Nella scorsa giornata recuperavo, con brillante intuito e spirito natalizio, gli ultimi due film di François Ozon: Angel – La vita, il romanzo (2007) e Ricky – Una storia d’amore e libertà (2009, uscito in dvd appena il 1 dicembre corrente anno). È una perfetta accoppiata per le feste, in effetti, se non volete andare per il mainstream: il primo, un romanzo d’arte/bellico disegnato con brillantissimi pastelli quasi-festivi (e un po’ di volutamente pacchianissimo blue screen!); il secondo, una moderna fiaba realista/surrealista sulla famiglia proletaria che coinvolge un grazioso essere con le ali, possibilmente un angioletto o volendo, dato il periodo, una qualche versione alata di Gesù bambino. (Se volete far tris, alla lista degli Ozon natalizi potete aggiungere il più noto ed evidente 8 donne e un mistero.)
Una provvidenziale aria amena (anche inaspettatamente tale), disturbata da variegati timori di vita, riempie entrambe queste opere, la seconda delle quali in particolare, la cui visione ho appena terminato, è di quelle che promettono di accompagnarmi ancora nei miei immediati pensieri, preferibilmente cullandomi a letto. Mentre scrivo penso soprattutto al personaggio di Lisa (la piccola Mélusine Mayance): se dovessi ipotizzare in chi si rivede il regista in questo film, il personaggio nevralgico, penserei non all’angioletto «diverso» — il quale è al massimo un sintomo — bensì proprio a lei. Direi che Ricky si chiede soprattutto (il che vuol dire, ovviamente, non solo — mi sembra questo, tuttavia, il principale appiglio interno alla vicenda, sul quale l’arrivo di Ricky agisce) quale possa essere la famiglia giusta per Lisa, in che modo Lisa può crescer felice con una madre finora sola ed esclusiva che ora cerca una nuova unione che forse si concretizzerà in un matrimonio (la prima cosa che chiede alla mamma Katie [Alexandra Lamy] quando questa le comunica che Paco [Sergi López] si trasferirà da loro) o anche no. L’insistenza di Ozon sulla bambina è molto forte lungo tutto il film, favorendo spesso un parallelo con la madre, che d’altronde è la sua sostanzialmente unica figura di riferimento (e, si direbbe, rispecchiamento); qui sotto, ad esempio, una transizione entro una stessa sequenza ci porta dal corridoio dell’ospedale dove Ricky è appena nato (Lisa ha suggerito il nome) stringendo sulla bambina fino alla stanza della mamma con uno stacco su un primo piano di quest’ultima a letto:
Più in generale, non sono rare le volte in cui Ozon comincia o termina un’inquadratura o una scena con un piano di Lisa. La scena al supermercato, cruciale perché svela la diversità di Ricky al pubblico, alquanto esplicativa della centralità della piccola, finisce ancora stringendo su di lei impaurita:
La scena successiva, in un altro corridoio d’ospedale dove mamma e figli sono portati in seguito al parapiglia, si apre di nuovo con un piano della ragazzina che osserva la madre che passeggia ansiosa in attesa di notizie:
Lo stesso motivo (direttamente o indirettamente) figlia – madre apre e chiude del resto a livello «macro» il film, che comincia con un piano sequenza sul volto e la confessione di Katie e finisce sull’espressione rasserenata di Lisa sul motorino con Paco:
Su Gli spietati, Manuel Billi suggerisce che, fatta esclusione per prologo ed epilogo, l’intero film consisterebbe di una proiezione onirica di Katie, che rivivrebbe in flashback progressivamente fantastico la storia con Paco; ad un certo punto (suppongo, da dopo il ritorno di Katie bagnata a casa dal lago, dopo aver lasciato volar via Ricky) si farebbe di nuovo un balzo indietro alla gravidanza di Katie, lasciandoci qui col retrogusto amaro dato dal sapere che la storia finirà male con la confessione all’assistente sociale. Da parte mia tenderei a privilegiare una lettura lineare dell’intreccio dopo un (finto?) flashforward iniziale, come aggiunge nel suo commento Stefano Selleri: «non si può del tutto escludere una chiave di lettura più lineare, per cui la struttura ad anello scivola in un finale in cui Katie, dopo l’epifania – l’Annunciazione? – del figlio perduto, è madre per la terza volta, in un’atmosfera di ottimismo solo apparente, perché il rinnovamento non assicura redenzione».
In Angel, primo progetto in lingua inglese del francese, le cose sono dal punto di vista temporale palesemente più semplici. Non per questo, le problematiche mancano. Di fronte ad un film come questo, che mescola spirito creativo ed indipendenza femminile (attenzione al legame fra la protagonista interpretata da Romola Garai e la segretaria-cognata Nora [Lucy Russell]) a costumi sociali, amorosi e sessuali con uno spruzzo di colore storico di primo Novecento inglese, operazioni meno inventivamente patinate quali un Miss Potter escono di certo peggio di quanto non farebbero da sole. Mi è difficile resistere all’abbondanza cromatica e sfacciataggine di questo film. Qui sotto potete ammirare un viaggio in auto verso la residenza Paradise di Sam Neill e Garai, con caratteristica illuminazione post-crepuscolo e blue screen selvaggio al seguito:
E guardate come vengono illuminati gli esterni, di modo da sembrar quasi riprodotti in (particolarmente imponente) studio! Qui il litigio fra Angel ed Esmé (Michael Fassbender) dopo che lui ha saputo la volontà di lei di mostrare il suo ritratto:
Effetto completato con i piani singoli su pioggia battente:
Poi gran finale di scena su un cielo da grande epopea che manco Baz Luhrman:
La scenografa Katia Wyszkop, in caso non fosse chiaro, spiega: «François voleva un’aria da Technicolor, «un film come li facevano a Hollywood negli anni ’50″».













magnifica analisi.
a questo punto devi vedere Il tempo che resta.
souffle: Ci stiamo attrezzando.
Anche a me è piaciuto vedere Ricky dal punto di vista di Lisa. E non riesco a togliermi dall’occhio l’immagine della bimba con le ali finte prima che compia sulla scena il fratellino con le ali «vere». E’ Lisa ad aver voglia di volare.
(buon Natale, Alberto)