Leggendo di William Wyler raramente ho incontrato particolari discussioni — o anche solo menzione — di Quelle due (The Children’s Hour, 1961), un film che mi sembra non sfigurare granché da un punto di vista estetico assieme ai più celebrati del regista (splendido bianco e nero nella fotografia di Franz F. Planer, con relativo impiego della profondità di campo resa più famosa da Gregg Toland, la solita cura nell’aderenza drammatica della messa in scena), se non per il fatto che venga cronologicamente tardi (è il suo quintultimo) e sia — cosa forse peggiore — il film che ha seguito quel Ben-Hur che gli è costato l’«amicizia critica» dei Cahiers.
Mi stupiscono, andando al nodo tematico, alcune osservazioni che vedono questo film partecipare ad una pratica di «stereotipizzazione» — e, addirittura, implicita condanna — del lesbismo e di annacquamento dei punti sociali che sarebbero stati più espliciti nella pièce teatrale di Lillian Hellman da cui è tratto (e da cui Wyler traeva anche, eliminando per virtù di codice Hays del tutto l’omosessualità, il precedente La calunnia del 1936, che purtroppo non ho visto). Si può cedere a certi argomenti, temo, solo se si affrontano le cose dal punto di vista postumo e della critica politica totalizzante degli anni ’70; per quanto mi riguarda, tirandomene fuori, il film è da capo a coda un commento sulle dinamiche del giudizio e pregiudizio dell’opinione pubblica, nelle cui pieghe (e piaghe) ci si addentra con tutta la cautela che era dettata dai tempi. Devo qui sottoscrivere interamente quanto osserva Mauro Giori:
Wyler sottolinea con efficace semplicità i risvolti drammatici della vicenda senza negare qualche misurato tocco umoristico e ci consegna in buona sostanza un forte atto d’accusa contro il conformismo e il perbenismo della società americana, armati del potere distruttivo della calunnia (il titolo italiano è – cosa rara – singolarmente efficace, ispirato probabilmente a quello originale della prima versione del film, These three). C’è un fondo satirico piuttosto rilevante nel fatto che la bugia di una bambina perfida (ma perfida al punto che la boccolosa Baby Jane Hudson era un tesorino affettuoso) sia più efficace di un intero processo, che non riesce a smascherare la menzogna. Ovviamente tale bugia non sarebbe efficace se non fosse sostenuta, inconsciamente o meno, dall’ignoranza e dai pregiudizi della gente, riassunti prima nell’atteggiamento isterico della nonna accecata dal moralismo, e poi nella sentenza del tribunale […] Che si suicidi per vergogna del proprio lesbismo […] o per disperazione, o ancora per liberare Karen dalla sua presenza, rimane il fatto che sebbene il lesbismo sia presentato come un comportamento deviante, devia da una norma che è messa sotto accusa dall’inizio alla fine del film.
Ma veniamo all’argomento precipuo di questo post: le inquadrature a due. Chiamando in causa Wyler, chiamo in causa un modo di far le cose che aveva come scopo primario quello di accentuare la carica drammatica ed umana del più classico dei punti di partenza del cinema classico: la sceneggiatura, ed in particolare uno dei suoi motori più importanti — il conflitto. Bei tempi. Non vi stupirà quindi che la coppia di inquadrature che seguono sia basata concettualmente proprio sulla giustapposizione fra Karen (Audrey Hepburn), una delle due modeste insegnanti al centro delle chiacchiere di paese, e le loro sovraordinate sociali Mary Tilford (Karen Balkin), la bambina perfida che fa montare il caso, e sua nonna Amelia (Fay Bainter), che tramanda la sua (mezza) bugia di bocca in bocca fino a rovinarle.
Entrambe fanno uso di una profondità di campo alquanto accentuata e sono posizionate in maniera quasi speculare in due punti diversi della pellicola, la prima a poco meno di 20 minuti dall’inizio e la seconda all’incirca a un quarto d’ora dalla fine, a rinforzare il parallelo formale. Nella prima, Karen esce sulla sinistra dalla porta della cucina dopo il dialogo nel quale comunica ad una Martha distrutta (Shirley MacLaine) che si sposerà con Joe (James Garner); Mary è sulla destra nascosta:
Nella seconda, la nonna rimpiazza la nipote quando comunica a Karen, sempre sulla sinistra adesso in piano più ravvicinato sulla porta d’ingresso della casa/scuola, che la nipote e l’amichetta Rosalie (Veronica Cartwright) hanno confessato di aver mentito e promette di voler rimediare:
Notate anche il parallelismo col quale entrambe le inquadrature sono spezzate in due dalla linea verticale della parete al centro del quadro, probabilmente per facilitare la sovrapposizione di due riprese differenti.



Ciao Alberto, i due film, li ho visti entrambi, anche ’La calunnia’ con Merle Oberon, dove però il pretesto della calunnia, la base della menzogna, non è di natura omosessuale, coma anche tu sottolinei, ma al contrario un presunto rapporto scandaloso fra una delle insegnanti e il dottore (peraltro interviene anche una certa gelosia e uno scadere dei rapporti fra le due, per il fatto che entrambe si sono innamorate del medico, una ricambiata e l’altra no). Anche se evita le tematiche originali della piece teatrale, anche La calunnia mi è piaciuto molto, quindi spero che lo vedrai un giorno!
E’ vero che la bambina di ’Quelle due’ fa parte della schiera di bambine-mostri di cattiveria di cui hai anche recentemente parlato! Anche questa è odiosa.
Acute le osservazioni sulle inquadrature a due!
Posso solo aggiungere, tornando alle tematiche, che sia che si tratti de ’la calunnia’ sia che si tratti di ’Quelle due’, il tema delle menzogne calunniose che rovinano le persone e che si spandono con facilità enorme, è descritto alla perfezione, come magistrale è la descrizione del comportamento della gente. Credo che in questo senso siano film di un’attualità sconcertante: le calunnie di qualunque natura, continuano a spargersi esattamente così; la psiche delle persone non cambia, le reazioni comportamentali nemmeno.
Ciao, buon inizio di settimana.
PS– Per quel che mi ricordi, la MacLaine a mio avviso era talmente brava da oscurare la pur fulgida Audrey Hepburn. Garner stesso ha dato un’ottima prova, anche se la sua interpretazione migliore resta quella in Victor Victoria, secondo me… :)