condizioni bidimensionali precarie (rivelatesi, come avevo intuito, alquanto affidabili) dodici giorni fa, la seconda in cullanti e pressoché ideali condizioni tridimensionali lo scorso mercoledì 13. Il risultato è la mia puntuale, inutile recensione su Cine Zone, dove trovate anche quelle ben più interessanti dei miei colleghi. Sulle pagine del peggior sito italiano di cinema c’è poi da svariato tempo anche un mio recupero home video di gran pregio, The Sky Crawlers di Mamoru Oshii, uscito da noi direttamente in dvd lo scorso 30 dicembre.

Su A single man, incredibile come tu e Luca Pacilio abbiate visto due film completamente diversi, cosa interessante.
Sei oltretutto riuscito a non dire che si parla di un uomo che ha appena perso il suo compagno, cosa fondante. Perchè non è un film sulla perdita di un amore (come ci dicono i venditori della pellicola, che devono incassare), è proprio quello sulla perdita di un compagno da parte di un altro uomo.
Onestamente non ho compreso l’accusa di grevità.
Naturalmente non sono d’accordo con l’aspetto «pedestre» dell’uso del colore, ma questa è, credo, proprio una questione estetica, come l’abbinamento delle calze al maglione. C’è chi ci bada, chi se ne frega. Sono due mondi diversi.
Scrive Pacilio:
«Ford trasporta il suo sguardo e il suo immaginario sullo schermo, applica i canoni figurativi che conosce, usa gli attori come modelli, li veste per la sua messinscena (accessori compresi: si guardino occhiali, orecchini, cravatte: tutto il cast, comparse comprese, non ha un tono fuori posto), mettendoli letteralmente in posa, li divinizza (la Moore diventa una sorta di sacerdotessa-icona), fa del romanzo di partenza una base sulla quale erigere il proprio mondo, la propria idea di bellezza: i dettagli del corpo del tennista (mentre si parla della Russia – siamo nella fase cruciale della crisi Cuba-Stati Uniti –) si impongono come frammenti di immagini mentali, sono ombre di un desiderio a lungo narcotizzato; un flashback in bianco e nero che sembra uscito da un servizio fotografico di Herb Ritts ci parla di Jim come di un passato mitizzato col quale si fatica a chiudere; l’incontro casuale col ragazzo spagnolo (che ha l’apparenza, il portamento e l’atteggiamento di un modello, che si muove consapevole della macchina da presa che lo riprende) è uno spot sulla bellezza, in cui la sessualità non c’entra, c’entra la rinnovata coscienza del professore di poter godere della visione di qualcosa che trova bello – per questo episodio il regista non ha alcun timore a sfoderare uno spudorato cielo rosa -.
Pazienza se non ti è piaciuto; come diceva una mia zia, c’è più carne per noi. ^^
Per rifarti potrei consigliarti di leggere il romanzo di Isherwood, che è un piccolo capolavoro. Il soggetto è sempre quello, però.
souffle: Vedo che sei attento, ancor prima che io posti sul blog. Ovviamente mi fa piacere. Sì, avevo già letto il pezzo di Pacilio, solo dopo aver scritto il mio, e notavo appunto che diamo giudizi che non vanno proprio d’accordo. Però direi — sai che son pedante — che sono i giudizi a non collimare, non che «abbia[mo] visto due film completamente diversi»: credo che la sequenza della «vestizione mattutina», i «cambi di colore» e i «ralenti grotteschi» li abbiamo visti entrambi, solo che Pacilio trova addirittura che «lasci[ino] stupefatti», mentre io mi sono meravigliato molto meno avendo visto combinazioni (a volte migliori) di cose del genere più di una volta. Credo poi di non aver scritto che questo sia semplicemente «un film sulla perdita di un amore»: che il film «parl[i] di un uomo che ha appena perso il suo compagno» è esplicitato nella trama posta sopra la recensione. Non è il massimo, ma a volte colpevolmente ometto di affrontare esplicitamente la sinossi. Però vedo che hai il sospetto che sia «il soggetto» che mi abbia spinto ad omettere — posso spingermi oltre? — il termine «gay» dal pezzo: peccando di immodestia pensavo di non meritarmelo, un sospetto simile.
No, figurati, nessun sospetto, il sospetto presupporrebbe un accenno di malafede da parte tua che non penso minimamente. La mia era semplicemente una constatazione.
La cosa però più interessante per me è sapere già in anticipo a quali blogger sarebbe piaciuto il film e quali lo avrebbero detestato o non lo avrebbero trovato riuscito e trovarne conferma.
Il che mi consola. Perchè non solo io sono «prevedibile».
souffle: Be’, la «prevedibilità» in sé è anche una buona cosa, sia nel bene che nel male, se vuol dire rimaner fedeli ad un proprio modo di concepire le cose. La malafede, ovviamente, è cosa diversa. Quindi in questo caso sapevi già che non mi avrebbe entusiasmato? (Preciso che non l’ho detestato, neanche un po’; e devo dire di averlo anche trovato «riuscito», sebbene coi suoi limiti.) E, se sì e se posso chiedere, da cosa lo sapevi?
beh, lo avevo percepito dal tempo del dialogo sulle frasi del critico di Repubblica che parlò di «cinema degli scenografi e dei costumisti». Io ero piuttosto indignato per il modo razzista sotteso, tu meno critico.
E allo stesso modo, non mi sorprende che, ad altri blogger non sia piaciuto, come sono pronto a scommettere che non gli piacerà «I love you Philip Morris».
Alcuni però sono in malafede. Alcuni hanno parlato di «grande delusione». Ora, uno rimane deluso se aveva delle buone aspettative sul film, cioè si aspettava un ottimo prodotto ed è rimasto deluso.
Di solito funziona così.
Se invece parli di delusione quando sei andato al cinema già convinto che il film non ti piacerà — perchè un certo tipo di film non ti piacciono nè ti sono mai piaciuti — a mio parere sei in malafede. Oppure hai semplicemente sbagliato vocabolo e in questo caso la recensione perde di qualche credibilità, oltretutto quando uno si aspetta un atteggiamento oggettivo professionale.
Non mi interessa costruire «pregiudizi» nei confronti dei critici, però mi piace segnalare che su certi film, su certi soggetti c’è una grande difficoltà di giudizio sereno.
Così come si prende in giro la critica dei quotidianisti (Aspesi, Tornabuoni, ecc.), poco attenta alle novità (cinema orientale e compagnia), così mi piace scherzare anche sulle difficoltà della critica più giovane nell’affrontare un cinema diverso e lontano da immaginari propri. E mi piace scherzare sul fatto che so già dal principio, ad esempio, che se esce un Almodovar ci saranno quelle 3 o 4 persone cui — in ogni caso, a prescindere dal valore oggettivo del film — non piacerà.
(come io potrei pormi di fronte a un Allen recente).
E come so che I love You Philip Morris di sicuro non piacerà a quelle solite 3 o 4 persone, a prescindere dal valore della pellicola.
Ovviamente anche io mi inserisco nel gruppo da prendere in giro, avendo difficoltà con certo cinema che è lontano dal mio immaginario e che faccio fatica e comprendere (tutto il cinema geek, nerd ecc.). Ma cerco di comprenderlo.
Buona giornata
souffle: Chiaro. Però non possiamo gettar tutto in un calderone: per me dire che la critica di D’Agostini era «razzista» perché pensava solo che questo era un «cinema degli scenografi e dei costumisti» non ha senso. A me quella sembra al massimo una constatazione (perché, vuoi forse venirmi a dire che questo non è in maniera determinante un film «degli scenografi e dei costumisti»?), che poi può essere giusta o sbagliata, come potrebbe esserlo — che ne so — per «Nine» (che pure lo è). Fare una critica preventiva su queste basi mi sembra inutile, e infatti sul punto aspettavo di vedere il film. Il «razzismo», per come la vedo io e se «razzismo» c’era, era in altro. Però qua è il caso davvero di stare attenti: io vado al cinema sempre pieno, pienissimo di pregiudizi — se preferisci, chiamiamole «certezze visive», perché ho anche «pregiudizi» estetici, grazie al cielo. Mi premuro sempre di conoscere quanto andrò a vedere, di conoscere la filmografia del regista e quant’altro, nonché di formarmi un’idea mia ed un gusto mio (vorrei ben vedere, che diamine): se non avessi pregiudizi, o semplicemente idee, non sarei in grado di giudicar nulla. A volte (la maggior parte) scopro di aver ragione; a volte (non così poche volte) toppo la previsione. La premessa, chiaramente, è che bisogna tenere occhi e orecchie aperti, altrimenti smontiamo la baracca e tutti a casa. Se un certo autore o «un certo tipo di film» non mi sono mai piaciuti, mi premuro di argomentare il perché e ho la presunzione di aver dei buoni motivi; mi premuro anche di non sbagliare i vocaboli e non dire colossali cavolate, in ogni caso. Poi, utilizzando verso di te questi tuoi argomenti, senza grosso sforzo: non si poteva forse subodorare con largo anticipo che a te questo film sarebbe piaciuto (e ripeto che a me non è dispiaciuto)? Non si può già subodorare a priori che ti piacerà «I Love You Phillip Morris»? Però, mi chiedo, di cosa stiamo parlando? Se si deve criticare qualcuno, bisognerà pur farlo criticando quello che scrive, dice e fa: se andiamo oltre entriamo in procellosi processi alle intenzioni. Ricorderei sempre che una cosa è il giudizio su un film, un’altra è il «non capire» un film: io «A Single Man» (il film) ho la presunzione di averlo capito.
@ Alberto Di Felice:
Giusto. Se parlare di «film di scenografi e costumisti» viene usato in modo offensivo, e sminuente, come lo ha usato D’Agostini a me non sembra un gran complimento.
Se lo si usa come lo si potrebbe usare per Visconti, allora forse sì.
Che a te il film non ti sia dispiaciuto, come dici, non mi era parso, leggendoti. Forse dal finale del pezzo, non dalle due stellette che gli hai dato (che di solito appioppi a film che giudichi negativamente) nè dall’esordio con quel «greve».
La differenza tra me e altri è che a me a volte «quel genere di film» non piacciono (avevo detestato In & Out ad esempio), mentre ai Farinotti in circolazione, certe pellicole non piaceranno mai, dico: mai. Certo, ovvio, sempre per quastioni puramente «cinematografiche».
Ma mi sia consentito un legittimo sospetto.
Non è meglio dire, come fai tu, che si ha un proprio gusto e una propria visione (e direi anche: un proprio background) che è alla base del fatto che a te il film sia spiaciuto e abbia trovato pedestri molte scene, e a Pacilio, Billi, Sangiorgio, Favara, Baratti, nonchè anche a Baroncini (l’amante dei blockbuster) sia piaciuto?
Così come non avevo dubbi che a Sentieri selvaggi, che non è mai stato generoso nei confronti del cinema «a tema» il film non sarebbe piaciuto.
Così come so che qualunque film di Van Sant a Cabona del Giornale non solo non piace, ma gli fornisce l’occasione di una battutina. E mai che mi deluda quel signore.
Ok, probabilmente di me si sa facilmente quali film possono piacermi, ma lo stesso non si può dire di un gparker?
Eppure lui gode del tuo apprezzamento e delle tue giustificazioni a certe enormità che scrive. Con l’aggravante che io non sono un critico lui sì. Non sarà che c’è un gusto simile?
Come dice il mio amico Alessandro, tutta la critica alla fine si riduce a una questione di gusto che sono legati anche a un vissuto musicale, iconografico, letterario diverso per ognuno di noi.
E questo ci porta ad apprezzare alcune cose e non apprezzarne altre.
Io la metterei così per chiudere in amicizia. Entrambi abbiamo «capito» il film. Io mi sono gustato il pasto, tu un po’ meno. :)
souffle: Preciso che due stelline per me sono la sufficienza: un 6 o anche un 6 e mezzo, da che mondo è mondo. Come Baroncini, per intenderci, il quale osserva che il film appare «idealizzato e piuttosto stereotipato […] A farsi strada è via via un senso di distacco che trova il suo apice nella chiusa melodrammatica e un po’ forzata, dove alle lacrime, pungolate, sopravviene una certa indifferenza».
Poi no, guarda: io con gparker mi sono spesso scannato. Se pensi che io e lui abbiamo gusti così simili credo tu abbia prestato poca attenzione: se gli vai a raccontare che abbiamo gusti uguali credo scoppierebbe a riderti in faccia. Quindi, ti ripeto: io parlo e posso solo parlare per me, e vorrei mi fossero imputate le mie colpe.
E ti invito a stare attento alla questione del gusto, perché partendo dalla ovvietà che tutti ci muoviamo da un nostro «background» si fa presto a dire che «tutto è relativo», perché tanto tutto «alla fine si riduce a una questione di gusto»: tutto è relativo, sì, ma solo in una certa misura. A meno di non esser dei deterministi. Se contasse solo ed esclusivamente il gusto non ci sarebbero basi di argomentazione e discussione, e — di nuovo — tanto varrebbe smontar la baracca e andarcene tutti a casa nostra, no?
No, la critica è «difesa del gusto».
Nessuno potrebbe obiettare che un piatto di baccalà alla vicentina sia delizioso.
Ma come la mettiamo se uno odia il pesce. Se il pesce lo fa vomitare?
Se questa persona assaggia il baccalà alla vicentina, preparato a regola d’arte, con materiale freschissimo e con precisione ed esattezza, potrà costui dire: che delizia per il palato? Assolutamente no. Lo sbocco lo prenderà alla gola e riuscirà solo a dire: che schifo.
La stessa cosa accade al cinema.
Ci sono film impeccabili, che oggettivamente possiamo definire girati correttamente, però… proprio non ci prendono.
E altri film che sono girati in modo sufficiente se non mediocre, ma che hanno detto qualcosa di noi (sì, anche io ho visssuto quella cosa con le ragazze, anche io ascoltavo quella musica, anche io a 17 anni avevo la tipa che non me la dava) ed ecco che ci sembrano meravigliosi e siamo disposti a perdonargli tutto.
Nella crtitica letteraria è lo stesso. Perchè Pascoli no e Carducci sì?
Perchè MacCarthy sì e Vidal no?
Perchè tutti leggono La breve favolosa vita di Oscar Wao e nessuno ha letto Un uomo solo di Isherwood? O Myra Breckinridge di Vidal, capolavoro della letteratura. O Duluth.
Eppure oggettivamente trattasi di capolavori letterari.
Sì, il gusto e il nostro vissuto c’entrano assai.
Perchè a 14 anni c’è chi preferisce disegnare e chi giocare con le macchinine? Chi ama la pallavolo e chi sbava per il calcio?
Oggettivamente sono due sport egualmente ottimi, ma si è interessati a uno, snobbando l’altro.
La nostra educazione, le nostre inclinazioni, il nostro ambiente familiare, l’educazione che abbiamo ricevuto e gli stimoli avuti, il nostro carattere, condizionano in modo irreversibile quelli che saranno i nostri gusti e i film, i libri, la musica che amiamo incontrare.
Chi ha vissuto l’ambiente familiare come soffocante sarà attratto da tutte quelle storie che parlano di famiglie destrutturare e complicate.
Perchè una persona adora il poliziesco francese e un’altra le commedie adeolescenziali?
Perchè una persona ha difficoltà con il sesso e un’altra è disinibita?
Perchè uno ama il gelato al cioccolato e un’altro quello alla vaniglia?
Eppure sono realizzati entrambi in modo perfetto.
Ma chi odia la vaniglia, per quanto essa sia perfettamente realizzata, troverà sempre una scusa per denigrarla, o semplicemente per non sceglierla dal gelataio.
Possiamo imparare la tecnica, che ci serve per giustificare le nostre scelte. Ma sotto sotto compare il gusto, cui non riusciamo a sfuggire.
E che ci ricorda, in un mondo pieno di libri, film, dischi, le cose per cui vogliamo spendere del tempo.
souffle: (Innanzitutto grazie di aver rinvigorito questo blog. Chissà che fine farà, visto come è messo.) Io, però, se mi si leggesse, non ho scritto che «il gusto e il nostro vissuto [non] c’entrano assai». Non l’ho proprio scritto, né pensato, neanche un po’. Non userei la metafora culinaria, ma vabbe’ (se il pesce mi fa vomitare, in ogni caso, te lo dico: se non lo faccio sono in malafede. Spero, di nuovo, tu non creda io sia in malafede). C’è secondo me il problema che tu dai come postulato che «A Single Man» sia «realizzat[o] in modo perfetto», e che non mi abbia entusiasmato perché da bambino guardavo — che ne so — «Ken il guerriero». La prima convinzione non è assodata da nessuno, né in realtà ha stretto senso: «perfetto» in che senso? Di film «girati correttamente», tra l’altro, è pieno il mondo. La seconda cade nel momento in cui io guardavo «Lady Oscar». Detto ciò, più in generale, rimane da stabilire cosa dobbiamo fare una volta che diamo per scontato che «il gusto e il nostro vissuto c’entrano assai» (io, ad esempio, lo do per scontato, non potrei scrivere se non lo sapessi e non tentassi di capire da cosa e come ricavo piacere): messa così, capisci bene che l’affermazione è equivalente a un «tutto è relativo», perché col gusto non si discute, né ha grosso senso far riferimento alla «perfezione», potendo il gusto legittimamente cadere anche sull’imperfetto. Quindi un qualunque pirla può venire da te e dirti che «A Single Man» piace solo ai «froci». Non mi sembra il modo migliore per impostare la questione. (Né darei per scontato — sai com’è e in aggiunta — che la totalità degli omosessuali debba farselo piacere.)